Vincent Lambert, 42 anni, dal 2008 si trova in stato vegetativo presso l’ospedale di Reims, a seguito di un incidente stradale. E’ iniziato oggi l’iter di sospensione dell’idratazione e della nutrizione.

Un nuovo “caso Englaro”. In questi giorni in Francia si è acceso un forte dibattito sul fine vita a causa della decisione di un medico dell’ospedale di Reims di iniziare il protocollo di fine vita su Vincent Lambert, infermiere quarantaduenne francese da più di dieci anni in stato vegetativo e affetto da tetraplegia a causa di un incidente stradale.

Il Consiglio di Stato francese lo scorso 23 aprile aveva approvato una sentenza che confermava il verdetto dei giudici del tribunale di Chalons en Champagne, che a gennaio avevano autorizzato il primario del reparto in cui Lambert è ricoverato, dottor Vincent Sanchez, ad attuare la procedura di interruzione dei sostegni vitali del paziente.

Una vicenda che divide non soltanto l’opinione pubblica francese, vista la delicatezza dei temi riguardanti il “fine vita”, ma anche la stessa famiglia Lambert. I genitori dell’uomo che, sostenuti da una sorella e dal fratellastro, sono contrari all’attuazione del procedimento di eutanasia, si scontrano infatti con la volontà di attuarlo di alcuni fratelli e della moglie di Vincent.

Un calvario giudiziario iniziato sei anni fa, a seguito della diagnosi dei medici che già nel 2011 avevano escluso la possibilità di un miglioramento delle condizioni dell’uomo e la classificazione di “stato vegetativo” arrivata nel 2014. L’equipe di medici di Reims e la moglie di Vincent, sei anni fa hanno intrapreso una battaglia legale per interrompere i trattamenti che tenevano in vita l’uomo, scontrandosi con il parere dei coniugi Lambert che invece volevano che il figlio continuasse ad essere sottoposto alle cure e mantenuto in vita.

I coniugi Lambert, negli anni, per difendere il diritto alla vita del figlio hanno presentato parecchi ricorsi chiedendo anche che venissero presi provvedimenti disciplinari contro il dottor Sanchez, in quanto artefice della proposta di interruzione delle cure. Nel disperato tentativo di interrompere il protocollo che porterà alla morte di Vincent, hanno manifestato nella giornata di ieri all’esterno dell’ospedale di Reims con circa 200 persone. Nei giorni scorsi hanno fatto anche un disperato appello al presidente Emmanuel Macron affinché su una decisione ritenuta “uno scandalo assoluto”.

Nel Frattempo, gli avvocati dei genitori di Vincent hanno annunciato in extremis tre ricorsi per cercare di tenere l’uomo in vita e hanno richiesto ancora provvedimenti disciplinari affinché il dottor Sanchez venga rimosso dall’equipe medica prima che metta fine al trattamento.

Aggiornamento al 21/5/2019

Colpo di scena nella vicenda di Vincent Lambert. La Corte d’Appello di Parigi, infatti, nel tardo pomeriggio di ieri ha accolto il ricorso presentato dai genitori dell’uomo, ordinando lo stop al protocollo di eutanasia e disponendo la continuazione delle cure per almeno sei mesi, in attesa che il Comitato Onu per i diritti dei disabili, a cui i coniugi Lambert hanno fatto ricorso, si pronunci sul caso.

Una decisione che arriva al termine di una giornata convulsa, nel primo pomeriggio infatti la Corte Europea dei diritti dell’Uomo aveva respinto la richiesta di interruzione del protocollo presentata dai coniugi Lambert in quanto sulle condizioni di Vincent “non erano sopraggiunti nuovi elementi”. Il presidente francese Macron, a cui i due coniugi si erano rivolti per un ultimo disperato appello, aveva invece risposto che la decisione sulla vicenda non spettava a lui.

Sulla vicenda nel primo pomeriggio di ieri era intervenuto anche Papa Francesco, che in un tweet aveva scritto: “Preghiamo per quanti vivono in stato di grave infermità. Custodiamo sempre la vita, dono di Dio, dall’inizio alla fine naturale. Non cediamo alla cultura dello scarto.”

La decisione della Corte d’Appello francese di interrompere il protocollo di Eutanasia, è una grande vittoria per i genitori di Vincent, che da anni si stanno battendo per difendere il diritto di vivere del figlio.

Eluana Englaro

Il caso che divise gli italiani

Risale a dieci anni fa il caso di Eluana Englaro, la donna italiana che fu al centro di uno scontro prima giudiziario e successivamente politico-istituzionale.

Eluana, studentessa ventunenne di Lecco ebbe un incidente stradale la notte del 18 gennaio 1992 mentre stava rientrando a casa da una festa. Quando arrivò in ospedale le sue condizioni erano disperate, in quanto nell’incidente aveva riportato lesioni cerebrali gravissime. La ragazza uscì dal coma , ma rimase in stato vegetativo persistente, inducendo i genitori a ricoverarla presso la casa di cura “Beato luigi Talamone” di Lecco, gestita da suore che per anni hanno assistito Eluana con amore e dedizione per il prossimo.

Nel momento in cui i genitori di Eluana si resero conto che la situazione della figlia era irreversibile, iniziarono a chiedere ai medici di interrompere i trattamenti che la tenevano in vita (nonostante la ragazza respirasse da sola) e, al rifiuto di questi, intrapresero una battaglia legale che durò diciassette anni, terminando nel 2007 con la sentenza della Corte d’Appello di Milano (a cui la cassazione rinviò il caso) e con il decreto del luglio 2008 che autorizzava Beppino Englaro, padre e tutore della ragazza a interrompere l’alimentazione artificiale (praticata con un sondino naso-gastrico) alla ragazza.

A seguito di una nota della Direzione Sanità della Regione Lombardia del settembre 2008, che vietava di mettere a disposizione strutture sanitarie regionali per l’interruzione delle cure, Beppino Englaro fece ricoverare la figlia presso la clinica “La Quiete” a Udine, dove un’equipe di sanitari iniziò ad attuare il protocollo di eutanasia la mattina del 6 febbraio 2009.

Beppino Englaro per anni ha combattuto per la sospensione dell’alimentazione artificiale della figlia Eluana

A nulla servirono le proteste, provenienti dalla società civile e dal mondo cattolico e l’iniziativa del governo Berlusconi, che in extremis approvò un decreto legge per impedire l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione. A causa del rifiuto del Presidente Napolitano di firmare il decreto legge, nacque un grave scontro istituzionale tra governo e Presidenza della Repubblica.

Il governo guidato da Silvio Berlusconi convertì il decreto legge in disegno di legge, investendo il parlamento della responsabilità di approvare la legge “Salva Eluana”. Il 9 febbraio 2009, intorno alle 20:00, quando in Senato si svolgeva la discussione del disegno di legge, un comunicato della clinica di Udine informò della morte di Eluana, avvenuta a seguito del protocollo iniziato quattro giorni prima.

Il 31 gennaio 2018, in Italia è entrata in vigore la legge sul consenso informato e sulle DAT (disposizioni anticipate di trattamento) che consentono al cittadino, nel quadro del rapporto di fiducia con il medico, di essere informato sulle cure a cui deve essere sottoposto e di rifiutare quelle cure che possono essere definite come “accanimento terapeutico”. Inoltre la legge stabilisce che qualsiasi cittadino maggiorenne ha facoltà di lasciare disposizioni sulle cure in caso di futura incapacità di intendere e di volere.

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