“Se avviene una rapina in banca, nessuno ha niente da dire: è successo un reato, non si cerca il perché o il percome. Se una donna viene aggredita, si comincia a ragionare su come era vestita, in che luogo era, se era in compagnia o se aveva un atteggiamento provocante”. Ma cosa contribuisce alla normalizzazione di un simile atteggiamento? Grazie ad una ricerca condotta dall’Università di Bologna nel 2013 sulla rappresentazione giornalistica del femminicidio all’interno di tre quotidiani nazionali (Repubblica, La Stampa e il Corriere della Sera), si è scoperto che il modo in cui i giornalisti raccontano il femminicidio non è neutro.

Con femminicidio si intende un omicidio che ha al centro la questione di genere. In Italia non c’è ancora una raccolta sistematica sui dati del femminicidio da parte del Ministero degli Interni e ciò rende indispensabile la copertura giornalistica. I giornali contribuiscono a definire ciò che è normale e desiderabile e a costruire nuovi stereotipi intesi come chiavi di lettura. All’interno delle narrazioni, c’è un contenitore di partenza in cui la storia viene inserita, attraverso cui si offre un significato.

Se prendiamo in esame la violenza sulle donne, la sua notiziabilità è di due tipi: il primo è che si tratta di un crimine, il che gli riserva uno spazio all’interno dei giornali di nera; il secondo è che questi tipo di crimini parlano del rapporto uomo-donna. E’ una dimensione di potere forte esercitato da un uomo su una donna ed è un argomento che interessa tutti. Fino a dieci anni fa, la violenza sulle donne veniva solitamente rappresentata nel momento in cui ci trovavamo di fronte al “perpetuatore senza volto”, all’uomo nero sconosciuto alla vittima. Cosa diversa era la violenza domestica privata, considerata intima all’interno della coppia e quindi poco notiziabile.

E’ interessante comprendere la cornice interpretativa attraverso cui i femminicidi vengono raccontati dalla stampa: i due frame maggiormente utilizzati sono quello dell’amore romantico e della perdita di controllo, spesso combinati tra loro. Si tende a suggerire uno stato di tormento e forte frustrazione da parte del perpetuatore, verso il quale si esprime comprensione e pietà, come se il suo “amore” folle giustificasse il crimine. Spesso la narrativa si concentra sull’amore tradito di lui, piuttosto che sulla perdita della vita di lei. Un elemento decisivo in questo tipo di frame è la gelosia, che si accompagna alla normalizzazione della coppia; questo perché il femminicidio viene spesso raccontato come un fatto decontestualizzato dalle vicende della coppia, la quale, nella maggior parte dei casi, viene descritta dai parenti o vicini come “perfetta”.

L’altro frame di narrazione del femminicidio, quello della perdita di controllo, si esplica evocando il raptus, ovvero un uomo che si trasforma all’improvviso. Così facendo, si fa passare l’idea che il femminicidio sia qualcosa che semplicemente accade, impossibile da prevenire. Spesso si parla di corresponsabilità della vittima nel determinare l’azione criminosa, quasi fosse colpa della donna la volontà di interrompere una relazione. La situazione cambia quando si tratta di stranieri: lì la narrazione si sposta dal femminicidio all’immigrazione, inscrivendo il crimine in una cultura e una religione diversa piuttosto che in una chiave di lettura in cui la volontà maschile prevarica su quella femminile. L’ipotesi del conflitto culturale suggerisce, dunque, che la notiziabilità di un femminicidio non sia parlare dell’omicidio in sé, bensì del fenomeno migratorio.

Le foto scelte per narrare il femminicidio ritraggono sempre le coppie felici, evocando immagini di serenità e amore romantico prima citato. Si tende a sostenere un’idea di mascolinità tradizionale, in cui l’uomo agisce e reagisce in maniera fisica e forte. Questi elementi non fanno altro che rafforzare le differenze e le discriminazioni di genere, nascondendo messaggi subliminali e azzerando i filtri critici del lettore.

C’è differenza tra “lei uscì dal locale con lui” e “lui uscì dal locale con lei”? Se in matematica invertendo gli addendi il risultato non cambia, la questione è invece cruciale con le parole. Nel primo caso, infatti, è la donna a scegliere di fidarsi, come se ciò bastasse a giustificare il “se l’è cercata, non doveva andarci”. E, chissà perché, la narrazione giornalistica predilige sempre la prima forma.

Condividi e seguici nei social
error

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here