Estremisti siriani: risorsa Usa nonostante l’11 settembre?

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Gli ex funzionari statunitensi hanno considerato gli estremisti siriani come una risorsa? Sorge spontaneo chiedersi per quale motivo. Anzi, si potrebbe addirittura dubitare. E a ragione. Perché Washington avrebbe dovuto fare affari con gli stessi militanti che fino a poco tempo fa incoraggiavano l’11 settembre e il terrorismo genocida? Eppure, un’inchiesta della PBS è in grado di sostenere l’argomentazione. E alla fine rivelare un risvolto inaspettato della guerra civile in Siria. O ciò che ne rimane.

Chi sono gli estremisti siriani?

Washington ha considerato gli estremisti siriani come una risorsa. Per tutti questi anni. Questo è quanto emerge dalla recente intervista che la PBS ha fatto all’ex inviato statunitense in Siria. Una risorsa in un territorio dilaniato dalla guerra. Ma il percorso per arrivare a questo convincimento non è immediato. Ancorché sia culminato con l’intervista del corrispondente di PBS Frontline, Martin Smith, dalla provincia di Idlib in Siria. Smith ha parlato con Mohammad al-Jolani. Un terrorista e un leader islamista estremista di alto livello del gruppo Hay’at Tahrir al-Sham. Il Comitato di liberazione del Levante, per comodità HTS. Questo è il nome che si sono dati i militanti di al-Qaeda in Siria e rappresenta una formazione militante salafita attiva nella guerra civile siriana. Soprattutto nella provincia di Idlib, nella Siria nord-occidentale e vicina al confine turco. E ora trasformata in una mini enclave teocratica.

Dubito ergo sum

Eppure i dubbi rimangono. Intanto, non è chiaro il perché gli Usa avrebbero dovuto vedere questi gruppi come “risorse”. Terroristi che fino a poco tempo fa incoraggiavano l’11 settembre e sostenevano il terrorismo genocida. Inoltre, non è immediato accettare il fatto che alcuni funzionari statunitensi abbiano flirtato per tutti questi anni con i gruppi religiosi estremisti. Tra cui le organizzazioni legate ad Al Qaeda. Che sia la storica superbia atlantista, che ritiene di poter manovrare chiunque a suo piacimento? Eppure, la storia dimostra come i ribelli si siano dimostrati più mine vaganti che pedine sulla scacchiera. Lo stesso era successo contro l’Iran e i gruppi sovietici. Anzi, questi gruppi non solo trascorrono il proprio tempo attaccando la popolazione locale e sterminando le minoranze. Ma puntano anche le armi contro i loro sostenitori in Occidente.


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L’interesse degli estremisti siriani

Eppure, l’ex inviato Usa in Siria James Jeffrey ha riferito a Smith che l’organizzazione di Jolani era una “risorsa” per la strategia statunitense. Dunque, dovremmo prendere la notizia come oro colato? No di certo. Ogni affermazione va dimostrata. D’altronde, Jeffrey parlava con cognizione di causa dato che era anche a capo di un ufficio separato presso la coalizione anti Isis guidata dagli Usa. Quindi, tale rivelazione fa capire con quale convinzione gli Usa siano stati propensi a collaborare con gli estremisti siriani sostenuti dalla Turchia. O, al più, a far avanzare l’occupazione turca nella Siria settentrionale e a favorire l’emancipazione dei gruppi estremisti. Gruppi che ledono le minoranze religiose e i diritti delle donne. Ma lo stesso Jolani, l’altro lato della medaglia, è stato altrettanto propenso a stringere accordi con Washington.

La storia è ciclica?

Tutto questo ricorda i giorni in cui gli jihadisti erano accorsi per combattere al fianco degli statunitensi contro i sovietici in Afghanistan, negli anni ’80. La differenza è che quei combattenti non erano jihadisti, almeno all’inizio. Ma furono assoldati da Al Qaeda solo in seguito. In effetti, al Qaeda aveva trovato un terreno fertile in Afghanistan grazie all’instabilità della politica che era seguita alla guerra contro i sovietici. E dopo che i talebani erano tornati al potere. Ma se in Afghanistan il maggior gruppo jihadista mondiale era davvero un fenomeno “di seconda generazione”, in Siria l’estremismo aveva chiuso il cerchio. In cui i pochi estremisti rimasti mercanteggiavano con gli Usa, sventolando loro la proposta di diventare alleati contro la Repubblica islamica.


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La rivelazione

Alla PBS, Jolani ha ammesso come l’area che controllava il suo gruppo in Siria, oggi sotto la Turchia, non rappresenti una minaccia per la sicurezza dell’Europa e degli Usa. “Questa regione non è un banco di prova per l’esecuzione della jihad straniera“, ha detto.

Gli estremisti siriani al soldo degli occidentali?

Per il Jerusalem Post, sarebbe un modo come un altro per dire, molto mestamente, che Idlib sia una provincia ideale per lo svolgimento del jihad locale. Un trampolino dal quale era stata lanciata anche l’Isis. Prima attraverso sommosse “locali” e poi con lo sterminio delle minoranze. Fino al terrorismo su scala internazionale. Intanto, Jolani e i suoi si sono messi su piazza. E sono interessati al mercato occidentale. Ancora non è del tutto chiaro il perché. Ma questo tipo di gruppi cerca da anni di ottenere il sostegno dell’Ovest del mondo per perseguire le proprie attività di sterminio locali, religiose ed estremiste.

Usa ed estremisti siriani

Nelle aree controllate da HTS le donne non hanno ruoli decisionali che diano una visibilità pubblica. Tantomeno incarichi pubblici. Mentre gli estremisti hanno fatto terra bruciata attorno alle minoranze religiose, che sono costrette a lasciare le loro case. Per questo, dal 2012 Jolani e il suo gruppo Jabhat al-Nusra (il Levant People’s Support Front concentrato ad Aleppo) sono considerati un gruppo terroristico dal Dipartimento di Stato Usa. Il gruppo è stato coinvolto in violenti attacchi “settari”. A ben vedere l’HTS, che gestisce Idlib e lavora con la Turchia, è la versione aggiornata di Nusra e Al Qaeda in Siria. Ma a differenza di altri gruppi di estremisti siriani che sono diventati mercenari per la Turchia, molti dei quali combattono ancora per le milizie turche, l’HTS è rimasto un fenomeno irreggimentato.


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Ad esempio, gli estremisti siriani sostenuti dal contingente turco hanno ripulito etnicamente la città siriana di Afrin di 160 mila curdi nel 2018. Poi, li hanno attaccati nuovamente nell’ottobre 2019. Quando l’ex presidente Donald Trump aveva ordinato il ritiro delle truppe della Siria nord-orientale.

Estremisti siriani come opzione

Ma per l’inchiesta di PBS, l’ex inviato Usa in Siria vedeva gli estremisti come un’opzione per la politica statunitense. In effetti Jeffrey, che ha servito anche come ambasciatore sia sotto l’amministrazione repubblicana che quella democratica, ha riferito a Smith come l’organizzazione di Jolani fosse una risorsa per la strategia statunitense a Idlib. Perché “Sono il male minore“, ha riferito. E “Idlib è uno dei luoghi più importanti in Siria, che (a sua volta) è uno dei luoghi più importanti in questo momento in Medio Oriente“, aveva detto Jeffrey in un’intervista dell’8 marzo. Eppure, questo non spiega ancora in base a quali criteri alcuni funzionari statunitensi abbiano preso le loro decisioni. Anche se negli anni in cui ha lavorato per il governo Usa, Jeffrey ha cercato di incoraggiare un più stretto interventismo della Turchia a sostegno della Siria. Oltre che d’incoraggiare una maggiore cooperazione degli Usa con Israele contro l’Iran.

Usa guarda alla Turchia

A quel tempo, i lobbisti di Washington ad Ankara sostenevano che la Turchia sarebbe stata in grado di “contenere” l’Iran. E che la geopolitica degli Usa si sarebbe tradotta in una più stretta collaborazione con la Turchia. Nel frattempo, il governo turco guidato dal partito AK e dall’autoritario Recep Tayyip Erdogan. Per altro sempre più anti occidentale. Il quale acquistava l’S-400 dalla Russia mentre lavorava con Iran, Russia e Cina. Per di più, la Turchia ha sostenuto la pulizia etnica in Siria. Permettendo per anni ai membri dell’Isis di attraversare il suo territorio. Ad esempio, quando nell’ottobre 2019 il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi ha ucciso due dei suoi figli prima di togliersi la vita a causa delle pressioni statunitensi, il suo corpo fu trovato proprio a Idlib. Vicina alla Turchia.


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Una rete di estremisti siriani

Allora com’è possibile che gli Usa stiano guidando una coalizione contro l’Isis, da un lato. Mentre considerino i gruppi di estremisti siriani, una costola dell’Isis, come una risorsa dall’altro? E non chiarisce il motivo per cui il leader dell’Isis sia riuscito a fuggire da Mosul e Raqqa così facilmente. Attraverso la Turchia di Erdogan e con l’appoggio dell’HTS di Jolani. Infine non è chiaro perché gli estremisti a Idlib, dove sono comparse alcune minoranze yazidi schiavizzate dall’Isis nel 2014, sarebbero una “risorsa” per lo stesso governo che ha combattuto l’Isis. Quello statunitense. L’unica cosa che avrebbe senso è che una parte del governo Usa volesse combattere effettivamente gli estremisti siriani. Mentre l’altra consideri i gruppi come quello di Jolani una risorsa. Perché non si può pensare che gli Usa soffrano di bipolarismo.

Gli Usa cosa pensavano?

Ad esempio, durante l’amministrazione Trump i membri del team del Dipartimento di Stato vicini alla Turchia erano apertamente sprezzanti nei confronti del Pentagono. Oltre che della componente militare della coalizione guidata dagli Usa al Comando Centrale. In questo senso, l’HTS potrebbe essere una “risorsa” contro le forze democratiche siriane sostenute dagli statunitensi. Dunque, è possibile che il Dipartimento di Stato pensasse di poter utilizzare gli estremisti a Idlib per combattere i partner delle SDF del Comando Centrale statunitense. Del resto, il governo degli Usa lo aveva già fatto nel 2016, quando la Turchia aveva invaso parte della Siria vicino a Manbij. L’occupazione era una reazione al fatto che le SDF sostenute dagli Usa avevano sottratto la città della Siria settentrionale all’Isis. Allora, la Turchia era intervenuta per assicurarsi che l’Isis non fosse sconfitto troppo rapidamente e impedire che queste aree venissero gestite dai curdi.

Schizofrenia?

D’altronde, alcuni funzionari Usa che si erano opposti all’amministrazione Obama riguardo all’accordo con l’Iran e alla guerra all’Isis, iniziata nel 2014 mentre avveniva il genocidio degli yazidi da parte dei terroristi, erano gli stessi che credevano che l’obiettivo principale dell’America fosse di collaborare con la Turchia in Siria. La Turchia affianca da sempre l’Iran e la Russia in Siria. Soprattutto, non vuole spodestare il regime di Assad. Eppure, questi stessi funzionari statunitensi ritenevano che la Turchia e alcuni estremisti siriani potessero essere facilmente convinti a combattere l’Iran in Siria. Secondo questa logica bizzarra, se non schizofrenica, questi funzionari volevano dare un potere senza precedenti ai ribelli. Invece, il risultato che hanno ottenuto è stato quello di aver dato all’Iran e a Hezbollah un buon motivo per entrare in Siria.


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Estremisti siriani e Russia

Allo stesso modo, l’ascesa dei gruppi islamisti ha permesso alla Russia di entrare in Siria con il pretesto di “combattere l’Isis”. Ora, le aree occupate dagli estremisti nei pressi di Albukamal e Deir Ezzor fanno parte della rete iraniana di traffico di armi che minaccia Israele. Quindi, dare potere agli estremisti ha finito per dare potere anche all’Iran. Se questo fosse il risultato sperato fin dall’inizio, tutto bene. Ma il problema è che non è così. Eppure, la teoria era piuttosto semplice. La Turchia si sarebbe convinta a combattere l’Iran in Siria se gli Usa avessero dato più sostegno agli estremisti a Idlib. L’idea era che alcuni funzionari statunitensi dell’era Trump avrebbero sabotato la politica estera di Obama. Vendicandosi dei loro colleghi statunitensi che avevano voluto la creazione delle SDF guidate dai curdi nel 2015. Brett McGurk, uno degli artefici di quella politica, ha lasciato l’amministrazione Trump nel 2018.

Una divergenza di opinione

Sarebbe tornato poi sotto l’amministrazione Biden. Ma per il 2019 e il 2020 ha lasciato una finestra aperta che ha permesso ad alcuni funzionari statunitensi di annullare ciò che aveva contribuito a creare. Ciò che va considerato ora è lo storico legame tra il Dipartimento di Stato Usa e la Turchia. Un fenomeno che risale alla crisi di Manbij del 2016, quando i funzionari Usa sembravano dire alla Turchia che Washington non avrebbe appoggiato le SDF per prendere la città siriana. Intanto, il CentCom ha continuato a lavorare a stretto contatto con le SDF. Ma il misunderstanding ha provocato ripercussioni disastrose, scatenando una crisi dopo l’altra. Ciò che è peggio, è che ha alimentato la competizione tra il Dipartimento di Stato americano, la CIA e il Comando Centrale. Mentre la Turchia si riciclava come leader alternativo per prendere Raqqa.


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Gli Usa giustificano gli estremisti siriani

In una dichiarazione dell’ottobre 2017, l’ex segretario alla Difesa Ash Carter aveva scritto di come gli Usa “avrebbero iniziato a isolare Raqqa“. Questo “Sia in preparazione per l’assalto alla roccaforte del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi sia, altrettanto importante, per proteggere i cittadini in Europa e negli Stati Uniti“. Come? “Interrompendo il flusso di agenti terroristici dalla Siria attraverso la Turchia verso l’Occidente“, scriveva Carter. “La Turchia era meno interessata a combattere l’Isis che a impedire ai curdi nella Siria orientale di collegarsi con quelli della città di Afrin“, osservava. Di certo il funzionario era stato sincero nel suo articolo. “Ci sono state segnalazioni secondo cui alcune unità che avevamo addestrato ed equipaggiato avevano consegnato attrezzature fornite dagli Usa al Fronte Nusra, affiliato siriano di al Qaeda“.

Un cambio di rotta?

La squadra di Carter non voleva lavorare con gli estremisti siriani ed era evidente che la Turchia non sarebbe stata d’aiuto. Ciò nonostante il team Trump cercava di modificare il corso degli eventi in Siria. Da una parte lavorava con gli estremisti a Idlib. Dall’altra tentava di sabotare il rapporto di Washington con le SDF. In parte, per tornare all’amministrazione Obama secondo il Jerusalem Post. Ora l’America dovrà fare i conti con quell’eredità. Ancora non sappiamo se Jolani farà accordi con gli Stati Uniti, trovando sostenitori nella Washington di Biden. Del resto, l’amministrazione democratica non pare altrettanto ossessionata dall’Iran. Inoltre, bisogna considerare che l’Aquila sta perdendo il suo dominio nella regione mediorientale. Ormai di Russia e Cina.

Il punto

A questo punto, sembra che Jolani non abbia giocato bene le sue carte. Almeno non tanto da presentarsi agli occhi di Biden come una risorsa valida contro la Repubblica islamica. Semplicemente, si limita a promettere il suo impegno nel combattere il regime di Assad. Ma per ora resta una dichiarazione d’intenti. Piuttosto, i fatti dimostrano come gli estremisti siriani siano preoccupati più che altro a controllare il modo in cui si vestano le donne. E a trasformare Idlib in un enclave religiosa estremista. Una base operativa. Un po’ come era avvenuto con l’Isis.


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