Esercito americano: lesioni cerebrali in aumento dopo l’attacco dell’Iran

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Il 10 febbraio scorso, l’esercito americano, a seguito di esami svolti sui soldati delle truppe coinvolte nell’attacco alla base di Ain-al-Asad, ha rilevato un elevato numero di casi di trauma cranico come conseguenza dell’attacco missilistico.

Nessun militare è stato ucciso quando l’Iran ha sparato missili contro la base di Ain al-Asad in Iraq, rappresaglia scoppiata a causa dell’uccisione, da parte degli Stati Uniti, del generale Soleimani, avvenuta il 3 gennaio in un raid all’aeroporto di Baghdad.  

È stata l’Agenzia Reuters la prima a riferire, il 10 febbraio, che sono stati registrati nelle truppe americane oltre 100 casi di trauma cranico (TBI), rispetto ai 64 riportati a gennaio.  

Il Pentagono, in una dichiarazione, ha confermato che, fino ad ora, a 109 membri dell’esercito sono state diagnosticate lievi lesioni cerebrali traumatiche e che 76 di loro sono anche tornati in servizio.   

L’esercito statunitense era preparato a un aumento dei casi di lesioni nelle settimane successive all’attacco, anche perché, una volta causate, i sintomi non si manifestano immediatamente ma dopo un determinato periodo di tempo.  

Il generale dell’esercito Mark Milley ha dichiarato che comunque tutti i casi diagnosticati sono di lieve entità, anche se la gravità delle lesioni, quindi l’entità dei loro effetti, potrebbe cambiare nel corso del tempo.     

Quello che ci si chiede e che desta preoccupazione è se queste conseguenze, nefaste per i membri dell’esercito, siano state adeguatamente valutate e attenzionate dalla politica americana e se sia stata loro accordata la giusta rilevanza.

Il senatore repubblicano americano Joni Ernst ha affermato che è necessario approfondire la questione e su Twitter scrive “Ho invitato il Pentagono a garantire la sicurezza delle nostre forze schierate che potrebbero essere esposte a ferite esplosive in Iraq“.   

Il presidente Trump sembra che abbia minimizzato il problema, dicendo che “aveva sentito dire che avevano mal di testa e un paio di altre cose” a seguito dell’attacco, suscitando critiche da parte di legislatori e veterani statunitensi dell’esercito.   

Di contro, invece, sono anni ormai che le autorità sanitarie cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità delle lesioni cerebrali, comprese le commozioni cerebrali.  

Dal 2000 fino ad oggi, i militari cui sono stati diagnosticati danni cerebrali, secondo i dati del Pentagono, ammontano a circa 408.000.

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