Etichette tessili: aiutare a riconoscere la sostenibilità

0
140

La campagna si chiama Make the Label Count, e vorrebbe introdurre etichette tessili in grado di informare sulla reale sostenibilità dei vestiti.

Come saranno le etichette tessili?

Cominciamo col riportare l’opinione di Claire Press, esperta di moda sostenibile e presentatrice del podcast The Wardrobe Crisis. L’attuale metodologia di etichettatura non necessariamente fornirebbe agli utenti ogni informazione necessaria sulla sostenibilità, sostiene. Da questi dubbi è nata proprio la campagna Make the Label Count, che mirerebbe ad influenzare le proposte di legge sulle etichette tessili provenienti dall’Unione Europea.


Gli stilisti che stanno realmente attuando la moda sostenibile


Nessuna metodologia standard

“Nella sostenibilità, abbiamo un piccolo problema: non esiste una metodologia standard o un accordo standard su cosa intendiamo quando parliamo di un prodotto più sostenibile” spiega Claire Press. Oltre a questo, ci sono dei dubbi sul fatto che le fibre naturali possano essere penalizzate con l’attuale metodologia. “È chiaro che l’attuale metodo preferirebbe i tessuti sintetici perché potrebbero essere più riciclabili. In alcuni casi, potrebbero avere un’impronta di carbonio inferiore e un minor consumo di acqua rispetto al cotone e alla lana” ha aggiunto.

I punti deboli dei tessuti sintetici

In aggiunta, le industrie del cotone e della lana avevano il pensiero che la metodologia corrente non tenesse conto di altri problemi: l’utilizzo di combustibili fossili, ad esempio, o le microplastiche. Il gruppo di attivisti Fashion Revolution ha appurato, in merito a questo, che il 34% dell’intero inquinamento da microplastiche negli oceani deriva proprio dai tessuti sintetici.

Riciclo sostenibile? Non esattamente

Parallelamente a quanto sopra, al magazine online ABC Rural i mediatori di lana hanno espresso un’altra preoccupazione. Le bottiglie di plastica riciclate per creare abiti sono diventate molto popolari per la moda sostenibile: questo però non tiene conto dei vestiti invenduti e/o che finiscono in discarica.

Focus sul greenwashing

Prima di tutto, spieghiamo cos’è il greenwashing. Poiché negli ultimi anni è molto di moda definirsi green e eco-friendly, diverse aziende si sono impegnate per mostrare di essere entrambe le cose. Peccato che la maggior parte delle volte si tratti appunto di una sostenibilità di facciata, che poco ha a che fare con la realtà dei fatti. L’industria tessile non fa eccezione, e l’Unione Europea è stata la prima giurisdizione cercare di regolamentare le etichette tessili. Lo scopo è di offrire ai consumatori un quadro preciso e trasparente di sostenibilità.

Combattere la pubblicità ingannevole

All’inizio dell’anno, l’UE ha svolto l’annuale scansione dei siti Web, ma per la prima volta ha messo gli occhi sull’aumento di greenwashing. Ed ha scoperto che più della metà dei marchi non ha spiegato in modo esauriente in cosa l’azienda fosse completamente sostenibile. Il 37% dei casi, nello specifico, la risposta parlava in modo vago in termini di “consapevolezza”, “ecologia”, “sostenibilità”, ma senza essere davvero chiari.

Responsabilizzare i consumatori

“La Commissione è pienamente impegnata a responsabilizzare i consumatori nella transizione verde e a combattere il greenwashing” ha fatto sapere Didier Reynders, Commissario per la Giustizia. E Claire Press ha continuato dicendo che l’industria della moda necessita di una regolamentazione, per evitare le campagne di marketing fuorvianti. “Il greenwashing è assolutamente diffuso… è un vero problema in questo settore” ha affermato. “Poiché sempre più clienti richiedono prodotti più ecologici, i marketer si affrettano a fornirglieli”.

La lana fuori dai giochi

Secondo Dalena White, Segretario Generale dell’Organizzazione Internazionale dei Tessili di Lana, l’attuale metodologia lascerebbe le fibre naturali in condizioni anche peggiori. “Avrà gravi implicazioni per la nostra industria delle fibre naturali fino ai nostri agricoltori, che sono i più vulnerabili in questa posizione” ha spiegato. “Dobbiamo capire che al momento il campo di gioco non è equo, non è allo stesso livello”. Così, Make The Label Count si è unita ad Australian Wool Innovation, Cotton Australia e attivisti anti-plastica.

Una legge giusta

“Sappiamo che il resto del mondo sta davvero cercando di ridurre l’uso di combustibili fossili, e in qualche modo questo punto non viene realmente elaborato nel processo” ha continuato Dalena White. “Quindi, quando esaminiamo la biodegradabilità, al momento questa non viene considerata nel processo PEF. L’inquinamento da microplastiche, che sappiamo essere un problema enorme, non viene preso in considerazione. E il fatto che le fibre naturali provengono da fonti rinnovabili, non viene tenuto in considerazione. Questa è un’opportunità fantastica, ma dobbiamo assicurarci che la legge sia giusta ed equa”.

Una questione complessa

Sempre Claire Press considera che questo sia un campo complesso, che avrebbe richiesto un approccio sfumato confrontando le affermazioni sulla sostenibilità. “L’UE sta lavorando su questo ed è brillante. Personalmente, la mia opinione è che la lana sia una fibra fantastica. È fondamentalmente naturale, biodegradabile, richiede solo la luce solare e le materie prime per essere prodotta. E se guardi alla circolarità e agli scarti della moda, allora penso che le fibre naturali siano la strada da percorrere” ha spiegato. “Ma vedo anche il tipo di argomento a favore della riciclabilità, che è alla base di questa spinta verso i sintetici. Penso che non ci sia una risposta semplice a tutto questo”.

Parola ai consumatori

Prima che la regolamentazione sulle etichette tessili fosse in vigore, c’era chi riteneva che l’approccio del consumatore fosse una parte importante perché il brand della moda veloce potesse essere invertito. “Fino a quando non avremo un’etichettatura standardizzata universale per la sostenibilità, penso che spetti al consumatore fare un po’ più di ricerca e porre domande più difficili ai marchi su come producono i loro prodotti” è la conclusione.