Einaudi: il 30 ottobre 1961 l’addio al primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento

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Luigi Einaudi morì il 30 ottobre 1961.

Il 30 ottobre 1961 si spegneva a Roma, a 87 anni, Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica Italiana. In realtà la sua elezione fu storica perché per la prima volta fu il Parlamento a nominare il nuovo inquilino del Quirinale. Prima di lui c’era stato Enrico De Nicola che però era stato eletto in qualità di Capo provvisorio dello Stato dall’Assemblea Costituente il 28 giugno 1946. Il politico napoletano rimase in carica dal 1° luglio 1946 al 31 dicembre 1947. Il 1º gennaio 1948, seguendo la prima disposizione transitoria della Costituzione, assunse il titolo di Presidente della Repubblica, e il suo mandato terminò l’11 maggio quando lasciò il posto proprio a Einaudi.

Nato a Carrù (in provincia di Cuneo) da Lorenzo, funzionario della riscossione delle imposte, e Placida Fracchia, già nel 1888 perse il padre e si trasferì a Dogliani (sempre in Piemonte), cittadina di cui era originaria la madre. I primi studi furono a Savona, quindi frequentò il Convitto Nazionale Umberto I di Torino e poi si diplomò al Liceo classico Cavour del capoluogo piemontese. Successivamente si iscrisse all’Università torinese dove seguì il Laboratorio di Economia Politica diretto da Salvatore Cognetti de Martiis.

Luigi Einaudi è stato docente universitario.

Fu proprio durante il periodo universitario che Luigi Einaudi cominciò ad avvicinarsi al mondo della politica e in particolare al socialismo. Divenne collaboratore della rivista Critica sociale diretta da Filippo Turati fino a quando non cominciò un graduale distacco dall’ideologia socialista che lo portò ad assumere, nei primi anni del Novecento, delle idee più spiccatamente liberiste. Nel 1895, dopo essersi laureato in Giurisprudenza, diventò docente di Scienza delle finanze all’Università di Torino, quindi ottenne anche l’incarico in Legislazione industriale ed Economia politica al Politecnico di Torino e poi in Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano.

La carriera politica di Luigi Einaudi

Il 6 ottobre 1919, su proposta di Francesco Saverio Nitti, Luigi Einaudi ebbe l’onore di diventare senatore del Regno. Nel 1919 affiancò Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe nella stesuta del manifesto del Gruppo Nazionale Liberale romano che, andandosi ad unire ad altri nazionalisti ed ex soldati, si costituì nell’Alleanza Nazionale per le elezioni politiche. Il movimento si dotò di un programma politico significativo, e tra i suoi cavalli di battaglia ci fu soprattutto la volontà di avere uno Stato forte che, pur senza intaccare le autonomie regionali e comunali, sarebbe dovuto intervenire con decisione per contrastare le lungaggini burocratiche, i favoritismi e un certo estremismo democratico. Il politico piemontese è stato tra i primi nella storia a prospettare l’immagine di una Europa federata, una sorta di precursore dell’odierna Unione Europea.

Durante il quinto Governo Giolitti, quando venne varata l’ennesima strategia protezionista, Einaudi iniziò ad appoggiare le strategie economiche e finanziarie del fascismo che in quegli anni avevano in Alberto De Stefani il loro principale punto di riferimento. Non a caso divenne ministro delle Finanze con il governo Mussolini. Il senatore piemontese però, se da un lato approvò le riforme economiche di De Stefani, dall’altro non apprezzò quelle costituzionali varate da Mussolini. In particolare, non gradì l’approvazione della legge elettorale maggioritaria e, in seguito al delitto Matteotti, decise di schierarsi apertamente tra coloro che volevano la reintroduzione dello Stato liberale precedente al fascismo.

Einaudi si oppose al regime fascista.

La dittatura fascista costrinse Luigi Einaudi a ridurre la sua attività universitaria e anche ad allontanarsi dall’impegno politico. Nel 1925 firmò senza alcun indugio il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce. Diventato un aperto oppositore del regime di Mussolini, fu allontanato dall’insegnamento sia alla Bocconi che al Politecnico di Torino. Benedetto Croce lo convinse a non lasciare anche la cattedra di Giurisprudenza, sopportando l’obbligo del giuramento di fedeltà al fascismo per continuare a diffondere i suoi insegnamenti basati sull’idea di libertà, evitando così che al suo posto arrivasse un altro docente vicino alla dittatura.

La sua opposizione al regima fascista continuò quando fu tra i 46 senatori che espressero voto contrario alla legge elettorale che avrebbe introdotto la lista unica del Gran consiglio del fascismo. Inoltre preferì non partecipare alla pronuncia sulla ratifica dei Patti Lateranensi e non appoggiò la Guerra d’Etiopia e nemmeno l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938.

La caduta del fascismo e l’approdo al Quirinale

Con la fine della dittatura fascista, il 31 agosto 1943 Luigi Einaudi diventò rettore dell’Università di Torino. Quando si verificò l’invasione dell’Italia da parte dei nazisti, il senatore preferì rifugiarsi in Svizzera dove scrisse le Lezioni di politica sociale e mantenne i contatti con numerosi intellettuali anti-fascisti, tra i quali vi erano soprattutto Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Quando questi ultimi fondarono il Movimento Federalista Europeo, l’accademico piemontese vi aderì con entusiasmo. Il suo rientro in Italia avvenne il 9 dicembre 1944.

Da quel momento Einaudi ricoprì diverse cariche di prestigio: da Governatore della Banca d’Italia a membro della Consulta Nazionale. Alla vigilia del referendum istituzionale, scrisse un articolo sul quotidiano L’Opinione nel quale spiegò perché avrebbe dato il suo voto in favore della monarchia. Nel 1946 entrò a far parte dell’Assemblea Costituente e due anni dopo diventò di diritto senatore della Repubblica. Fece poi parte del quarto Governo De Gasperi (1947-1948) come vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro delle Finanze e del Tesoro. Quando i due dicasteri furono scorporati, nel 1947 passò al Ministero del Bilancio.

La politica economica di Einaudi puntò ad una sensibile riduzione delle tasse interne e anche dei dazi doganali. Le sue riforme furono una sorta di lascia-passare per il boom economico che avrebbe vissuto l’Italia negli Anni ’50-’60.

L’8 luglio 1978 Sandro Pertini fu il primo socialista a diventare Presidente della Repubblica

Il 1948 fu l’anno del suo approdo al Colle. Il presidente del Consiglio di quel periodo, Alcide De Gasperi, propose come candidato alla Presidenza della Repubblica il ministro degli Esteri Carlo Sforza. Questi però non ottenne l’approvazione delle forze politiche di sinistra. Durante le votazioni non arrivò alla maggioranza perché una parte dei democristiani si rifiutò di indicarlo come nuovo Capo dello Stato. In particolare, fu la corrente di sinistra della DC, capeggiata da Giuseppe Dossetti, a dirsi contraria a Sforza.

Luigi Einaudi è stato il primo Capo dello Stato eletto dal Parlamento.

Dopo i primi due scrutini andati a vuoto, i leader democristiani capirono che era necessario virare su un altro nome, e candidarono proprio Luigi Einaudi. Il suo profilò trovò il benestare anche di liberali e socialdemocratici e così l’11 maggio 1948, al quarto scrutinio, lo statista piemontese divenne il secondo Presidente della Repubblica Italiana, il primo della storia eletto dal Parlamento.