A sette anni dal colpo di Stato militare che depose l’ex presidente M. Morsi, eletto democraticamente, lo spettro di una dittatura ancora più repressiva incombe nuovamente sul Paese dei faraoni.

L’uffico politico della “Egypt’s support Coalition” ha comunicato di aver presentato un pacchetto di riforme costituzionali che introduce alcune novità, tra cui una seconda camera chiamata “Senato” e la nomina di uno o più vice presidenti.

La novità di maggior rilievo, che, non a caso, ha suscitato polemiche, è l’estensione del mandato presidenziale da quattro a sei anni.

Molti politici, attivisti per i diritti e giornalisti hanno respinto in toto queste riforme costituzionali: estendere, infatti, il mandato del presidente significherebbe aprire la strada ad una nuova dittatura. Il dissenso è stato anche manifestato sui social network, con la presentazione del simbolo “No a modifiche costituzionali” .

Vale la pena ricordare che fra i più accaniti critici vi sono politici del calibro di M. al-Baraday, vice presidente dell’Egitto ad interim (2013) e di Adly Mansur, presidente provvisorio dell’Egitto (2013-2014).

Le modifiche alla carta costituzionale egiziana non dovrebbero stupire, poichè non è la prima volta che la legge fondamentale è sottoposta a revisione.

Costituzione 2014

Rispetto alla Carta varata sotto la presidenza Morsi (2012) di stampo islamista, l’attuale cosituzione sembra presentare delle differenze sostanziali rispetto a quella precedente. Infatti, all’art. 2, si fa espressamente riferimento alla Sharia (legge islamica) come fonte della legge, tuttavia, rispetto all’epoca Morsi, scompare il riferimento ad al-Azhar come supervisore della legge.

Un altro articolo dell’attuale costituzione degno di menzione, e che rappresenta una novità, è l’art.11 che stabilisce la parità tra uomini e donne in tutti gli ambiti della società. Le donne hanno il diritto di accedere a cariche pubbliche e lo Stato ha il dovere di proteggerle da ogni forma di violenza.

L’art. 52 Cost. è dedicato alla tutela contro ogni forma di tortura, ques’ultima, inoltre, non è soggetta a limiti di prescrizione. Alla protezione contro la tortura è dedicato anche l’art. 54 Cost. che obbliga di condurre un sospetto davanti alla magistratura entro 24 ore dall’arresto, con la possibilità di essere assistito da un legale.

A questo punto sembra opportuno ricordare come l’Italia abbia introdotto il reato di tortura con estremo ritardo (art. 613 ter codice penale) rispetto all’Egitto, ritardo per nulla compensato dalla bontà della norma, atteso, ad esempio, che la c.d. “tortura di Stato” costituisce circostanza aggravante del reato in parola, con tutto quel che ne consegue sul piano del regime giurdico, in primis, il possibile bilanciamento di essa con le circostanze attenuanti.

Il diritto di manifestare (art.73), riconosciuto sulla carta, dà la possibilità ai cittadini di organizzare manifestazioni pacifiche, tuttavia il ministro degli interni può vietare e negare le manifestazioni, e come se non bastasse, può autorizzare l’uso della forza (anche letale) per disperderle.

L’articolo che più di tutti desta maggiori perplessità è il 204, poichè dimostra che il motto gattopardesco “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” si applica perfettamente anche all’Egitto. Infatti, come ai tempi di Mubarak, anche l’attuale costituzione prevede che i civili possano essere processati nei tribunali militari, mentre i militari possono essere sottratti alla giurisdizione di quelli civili.

L’articolo 204 prescrive che chiunque commetta un attacco diretto contro le forze armate o contro beni appartenenti ai militari, possa comparire davanti ad un tribunale militare.

Quest’articolo è ambiguo, e presenta un notevole deficit in punto di tassatività/determinatezza, considerato che non è chiaro il motivo per il quale i civili debbano essere giudicati da un tribunale militare. La giustizia civile non è sufficiente forse?

Per dimostrare quanto potere abbiano ancora i militari in Egitto, il giocatore dello Zamalek Shikabala ha rischiato di finire davanti ad un tribunale militare, dopo un litigio con un soldato in borghese.

Controversie sulle modifiche costituzionali

Come si è detto, le modifiche costituzionali non sono una novità, inoltre già da tempo si alludeva ad ulteriori cambiamenti. Basti pensare che nel settembre 2015, in un discorso che il generale al-Sisi tenne all’università di Suez ricordava che: ” la costituzione è stata scritta con buone intenzioni, ma gli Stati non si costruiscono con le buone intenzioni”. La stampa di regime gli ha fatto eco, predicando un cambio della costituzione.

Se è vero che da più parti, si chiede a gran voce di estendere il mandato di al-Sisi, è altrettanto vero che, a fermare i desiderata dittatoriali, dovrebbe pensarci l’ articolo 226 della costituzione, che stabilisce l’impossibilità di modificare i testi che riguardano la rielezione del presidente.

A questo punto una riflessione va fatta. Se l’Egitto vuole essere un Paese moderno, non è meglio che modifichi la costituzione in senso più democratico? Ovvero, non è meglio che si riduca l’influenza dei militari nelle istituzioni varando riforme che ne limitino il potere sulla società?

Salvo ripensamenti, il referndum nazionale che si dovrebbe tenere agli inizi di maggio, in concomitanza con l’inizio del Ramadan, sarà certamente vinto dall’establishmnet che vuole concedere ad al-Sisi la possibilità di candidarsi per altri due mandati. Del resto, come possono le forze armate, da sempre alla guida del Paese, ad eccezione di Morsi, rinunciare al potere? .





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