Gelo fuori stagione: i vignaioli ricorrono ad un antico rituale per salvare le viti

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Sembra di ritrovarsi all’improvviso in una famosa scena del film “Il profumo del mosto selvatico”. I roghi bruciano lungo i filari dei vini nobili. L’atmosfera è magica, suggestiva. È un rituale di mille anni fa che avvicina la gente alla natura, alla terra. Immagini poetiche condivise sui social come fosse una festa notturna. Ma la realtà ci mostra il lato tragico dello scenario. Siamo ad Aprile ma il gelo degli ultimi giorni ci riporta alla stagione autunnale. Nella zona del Prosecco Doc, i piccoli produttori hanno trascorso queste notti gelide nei loro vigneti, accendendo fuochi per riscaldare i germogli delle loro viti. Hanno rischiato di perdere un anno di lavoro.

Da queste parti il vino è una ricchezza, un sostentamento per intere famiglie. “Quando ho capito che la primavera stava andando sottozero mi sono disperato”, dice Sandro Urban, agricoltore di 35 anni con azienda a San Fiol, provincia di Treviso. Le notti scorse ho messo la sveglia alle quattro, sono andato nelle vigne, nel buio, ho messo la legna a cumuli ogni 15 metri e poi ho acceso.”

Stessa cosa è successa nelle zone del Collio, in provincia di Gorizia. E ancora nell’Oltrepo pavese, nel Casteggiano, nei Comuni di Mormorolo, Montaldo Pavese, Borgo Priolo, Borgoratto. Gli agricoltori hanno così ricordato un metodo utilizzato dai loro nonni, che accendevano fuochi di paglia tra i filari. Perché se si perde il grappolo appena formato, quello non si riformerà mai più.

“Mi sono ricordato di mio nonno”, dice l’agronomo Urban, “per battere la brina l’unica erano i fuochi. Ho ripreso in mano i manuali dell’università, anche lì si diceva che in questi casi, con le correnti fredde e umide che poi ghiacciano, basta aumentare la temperatura di mezzo grado, e salvi un filare”

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