Dopo tanti anni, la Milano del Coronavirus si riposa un po’

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Duomo_Milano
La Milano del Coronavirus - Vignetta di Federica Ulivieri

Ho ventidue anni e abito a Milano da quattro. Attualmente sto vivendo il colmo della mia vita. Quando mi sono trasferita desideravo tanto tornare nel mio paese di provincia, mentre ora non me la sento di lasciare la mia nuova città, la “Milano del Coronavirus“. Okay, non è del tutto volere mio, un po’ di merito lo ha anche il decreto, perciò finché non troverò una valida motivazione per tornare a casa non abbandonerà la mia nave.

Ma facciamo un passo indietro. Mentre tutta Italia ancora usciva per andare a fare lunghi aperitivi o per andare al cinema a vedere l’ultimo film di Verdone, qua a Milano vivevamo i primi segni della “quarantena”. Che poi, piccola parentesi, non me la sento di parlare di “quarantena” o di “isolamento”. Conosco persone che davvero non potevano mettere piede fuori di casa, e paragonare la mia situazione alla loro non mi sembra corretto.

In ogni caso. I primi giorni sono stati un po’ confusionari, strani, passati semplicemente a chiedersi: “Ma settimana prossima torniamo in università? No perché devo ancora fare l’esercitazione”. Eh sì, perché il Coronavirus mica li ferma i professori. Anzi, il Coronavirus li incita a fare di più, a far vedere che non mollano, a farti studiare indipendentemente da tutto. Insomma, i primi giorni si possono riassumere in lunghe conversazioni su Whatsapp fatte di gif animate che provavano a dare una risposta, mentre pian piano la gente si dileguava dalle vie della città.

Ora mi piace descrivere la mia situazione come una lunga lezione di cinema, interrotta da qualche partita di un campionato di calcio estero, dato che anche la Serie A è definitivamente uscita dal campo. Ho anche imparato cos’è il fuorigioco. Insomma, nelle ultime due settimane ho avuto modo di rispolverare vecchi film che volevo vedere da una vita. E anche serie come Lost che il solo pensiero di iniziare già mi stancava. A tutto questo poi, si affianca il secondo paradosso della mia vita, ovvero la mia perenne voglia di stare il più lontano possibile dalla palestra. Un luogo di cui non ne ho mai compreso del tutto il senso. Almeno fino a un mese fa circa, quando ho deciso di fare il grande passo e iscrivermi. Inutile dire che, nel giro di un paio di giorni, mi sono ritrovata con le porte della palestra chiuse a chiave.

Ma se fino a un paio di giorni fa la situazione sembrava essersi risollevata, con i numerosi post targati #Milanononsiferma, ieri, mentre tornavo a casa dal supermercato, ho notato che, dopo l’ultimo decreto, l’hashtag ufficiale è cambiato diventando #iorestoacasa.

Mi sono fermata un attimo e ho iniziato a guardarmi intorno. Quella Milano che tutti descrivono come caotica, di corsa, in costante movimento, sembrava essersi spenta improvvisamente. Sono passata ad occhi chiusi in mezzo a incroci in cui di solito si rischia la vita anche a passare col verde. Ho sentito la mia Milano in silenzio.

Per la prima volta dopo quattro anni l’ho vista riposarsi.

Ieri sera non era più la città della movida, delle file fuori dalle discoteche, dei bar di Corso Como e dell’aperitivo sui Navigli. Non era più la Milano dello shopping in Duomo, della cena a Porta Venezia, della passeggiata a Parco Sempione. Ieri Milano assomigliava tanto al paesino in cui volevo tornare quattro anni fa, silenzioso e calmo.

Insomma, ora che le luci si sono spente e il volume si è abbassato, mi sto rendendo conto di quanto effettivamente mi possa mancare vedere i milanesi correre al lavoro, incrociare la sciura col cane a fare spesa e sedermi accanto a ragazzi con la musica a tutta volume a bere birra fuori dai bar.

Mi piace pensare che dopo anni in fretta e furia, la Milano del Coronavirus ora voglia prendersi una piccola vacanza, riposarsi, dormire per un po’ per poi tornare più carica di prima. Nel mentre, Mediaset ha aggiornato il palinsesto pomeridiano con tanti cartoni che non vedo da un sacco di tempo. In più c’è un libro sulla cassettiera che mi guarda come a dirmi: “Quando vuoi eh, sono passati solo sei mesi da quando hai iniziato”. Ma soprattutto, ci sono gli esercizi dell’università, e quelli nemmeno la peste riesce a scacciarli.

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