Fuori dalla borsa americana tre gruppi di telecomunicazioni Cinesi

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Scatta il delisting di grandi colossi cinesi da Wall Street.  Il New York Stock Exchange (Nyse) ha avviato le procedure per l’espulsione dalla borsa americana di tre gruppi sulla lista nera di Washington per i legami troppo stretti con l’apparato militare di Pechino.

 I tre marchi colpiti sono nelle telecomunicazioni: nel mirino sono finiti China Telecom, China Mobile e China Unicom. China Mobile, il principale dei tre gruppi, è quotato al Nyse ormai dal 1997, uno dei pionieri dello sbarco cinese a Wall Street per attirare capitali globali.

Sotto il diretto controllo di Pechino

Il Nyse, in un comunicato, ha indicato che la messa al bando entra in vigore nel rispetto di un nuovo divieto all’esposizione «a ogni società dell’apparato militare comunista cinese da parte di ogni individuo negli Stati Uniti». Le tre società in questione, che hanno l’esclusiva quali reti per i servizi di tlc in Cina, sono ritenute sotto la ferrea direzione di un’agenzia governativa di Pechino, la Assets Supervision and Administration Commission. La sospensione del trading nei titoli al Nyse, in concreto, avverrà tra il 7 e l’11 gennaio.

 L’impatto concreto di un de-listing negli Usa sui tre titoli è in realtà mitigato dal fatto che tutte e tre le aziende sono quotate anche a Hong Kong, offrendo quindi la possibilità agli investitori internazionali di avere ugualmente accesso ai loro titoli.Il colpo d’immagine contro la Corporate China tuttavia c’è, anche perché la decisione del Nyse su gruppi di Pechino non è isolata. Grandi indici azionari hanno di recente già deciso di rimuovere una serie di titoli cinesi davanti all’offensiva statunitense, dall’MSCI allo S&P Dow Jones Indices e allo FTSE Russell e Nasdaq.

La stretta potrebbe danneggiare gli investitori Usa

La stretta, avvertono alcuni analisti, potrebbe svantaggiare investitori Usa al confronto di fondi internazionali che mantengano un maggior accesso a titoli cinesi. Il clima nel mondo politico americano rimane però favorevole ad un indurimento dell’atteggiamento con Pechino, anche sul fronte finanziario: «È un passo modesto, ma rappresenta almeno un risveglio di preoccupazioni di sicurezza nazionale e sui diritti umani», ha commentato Roger Robinson, ex funzionario della Casa Bianca.

L’azione fa seguito a un ordine esecutivo emesso a novembre dal Presidente uscente Donald Trump che mette al bando investimenti statunitensi in imprese cinesi accusate d’essere nei fatti possedute o controllate dai vertici militari della potenza asiatica.

L’ordine esecutivo rispolvera e mette in pratica una legge che risale al 1999 e che chiedeva al Pentagono di preparare un elenco di aziende da colpire. Ad oggi questo elenco comprende almeno 35 grandi società, tra le quali il gigante energetico Cnooc e il leader nei microchip Semiconductor Manufacturing International.

Non è la sola nuova mossa della Casa Bianca contro la presenza di aziende cinesi sui cruciali mercati borsistici statunitensi. Trump ha firmato nelle scorse settimane una nuova legge che prescrive l’uscita forzata dalle borse statunitensi di tutte le aziende cinesi che non aderiscano a tradizionali requisiti di trasparenza finanziaria negli Usa, vale a dire nella verifica e certificazione dei bilanci. Ancora una volta, però, le ripercussioni potrebbero essere limitate dal fatto che numerosi gruppi sono quotati a Hong Kong o potrebbero accelerare passi per sbarchi nella piazza asiatica.

Con Biden cambierà?

Sotto la prossima amministrazione americana democratica di Joe Biden, in carica dal 20 gennaio, Washington potrebbe cercare correzioni di rotta nei complessi rapporti con Pechino, con maggiore enfasi su multilateralismo e diplomazia rispetto a interventi unilaterali. Ma i rapporti potrebbero rimanere tesi e difficili: ad aree di potenziale cooperazione Biden ha citato cambiamento climatico e emergenze di salute pubblica quali le pandemie si affiancano capitoli sui quali le tensioni dovrebbe rimanere elevate, anzitutto diritti umani e sicurezza nazionale.