Dopo il successo del Festival dell’Oriente degli anni passati, Napoli tenta di replicare il successo con un Festival di Napoli in cui ospitare diversi Paesi e culture del mondo. Ovviamente non potevo mancare a questa occasione ma devo dire che il risultato è stato agrodolce.

Il Festival di Napoli si è svolto nel giro di due weekend con orari abbastanza limitanti (il venerdì e il sabato dalle 18.00 alle 03.00) perciò, avendo un bimbo di pochi mesi, decido di andare la domenica in quanto il programma cominciava a mezzogiorno. Per fortuna il traffico scorre veloce e arriviamo presto in quel della Mostra d’Oltremare, un luogo immenso e perfetto per ospitare eventi dalla grande affluenza. La mappa era dislocata in diverse aree di interesse ma poco coerenti fra di loro, a chi salterebbe in mente di mettere nativi d’America e cowboy nello stesso padiglione? La prima cultura che accoglie i visitatori è quella di Napoli, giustamente direi, ma la bypasso velocemente essendo interessata a qualcosa di meno noto. La prima cosa che vedo è un anziano, lunghi capelli bianchi e una giacca con le frange, dai tratti caratteristici dei nativi indiani d’America e che parla di meditazione. La prima cosa che penso è che sia bellissimo, mi avvicino al palco e dietro di lui una gigantografia di un cowboy con una pistola… non la scenografia ideale per uno dei pochi superstiti del genere. Nello stesso padiglione sono state allestite delle finte tende indiane, dei cartonati in cui scattare simpatiche foto, un garage americano con diverse moto e un toro meccanico. Questo è tutto? Ma no, ci sono decine di bancarelle che vendono souvenir. Nessuna informazione, nessuna spiegazione, nessuna caratteristica in particolare. Esco velocemente fuori e mi ritrovo in un grosso mercato a cielo aperto, mi ritrovo nel settore de “Le mille e una notte”, qui ci sono indiane che disegnano hennè (a pagamento), moltissimi stand gastronomici dal thai al messicano e una lunga fila di bancarelle che vendevano un po’ di tutto. Per carità, non voglio assolutamente delegittimare la presenza mercenaria degli stand in quanto anche loro permettono di conoscere una piccola fetta di cultura e sono una manna dal cielo per chi cerca dei prodotti particolari introvabili in Italia ma… non saranno un pochino troppi??? Arrivo alla fine di questa bolgia e c’è una signorina vestita da ballerina di flamenco e dei ballerini messicani su un palco. La danza e gli spettacoli sono una chicca preziosa del Festival di Napoli e permette di distogliere l’attenzione delle compravendite per trovare qualcosa di più tradizionale ma cosa odono le mie orecchie? Danzatrici del ventre e ballerine flamencose che parlano in dialetto napoletano… non proprio quello che mi aspettavo! Mi fiondo nel padiglione del Giappone (la mia memoria rimembrava ancora le bellissime geishe intente nella cerimonia del tè) ma mi aspetta una grossa delusione. Nessuna geisha, nessun samurai, diversi atleti e squadre napoletane dedite al karate e non so cosa altro, moltissimi stand e un’area attrezzata per i videogiochi. No, ma davvero? Ma noooo, il padiglione continua ancora ed ecco alcune rappresentazioni giapponesi (le stesse dell’anno precedente) e null’altro. Niente geishe, niente origami, niente Kyoto in miniatura. Che delusione questo Festival di Napoli, penso.

Nel frattempo perdo la mappa e comincio a cercare alla rinfusa gli altri padiglioni, accorgendomi della scarsa segnaletica generale. Dove finisce e dove inizia quest’area? Non si capisce. E mentre intorno vedo persone che si facevano vestire da arabi (a pagamento), finalmente riusciamo a seguire il fiume e ritrovarci nel settore che desideravo ardentemente: il Festival celtico. Sì, ma dove sta? Praticamente accorpato al Festival Irlandese, c’è una lunga fila di panchine in cui mangiare piatti irlandesi, una serie di band fenomenali (una su tutti la Hit Machine Drummers), un’area per sposarsi secondo il rito celtico (a pagamento) e un’area per giocare (a pagamento) con archi, spade e armi tipicamente medievali. Questo è tutto. Possibile? Mi sono persa qualcosa? Insomma, tutto è stato trattato in maniera molto grossolana, senza conoscere davvero questi Paesi e lasciando che il commercio prevalesse sull’informazione. Avrei potuto tranquillamente svegliarmi alle 8 del mattino e frequentare il mercatino di Piazza Garibaldi con Mustafa che cerca di vendermi i suoi tappeti, risparmiando 10 euro del biglietto e 15 euro di parcheggio.

In poche parole i PRO di questa manifestazione sono stati: l’incontro con le varie culture, la possibilità per i più piccoli di conoscere il mondo in maniera semplice e lo shopping compulsivo nelle varie bancarelle.

I CONTRO sono: l’aver snaturato l’essenza di questo Festival di Napoli in nome del commercio, la scarsa organizzazione generale, le barriere architettoniche, soprat

tutto queste ultime. Com’è possibile che un Festival attento ai disabili e ai suoi accompagnatori (nella vendita dei biglietti i primi entravano gratuitamente e i secondi a tariffa ridotta) possa perdersi sulle barriere architettoniche? Nella mia ignoranza da cittadina non ci avevo mai fatto caso ma adesso che ho un bambino, mi sono ritrovata a combattere con mille scalini e nessuna rampa. Non ho sentito particolarmente il problema dato che è un “peso” leggero ma mi sono ritrovata a guardare in maniera sconfortata i genitori con uno, due figli in carrozzina e a doverli prendere in braccio per fargli visitare i padiglioni. E se io fossi un’adulta su una carrozzina e volessi visitare il Festival in maniera autonoma? Non potrei. E se pesassi 503 chili e non potessi muovermi? Non potrei lo stesso.

Alla luce di tutto questo forse non ritornerei al Festival di Napoli ma spero che le prossime edizioni possano migliorare ed essere più vicine al visitatore e non solo alla pecunia.

 

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