Don Luigi Ciotti: regolarizzazione dei migranti”per combattere la “Mafia”

Don Luigi Ciotti: “fondatore del Gruppo Abele e Libera torna a parlare alla vigilia del 23 maggio, anniversario della Strage di Capaci e della morte di Giovanni Falcone”

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Il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, all'interno del Campo dei Miracoli al Corviale in occasione dell'apertura degli Stati generali dell'Antimafia, 23 ottobre 2014 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI


Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e Libera torna a parlare alla vigilia del 23 maggio, anniversario della Strage di Capaci e della morte di Giovanni Falcone. Il suo libro ‘L’amore non basta’, appassionata autobiografia di un uomo che lotta nel nome di tutti, è lo spunto per una conversazione sugli ultimi e sugli invisibili: “Passata la pandemia dovremo resistere alla tentazione di ritornare a una normalità che era già malata prima del virus.


“La regolarizzazione dei migranti è uno strumento essenziale per combattere le mafie e tutte quelle connesse forme di corruzione e illegalità”. Alla vigilia dell’anniversario del 23 maggio e della Strage di Capaci, in cui Giovanni Falcone perse la vita in un attentato mafioso, Don Luigi Ciotti torna a parlare dopo il lockdown. Da qualche giorno è in libreria “L’amore non basta” (Giunti), volume in cui il sacerdote fondatore del “Gruppo Abele” e di “Libera”, due realtà che da molti anni fanno parte della storia migliore di questo paese, racconta la sua esperienza biografica e il suo impegno sociale, attraverso la fede.

 Con l’aiuto di Cecilia Moltoni, che lo ha seguito negli ultimi anni nelle sue iniziative, “L’amore non basta” non è specificatamente un romanzo né una biografia, bensì la storia vivida, talvolta riservata, sempre appassionata e sempre sincera di un uomo che lotta “nel nome di tutti”.

Come ha vissuto il lockdown e come sta vivendo il distanziamento fisico?

Ovviamente con fatica, tanto più che la mia vita è una storia tutta scandita e costruita sui concetti di prossimità, incontro e relazione. Ho quindi cercato – come tanti immagino – di fare di necessità virtù, alimentando sia pure a distanza il sentimento della relazione e della prossimità. Cosa più facile se gli “altri” li riconosci dentro di te e non solo fuori, davanti e attorno a te. Il mio “io” si è sempre espresso e manifestato all’interno di un “noi”, come credo si evinca anche dal libro, una “autobiografia collettiva”.

“L’amore non basta” è un atto d’amore verso un ideale di giustizia sociale. Quando la pandemia sarà passata, resteranno nuove e più profonde ingiustizie. Da cosa dovremo ripartire?

Infatti l’amore è declinato nel libro come sentimento inseparabile dall’empatia, dalla capacità di mettersi nella pelle e nei panni degli altri, premessa dell’impegno sociale. Passata la pandemia la prima cosa a cui dovremo resistere è la tentazione di ritornare a una normalità che era già malata ben prima dell’arrivo del virus. Le attuali ingiustizie hanno una storia lunga e remota, che affonda le radici nel collasso etico e politico di una società – non solo la nostra – che ha tradito l’idea di uguaglianza, di diritto, di bene comune.

Una società disgregata da un’economia selettiva che, con la complicità di gran parte della politica, ha posto il profitto come valore guida permettendo monopoli e abnormi concentrazioni di potere e ricchezza.  Il risultato è sotto gli occhi di tutti: beni comuni trasformati in beni di consumo e di mercato, e distanze sempre maggiori tra una minoranza di super ricchi e masse di poveri, disoccupati, sfruttati, comunque disperati.

La ripartenza richiede allora un nuovo paradigma politico, economico ma innanzitutto sociale e culturale. Bisogna ripensare il concetto di libertà, corrotto dal “liberismo” imperante e irresponsabile. E anche il concetto di limite, senza il quale la libertà diventa abuso, prevaricazione, sfruttamento indiscriminato delle risorse, come dimostra la distruzione ecologica, lo scempio che è stato fatto del nostro pianeta.

Il volume è anche una sorta di storia del nostro Paese dalla prospettiva degli esclusi, degli invisibili. Un compendio di fragilità che ci restituisce la vera essenza di cui siamo fatti: siamo fragili e poco o nulla possiamo. Possiamo però rimediare all’ingiustizia. In questo, quanto è importante per lei ancora la fede?

La nostra fragilità non è contingente perché fragile è la condizione umana. Ma proprio la coscienza di questa fragilità può essere il nostro punto di forza. Se gli esseri umani non si fossero riconosciuti nel corso delle epoche come fragili, come mortali, non credo che si sarebbero organizzati in gruppi, comunità e infine società dove al limite di uno può sopperire la forza e la capacità dell’altro. E dove la stessa morte è meno angosciante nella consapevolezza che la memoria di chi se ne va è custodita dall’affetto e dall’impegno di chi rimane.

Sono la condivisione e la corresponsabilità le basi per lottare contro l’ingiustizia e per costruire giustizia. Quanto alla fede, per me è importante, essenziale proprio come spinta a saldare il Cielo e la Terra, il verticale e l’orizzontale, la spiritualità e la storia. Il credere in un al di là di giustizia, misericordia e amore e l’impegno per costruire già a partire da questo mondo le condizioni per cui ogni persona sia riconosciuta nella sua dignità, libertà, diversità.

Da responsabile del Gruppo Abele e Libera, che clima avverte nel Paese? Come può il variegato mondo del terzo settore, del volontariato e dell’azione sociale tornare a incidere sull’agenda della politica?

Innanzitutto ricostruendosi anch’esso come “noi” cioè unità nella diversità, perché come giustamente dici è un mondo variegato, differente per competenze, storie, riferimenti culturali, ma che dovrebbe condividere un medesimo orizzonte d’impegno: la giustizia sociale e la democrazia, cioè la dignità e la libertà delle persone. Come altrove anche nei nostri mondi ci sono state chiusure, egoismi, personalismi e questo ha giocoforza ridotto il nostro peso politico.

Da sempre dico che l’azione sociale non è cosa per “navigatori solitari”: i problemi sociali sono di tale portata che li si può affrontare solo lottando e costruendo insieme. “Camminare insieme” è del resto il titolo profetico di una Lettera pastorale di un grande uomo di Chiesa che mi è stato “padre” e maestro. Padre – così voleva essere chiamato – Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino dal 1965 al 1977.

Cosa risponde a coloro che, nel dibattito mercantile sulla regolarizzazione dei migranti-braccianti, parla di favore alle mafie con la regolarizzazione di queste persone?

Rispondo che la regolarizzazione è uno strumento essenziale per combattere le mafie e tutte quelle connesse forme di corruzione e illegalità che traggono profitto proprio dal mercato nero, dalle zone grigie, dalle commistioni di legale e illegale. Sono dunque obiezioni di chi non sa o finge di non sapere. Quanto alla regolarizzazione dei lavoratori del comparto agricolo e della cura della persona è certo un inizio, un primo passo a cui devono però seguire altri passi per potersi definire una “svolta”. Alcune misure sono ancora insufficienti per estensione e durata. La dignità della persona non è un valore “stagionale”, riducibile a logiche o convenienze di mercato. È l’essenza di una vita libera e responsabile, ed è il fondamento della democrazia.

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