Dorian Gray: il mito immortale di Oscar Wilde

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«L’unico modo di liberarsi di una tentazione è abbandonar visi. Resisti, e la tua anima si ammalerà del desiderio delle cose che si è proibite, di passione per ciò che le sue stesse mostruose leggi hanno reso mostruoso e illegale». Per Oscar Wilde ciò che veramente contava nella vita non era tanto cosa si faceva ma come lo si faceva. L’arte, perno centrale dell’esistenza, domina la vita e la natura. Tutta questa visione è sintetizzata nel suo capolavoro, pubblicato per la prima volta nel luglio del 1890. Il ritratto di Dorian Gray è l’emblema dell’estetismo che abbraccia ogni lieve sfumatura del Decadentismo.

Il lettore è completamente immerso in un confine labile tra realtà e finzione, in cui giudica e vive egli stesso le esperienze trionfanti e terrificanti del protagonista, ne segue l’evoluzione. Il cambiamento psicologico di Dorian è evidente dalle prime pagine del romanzo: da ragazzo puro, ingenuo e dedito alla castità delle piccole cose egli muta in un uomo che si rende conto di sé, della sua bellezza e dell’effimera durata di ogni attimo. In quel momento inizia a delinearsi davanti a noi il dualismo interiore: innocenza e desiderio depravato, arte e volgarità, movimento e stasi della sua anima.

Vita e morte sono rappresentanti da ogni personaggio, ad iniziare da Sibyl Vane che, come le rose che pervadono con il loro odore intenso lo studio nelle prime righe, si affaccia alla vita, alle prime esperienze, per venirne immediatamente sopraffatta; Lord Henry, il cinico uomo fatto di mille parole che incantano, plagiano e corrompono le anime più deboli. I suoi consigli, i suoi pareri, sembrano estrapolati di sana pianta da un libro di massime morali, sono sterili ma suonano soavemente, perciò stregano; Basil che con la sua arte, inconsapevolmente, fa da tramite in questo processo di cambiamento.

Sarà proprio Lord Henry a stimolare il germe del dubbio e del terrore in Dorian/Narciso: «la bellezza, la vera bellezza, finisce dove inizia l’espressione intelligente. L’intelletto è di per se stesso una sorta di eccesso e in qualunque volto distrugge l’armonia». Dorian ha tutto: è giovane e incredibilmente bello ma non sa di possedere queste qualità. Ma prima o poi, inesorabilmente, come una folata di vento tutto ciò che valeva la pena di possedere sarebbe svanito nel nulla e lui, Dorian, sarebbe rimasto solo, morto prima di morire. Le labbra sarebbero appassite, i capelli avrebbero perso il color dell’oro: questa rivelazione, insieme al senso più intrinseco della vita, lo colpiscono improvvisamente.  Qui l’ossessione, la malattia di dover preservare quel dono divino: tutto ne valeva il prezzo, persino la sua innocente anima. Tutto pur di vincere la morte.

Inizialmente il ritratto realizzato da Basil è per Dorian un’offesa indecente: quel quadro sarebbe rimasto intatto, ottenendo un’immortale bellezza che a lui non sarebbe più appartenuta. Il patto diabolico è presto sancito: sarebbe spettato al quadro invecchiare, appassire, logorarsi di dissolutezza e perdere ogni barlume di splendore, mentre Dorian avrebbe goduto di ogni scostumatezza e depravazione senza che lo scorrere implacabile del tempo lo sfiorasse. Dorian teme il quadro, ne ha paura, è il simbolo di tutto ciò che ha fatto: dall’assassinio di coloro che più dovevano stargli a cuore fino alle più profonde perversioni; il quadro insinua nel suo immobile e gelato cuore i dubbi, le incertezze, finché la sua vista non sarà assolutamente insopportabile per i suoi occhi: pugnalerà così il quadro, morendo lui stesso dopo aver ripreso le sembianze che avrebbe realmente dovuto avere.

Dorian è un personaggio con cui non si deve obbligatoriamente entrare in sintonia. Le sue stesse azioni gli sfuggono di mano, tanto che esse, ad un certo punto, diventeranno semplicemente “troppo”.

Wilde, con il suo Dorian Gray, ci obbliga a riflettere su un tema eterno che ha sempre angosciato le grandi menti: la caducità della vita. Ogni attimo, per quanto di un sublime incanto, è destinato a morire. La vita stessa, composta da questi attimi, sboccia e appassisce.

Dorian Gray, a sua volta, ci insegna che non è sempre possibile fermare il tempo a nostro piacimento, il doloroso tentativo porta conseguenze. Questa è la ragione per cui l’opera è attuale e viva più che mai nella nostra epoca, immortale, come doveva essere il suo protagonista.

«Il più coraggioso di noi ha paura di se stesso», diceva Wilde.

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