Disinformare: la propaganda ha un account social

Mentre le fake news sono sempre più virali

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La libertà di disinformare passa dai social network. Non solo controllare. Plasmare a proprio vantaggio le informazioni è storicamente un obiettivo cui mirano le grandi dittature. E così sta accadendo nel conflitto israelo-palestinese. In questo caso, la misinformation sulla violenza si sta diffondendo online. Soprattutto grazie ai contenuti virali dei tweet del governo israeliano. Ma non solo.

Chi ha libertà di disinformare?

Questa settimana Ofir Gendelman, un portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha pubblicato un video su Twitter. Il filmato di 28 secondi mostra alcuni militanti palestinesi nella Striscia di Gaza mentre sembrano impegnati a lanciare attacchi missilistici contro i civili israeliani in aree densamente popolate. Almeno, questo è quanto riferisce il collaboratore del Premier. Ma il suo tweet, che ha ottenuto centinaia di condivisioni, era un fake. Non proveniva da Gaza. Non era nemmeno di questa settimana. Piuttosto, quel filmato si può ritrovare su molti canali YouTube e altri siti di hosting di video. Del 2018. Certo, i razzi erano reali. Ma non provenivano da Gaza. Stando alle didascalie originali, gli attacchi provenivano dalla Siria o dalla Libia.

Piccole grosse bugie

Questo era solo un esempio. Ad ogni modo, il video è circolato su Telegram, TikTok e Facebook. Compresi Instagram e WhatsApp, social acquisiti dal colosso di Menlo Park. Il che ha amplificato le fake news riguardanti la situazione in corso a Gaza. Secondo gli esperti di disinformazione, presentare in maniera distorta la realtà è una prassi molto pericolosa, i cui effetti potrebbero avere risvolti drammatici. Basti pensare al fatto che alimenta le tensioni tra cittadini israeliani e palestinesi. Specialmente in un contesto nel quale i rapporti sono già critici. Del resto, soffiare sul malcontento per alimentare le fiamme dell’odio non può che tradursi in una cosa: guerra.


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Disinformare: i media mainstream coprono la guerra

Al fine di verificare la disinformazione, si rendono necessari due strumenti: l’evidenza empirica e il riscontro nel mondo reale. Perché non basta affermare che le piattaforme social abbiano contribuito a plasmare la realtà. A questo punto, è il caso di fare un passo indietro. Per quel che ci è stato detto, le proteste dei palestinesi erano scoppiate in aprile. Più di preciso, quando la Corte Suprema israeliana aveva soppesato la decisione di sfrattare alcune famiglie palestinesi residenti a Sheikh Jarrah. Un quartiere tra l’Est e l’Ovest di Gerusalemme, occupato da Israele. Al loro posto, sarebbero giunti alcuni “coloni israeliani”. La decisione del Tribunale sarebbe arrivata in concomitanza con l’inizio del mese sacro musulmano del Ramadan. Una celebrazione annuale che di per sé genera tensioni.

Il racconto

In considerazione di ciò, la Corte Suprema aveva preferito ritardare la decisione sulle sorti della famiglie di Sheikh Jarrah. Soprattutto per evitare “gli scontri” durante le celebrazioni religiose. Un proposito ragguardevole, ma vano. In effetti, le tensioni erano scoppiate già prima, quando Israele aveva bloccato alla frontiera migliaia di fedeli in pellegrinaggio verso i luoghi sacri dell’Islam. Mai sedate, queste agitazioni erano divampate il 7 maggio. Il culmine si era raggiunto dopo che gli agenti israeliani avevano fatto incursione nella moschea di al-Aqsa, il terzo sito più sacro per i musulmani. Sul Monte del Tempio “gli scontri” avevano provocato il ferimento di oltre 200 fedeli, stando ai resoconti della Mezzaluna Rossa palestinese. Una prevaricazione che ha infiammato gli animi dei palestinesi, che hanno deciso di ribellarsi all’ennesimo sopruso.


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La guerra dallo spioncino dei social

La principale conseguenza degli eventi di Al-Alqsa è stata provocare l’intervento di Hamas. Il governatore de facto della Striscia di Gaza dal 2007. In questo senso, l’organizzazione si è presentata come la paladina nella lotta anti sionista. Facendo della riconquista di Gerusalemme occupata e dell’oppressione israeliana il suo cavallo di battaglia. Anche in vista delle elezioni che si sarebbero dovute tenere a maggio. Un coinvolgimento tutt’altro che disinteressato, ça va sans dire. A ben vedere, però, il conflitto di cui discutiamo ha origini ben più remote. In effetti, il dissidio tra israeliani e palestinesi è in corso da prima del 1967. Sebbene alle volte possa essersi sopito, di certo no si è mai risolto.

Considerazioni

Al contrario, coinvolge tutte le generazioni. Di entrambi i popoli. Un esempio di ciò è quanto accaduto ad aprile. Il che torna utile per spiegare il pericolo della strumentalizzazione dei social network. Ci si riferisce a un video, divenuto subito virale, che mostrava alcuni adolescenti schiaffeggiare dei coetanei ebrei ortodossi sui mezzi pubblici, a Gerusalemme Est. La polizia aveva arrestato due sospetti la settimana successiva, mentre TikTok aveva rimosso il post perché violava le linee guida della community. Ma era già troppo tardi. Le clip di protesta hanno invaso TikTok. A frotte, gli utenti pubblicavano video con l’hashtag #SaveSheikhJarrah, mentre montava l’odio contro gli israeliani.

Disinformare: un commento

In proposito Chris Stokely-Walker, l’autore di TikTok Boom: China, the US and the Superpower Race for Social Media, ha osservato che la facilità d’uso e la popolarità di TikTok hanno permesso la rapida diffusione dei suoi contenuti. Alla BBC, l’esperto ha dichiarato: “La creazione di strumenti per i video tramite l’app è così semplice che chiunque, da un dodicenne a un novantenne, può effettivamente farlo da solo senza troppe noie tecniche“. E ancora. “È anche la dimensione del pubblico: sappiamo che TikTok ha qualcosa come 732 milioni di utenti attivi mensilmente in tutto il mondo. Quindi, se stai postando qualcosa, è probabile che venga visto da molte persone“.


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Disinformare o censurare

Videoclip, infografiche, tweet e meme che mancano di riportare dettagli importanti o piegano la verità, a favore o contro gli israeliani o i palestinesi, circolano incontrollati sui social. Soprattutto i filmati di repertorio, spesso estrapolati senza contesto. “Molte di queste sono dicerie o manipolazioni“, ha detto Arieh Kovler. Analista politico e ricercatore indipendente che a Gerusalemme studia la disinformazione. “Ma in questo momento vengono condivise perché le persone sono disperate nel condividere informazioni sulla situazione in corso“, ha spiegato. “Ciò che lo rende più confuso è che si tratta di un mix di affermazioni false ed eventi reali, riferite al posto sbagliato o al momento sbagliato“.

Disinformare gli USA

La prassi è pubblicare vecchi filmati per farli apparire come attuali. O postare immagini fuori contesto. In entrambi i casi, l’intento è dirottare l’opinione pubblica per favorire una prospettiva piuttosto che l’altra. Questo è accaduto anche negli Stati Uniti. Non solo durante le combattute presidenziali del 2020. Ma anche in occasione della rivolta al Campidoglio del 6 gennaio scorso. Allora, infatti, era apparso un video che mostrava la polizia mentre rimuoveva le barriere per consentire ai rivoltosi di di accedere con più facilità all’edificio. Ma i manifestanti avevano già varcato i cancelli e la polizia si era ritirata per mancanza di personale. Lo ha riferito in seguito PolitiFact. Video altrettanto fuorvianti sono diventati virali durante le proteste di Black Lives Matter dell’estate scorsa.


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La disinformazione in tempo reale

La disinformazione nuoce a tutti. Venerdì, il New York Times ha pubblicato un articolo che accusava l’esercito israeliano di aver minacciato su Twitter l’invasione di Gaza. Un evento che non sarebbe mai avvenuto, nonostante sia valso a “fiaccare” le forze palestinesi con una guerra psicologica. Allo stesso modo, messaggi ostili e pretenziosi si sarebbero diffusi attraverso gruppi WhatsApp. Tra cui file di testo o audio in ebraico che affermavano senza fondamento che le folle palestinesi stavano per “discendere sui cittadini israeliani”. Nonché messaggi in arabo avvertivano che i soldati israeliani avrebbero invaso Gaza. Dal canto suo, Israele ha contestato queste accuse in numerose dichiarazioni. Ma non è tutto.

Disinformare con i post

Uno dei video più virali della scorsa settimana mostrava gli israeliani che ballavano, cantavano e sventolavano bandiere con un incendio sullo sfondo. Subito dopo la pubblicazione, si sono spesi racconti contrastanti sulla dinamica degli eventi. Da una parte, alcuni affermavano che gli israeliani stavano esultando per una moschea in fiamme. Dall’altra, altri spiegavano che si trattasse delle celebrazioni per il giorno di Gerusalemme. In realtà, Reuters ha riferito che si trattava di un albero che aveva preso fuoco nei pressi della moschea, sebbene non sia chiaro se l’incendio fosse intenzionale o meno. Non solo.

Disinformare: Twitter

Un altro post su Twitter mostrava una giovane ragazza che piangeva davanti alla telecamera, dicendo: “Ci stanno bombardando ogni singolo giorno“. Il video è stato condiviso condito di commenti angosciati e hashtag come #FreePalestine. In realtà, la clip risale a tre anni fa e riprende una ragazza siriana che nel video veniva presentata come palestinese. Lo ha reso noto una giornalista di Al Jazeera, Leah Harding. Allo stesso modo, l’immagine di due ragazzi coperti di polvere che si abbracciano è diventata virale su diverse piattaforme. Un simbolo della Resistenza a Gaza. Ma Reuters ha confermato che la foto mostrava due ragazzi siriani dopo un attentato nel 2016.


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Disinformare: le scuse dei social

Giovedì scorso Nick Clegg, vicepresidente degli affari globali di Facebook, e Joel Kaplan, vicepresidente della politica pubblica globale dell’azienda, hanno incontrato il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz. L’occasione era valsa a discutere la diffusione della disinformazione sulla loro piattaforma. Lo riporta Politico. Di lì a poco anche i dirigenti di TikTok si sono uniti al gruppo. Il tutto qualche giorno prima che Israele bombardasse il palazzo di Gaza, sede di Associated Press, Al Jazeera e altre agenzie di stampa. Facebook ha rifiutato di commentare l’incontro. Come riporta Politico, il portavoce della società, Andy Stone, ha detto: “In risposta alla violenza, stiamo lavorando per assicurarci che i nostri servizi siano un luogo sicuro per la nostra comunità“.

Timidi tentativi

Continueremo a rimuovere i contenuti che violano i nostri Standard della community, che non consentono l’incitamento all’odio o l’incitamento alla violenza“, ha aggiunto Stone. Mentre le aziende di social media si dicono impegnate a contrastare la disinformazione. Il che può essere difficile in un mondo sempre più polarizzato. Dal canto suo Christina LoNigro, portavoce di WhatsApp, ha spiegato che la società ha posto dei limiti al numero di volte in cui si possa inoltrare un messaggio. E TikTok ha dichiarato: “I nostri team hanno lavorato rapidamente per rimuovere la disinformazione, i tentativi di incitare alla violenza e altri contenuti che violano le nostre Linee guida della community e continueranno a farlo“. Sarà vero?