Per il gigante social non bisognerebbe occuparsi dei contenuti delle discussioni sulla politica,bensì concentrarsi sulle identità fasulle.

«Non credo che dovremmo occuparci dei contenuti delle discussioni sulla politica. L’unica cosa facile da gestire in questo momento sono le identità fasulle che, in quanto tali, violano le nostre regole». Se quello delle elezioni – dopo il caso delle presidenziali americane e del referendum sulla Brexit – è un tema delicato, per Facebook, non si può dire che quelle europee che si terranno a fine maggio abbiano colto il colosso di Menlo Park impreparato. E l’approccio del social è quello sintetizzato dal vice presidente della policy europea di Facebook, Richard Allan,: più concentrazione su chi diffonde i contenuti , che sui contenuti stessi. 

Per il colosso californiano, la prima arma contro usi impropri delle sue piattaforme per orientare l’opinione pubblica è oggi dunque il monitoraggio degli attori attivi nel dibattito, con l’obiettivo di individuare quelli con intenzioni malevole. Il timore, di Facebook quanto della Commissione Europea, è che a maggio si ripeta quanto accaduto nel corso delle elezioni americane del 2016, quando il mondo intero si è reso conto di come il social network e la sua immensa mole di dati potessero venire utilizzati per tentare di inquinare il dibattito pubblico e democratico.

Non a caso, pur continuando l’attività di debunking delle notizie false affidata a terzi , Facebook si avvicina all’appuntamento di maggio portando anche nel vecchio continente il sistema di trasparenza delle inserzioni pubblicitarie già introdotto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Come anticipato in gennaio, dai prossimi giorni chi vorrà fare un’inserzione politica o su un tema di interesse pubblico particolarmente dibattuto (come l’immigrazione) è chiamato a fare una formale richiesta ed a presentare i documenti per verificare la sua identità ed il luogo nel quale risiede. I suoi annunci saranno contrassegnati come sponsorizzati, come già accade, con l’aggiunta della voce “pubblicizzato da”, affinché gli utenti capiscano a colpo d’occhio la fonte pagante del messaggio e possano consultare le informazioni sul denaro speso per far apparire il messaggio e sulla mole e le caratteristiche del pubblico raggiunto. Tutte le inserzioni politiche italiane, e degli altri Paesi europei,saranno archiviate per sette anni ed accessibili anche da chi non è iscritto a Facebook. Rimarranno disponibili anche gli annunci che, da metà aprile, Facebook inizierà a rimuovere perché hanno infranto le regole (se il mittente non si era regolarmente registrato, se affrontavano temi di importanza nazionale e non sono stati classificati come tali o se sono stati segnalati dagli utenti e si sono effettivamente confermati illeciti, ad esempio).

Secondo quanto scritto da Facebook nella relazione consegnata all’Ue, a inizio febbraio a Bruxelles per organizzare il presidio delle elezioni europee c’era una task force di 85 persone. Allan spiega che il fulcro dell’attività di monitoraggio è «la squadra di esperti del centro operativo di Dublino che conta sia su gruppi locali sia sul coordinamento con una rete globale». La minaccia più temibile? «Quello di cui non siamo consapevoli. Qualcosa di nuovo che non è mai stato fatto prima». Nella relazione per l’Ue di gennaio, per ora non vengono citate particolari attività specifiche contro l’Europa. Ci sono riferimenti alla rimozione di pagine, account e gruppi da Iran, Indonesia e Russia che non si sono però scagliati contro Bruxelles come organizzazione internazionale ma solo contro alcuni singoli Stati. Senza dimenticare il tema parallelo dell’attività di diffusione di contenuti falsi all’interno di gruppi chiusi o via messaggio diretto su Facebook o whatsapp. Quest’ultima piattaforma, sotto i riflettori soprattutto in India, anch’essa in procinto di andare alle urne, sta introducendo una serie di modifiche, fra le quali la limitazione del numero di persone a cui si possa inoltrare un messaggio a 5 — ma se si contano i gruppi, all’interno dei quali possono esserci 256 persone, un testo o una foto contenente informazioni false su qualcuno può arrivare in un istante davanti a 1300 persone, e innescare un processo a catena.

Tornando alla novità odierna sulla trasparenza degli annunci, Allan la cita anche come esempio di autoregolamentazione virtuosa del social network: «Abbiamo le tecnologie e i sistemi per farlo e siamo il contesto migliore per creare un archivio. In questo caso non serve un’indicazione esterna». Al contrario, «potrebbe essere utile nel campo delle inserzioni pubblicitarie: ci sono Paesi in cui quelle straniere sulle elezioni non sono illegali». In generale, ragionando sulla necessità di norme più stringenti per le piattaforme, Allan invita a considerare «prima di tutto le problematiche che si vuole prevenire. Se si dà a Facebook la responsabilità di ridurre l’hate speech, per esempio, bisogna considerare i casi in cui saremo in grado di intervenire anche prima di 24 ore e quelli in cui è meno urgente ed è necessario più tempo. Un regolamento che dice di rimuovere tutto entro 24 ore non è il modo più efficace per affrontare questo problema». Conclude: «Far dire ai governi come le piattaforme devono scrivere i loro software probabilmente non funzionerà».


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