La capacità di comprendere appieno  lo stato d’animo altrui che si tratti di gioia o dolore, comunemente chiamata empatia, è una virtù congenita e fa parte del corredo genetico degli individui che posseggono tale capacità, in quanto non si acquisisce con uno sforzo intellettuale di una specie, così come hanno dimostrato gli studi sui neuroni specchio scoperti da Giacomo Rizzolati.

Questa virtù, a volte, può costituire una vera e propria condanna per tutti coloro i quali hanno la capacità di fare propri gli stati d’animo altrui. Interessante l’origine etimologica di questo termine che deriva dal greco antico ”empateia”  a sua volta composto da”en” che significa dentro e la  parola ”pathos” che significa sentimento. Con questo termine si indica, dunque, la capacità di sentire dentro e di consentire la percezione della natura esterna come interna appartenente al nostro corpo.

Caratteristica fondamentale degli empatici  è l’attitudine  ad offrire attenzione ad un’altra persona  mettendo da parte  pensieri e preoccupazioni personali, inoltre l’empatico  basa la qualità delle proprie relazioni sull’ascolto non valutativo e si concentra sui sentimenti e  sui bisogni emotivi  fondamentali dell’altro.

Secondo l’autore di “The mating mind” , Geoffrey Miller, l’empatia  si sarebbe sviluppata perché ”mettersi nei panni dell’altro” costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l’uomo è in continua competizione con gli altri uomini.

L’empatia dunque è un dono straordinario e chi lo riceve può considerarsi davvero una persona fuori dal comune quasi un supereroe. Libri, film o fumetti raccontano spesso di uomini con qualità fuori dal comune o poteri che riescono dove i comuni mortali  fallirebbero miseramente ed è lecita la nostra invidia dopo aver chiuso un libro che racconta delle prodezze altrui o dopo aver messo un piede fuori dalla sala cinematografica dove i  protagonisti sullo schermo hanno dato spettacolo con azioni magnifiche, ma  basterebbe riflettere un attimo e capire che anche noi comuni mortali al pari dei supereroi raccontati da pellicole e carta stampata abbiamo la possibilità di affinare un potere speciale: l’empatia appunto.

Bisognerebbe mettere a tacere sé stessi per stare più attenti a ciò che ci circonda, a cio’ che gli altri ci comunicano con un gesto, una parola, una frase, un sorriso, una lacrima o anche una loro ”non comunicazione”.

Dio ci ha donato due orecchie ed una bocca proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà, così recita una celebre frase, proprio per darci la possibilità di osservare e  capire il mondo che ci circonda  senza necessariamente dover dire  la nostra opinione in ogni circostanza a discapito di tutto e tutti. L’empatia, questo superpotere che chiunque di noi potrebbe affinare è un dono che solo in pochi riconoscono di avere, ma in realtà la neuroscienza colloca la nostra empatia all’interno della struttura celebrale sita tra il lobo parietale, quello temporale e quello frontale, ed è proprio grazie  ai neuroni situati all’interno di questa struttura cerebrale che possiamo accantonare il nostro ego e  compenetrarci sui bisogni e sui sentimenti altrui qualunque essi siano.

Purtroppo però la mentalità, i valori, le credenze e lo stile di vita delle frenetiche  società odierne, inducono  gli esseri umani ad avere sempre meno tempo a disposizione per gli altri e, di conseguenza, ad avere meno tempo per osservare e comprendere con attenzione le sfumature impercettibili che  un gesto o una parola non detta possono veicolare al di là dell’apparenza.

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