Ecco la manovra nata per scoraggiare l’attività di impresa

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Il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo che introduce disposizioni integrative e correttive al Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

Pensando alla situazione di diverse aziende italiane sembrerebbe un decreto pensato per mettere in crisi l’impresa…

Vediamo il perché e quali sono le novità introdotte:

Le novità introdotte alla legge 19 ottobre 2017, n. 155″ sono:

– chiarire la nozione di crisi, sostituendo all’espressione “difficoltà” quella di “squilibrio” e ridefinendo il cosiddetto “indice della crisi”, in modo da renderlo maggiormente descrittivo di una situazione di insolvenza reversibile piuttosto che di una situazione di predizione di insolvenza;

– riformulare le norme riferite alle situazioni in presenza delle quali è possibile presumere lo svolgimento, da parte di un’impresa, dell’attività di direzione e coordinamento;

– chiarire la nozione di gruppo di imprese, precisando che sono esclusi dalla definizione normativa oltre che lo Stato anche gli enti territoriali;

– ridefinire le “misure protettive” del patrimonio del debitore;

– rendere più stringenti le norme relative alla individuazione del componente degli “Organismi di composizione della crisi d’impresa” (OCRI) riconducibile al debitore in crisi.

Pertanto volendo essere più discorsivi ed analizzando in precisone l’ultimo punto il rischio più grande è che citando ad esempio un amministratore di una srl(società a responsabilità limitata), risponderebbe in proprio dei debiti della società.

Di fatto, sull’autonomia patrimoniale perfetta della srl, ovvero della capacità dell’ente di rispondere unicamente con il proprio patrimonio, lasciando inalterate le posizioni delle persone fisiche che lo compongono (soci e amministratori), c’era già più di qualche dubbio.
In ambito tributario, infatti, esiste da anni una fattispecie, la c.d. “ristrettezza della base sociale”, secondo cui i maggiori utili accertati a carico di una srl si traducono, quasi automaticamente, in maggiori redditi accertati in capo ai soci persone fisiche, con richiesta di imposte dirette a danno di costoro. Questo si verifica quando la srl è “a base ristretta”, ovvero quando è composta da un numero esiguo di soci persone fisiche, magari in rapporto di parentela tra di loro, la classica società moglie e marito al 50%, per intenderci e fare un esempio concreto, ma anche la società tra genitori e figli e casistiche similari.

In tali contesti, se il fisco accerta dei maggiori redditi sulla società (con imposte a carico dell’ente), si verifica un ulteriore presupposto per estendere la pretesa fiscale in capo alle persone fisiche, che ne risponderanno con i propri patrimoni.

La presunzione è che, essendo la società “a base ristretta”, è plausibile ipotizzare che quei maggiori utili accertati alla società siano stati distribuiti ai soci persone fisiche, spettando a costoro l’onere di fornire la prova contraria (cosa a volte molto difficile).

Nell’opinione comune, c’è la percezione che per fare una cosa del genere, sia il fisco a dover “provare” che gli utili siano stati distribuiti. Niente di più sbagliato!!!

 L’elemento noto della “ristrettezza della base sociale” è sufficiente a sostenere la presunzione. Il fisco si avvale della presunzione, avallata dalla Cassazione, invertendo l’onere della prova sul contribuente. Non è il fisco a dover provare che gli utili sono stati distribuiti, bensì è il contribuente a dover provare (non è ben chiaro come) il contrario. Se ciò non avviene, la verifica degli utili extra bilancio in capo alla srl si traduce in aggravio personale a carico dei soci.

Basti pensare che in tutto il mondo esistono delle formule societarie che consentono di limitare i rischi a chi decide di intraprendere un attività di impresa, ahi me e ahi noi, in Italia si fa di tutto per limitare gli imprenditori e scoraggiare una qualsiasi attività.

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