Disastri climatici in Sud America: è già troppo tardi?

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Nelle ultime settimane la zona del Sud America è stata interessata da diversi disastri climatici. Se poi aggiungiamo l’intervento umano, la situazione si fa difficile e, forse, irrecuperabile.

Di quali disastri climatici parliamo?

Le eruzioni vulcaniche, lo sappiamo, sono difficilmente prevedibili e fermarle è impossibile. Quanto alle fuoriuscite di petrolio, spetterebbe all’essere umano evitare che accadano. Sono soltanto due dei disastri climatici cui abbiamo assistito ultimamente.


Disastri ambientali i giganti di cui ignoriamo il pericolo


La reazione a catena a Tonga e in Perù

È notizia di appena un mese fa l’eruzione vulcanica avvenuta nell’arcipelago di Tonga, nell’Oceano Pacifico. Il boato è stato percepito fino all’Alaska, ed ha causato una densa nuvola con conseguente coltre di cenere, che ha ricoperto l’isola principale contaminando l’acqua potabile di cui usufruivano decine di migliaia di persone. L’esplosione, riportano gli scienziati della NASA, ha rilasciato una quantità di energia meccanica che supera di 1.200 volte quella della bomba atomica che distrusse la città di Hiroshima. Oltre a questo, nelle ore subito successive si sono registrati 400.000 fulmini, e l’onda d’urto ha continuato il giro della Terra per giorni. Ma quali sono state le cause?

Danni ambientali

Gli scienziati sono ancora al lavoro per comprendere cosa abbia innescato l’eruzione: il pensiero comune è però un terremoto, o una frana. Se pure non ne conosciamo esattamente le cause, abbiamo visto fin troppo bene le conseguenze. Oltre a quelle elencate più sopra, l’eruzione ha dato il via ad un violento tsunami, con la sua scia di case devastate, acqua inquinata e raccolti distrutti: una catastrofe che, secondo le Nazioni Unite, ha colpito l’80% della popolazione dell’arcipelago. E non è finita qui: lo tsunami ha provocato naturalmente onde altissime, che hanno contribuito al rovesciamento di una petroliera a poca distanza dalla costa peruviana.

Un disastro ecologico

Lo sversamento è accaduto lo scorso 13 gennaio, con 6.000 barili di petrolio rovesciati in mare. Questo almeno era il dato iniziale: alla fine del mese la cifra è stata rettificata, portando il numero a 12.000 barili, il doppio. Ricordiamo che i due terzi del Perù sono coperti dalla foresta pluviale amazzonica, habitat tra gli altri di 427 specie di mammiferi. Un disastro ecologico, hanno riportato i funzionari del Ministero degli Esteri: 20 spiagge colpite, 7.000 miglia quadrate di zone protette, con la conseguente morte di uccelli e animali marini.

Le conseguenze di una frana in Ecuador

Alla fine dello scorso gennaio, in Ecuador ha piovuto per ben 24 ore di fila. L’abbondanza di piogge ha causato una frana nella regione della capitale, Quito: ne sono conseguite onde di fango alte tre metri e la morte di almeno 24 persone. Non solo: le rocce rovinate con la frana si sono abbattute su un oleodotto, facendo esplodere il condotto con conseguente fuoriuscita di petrolio. Detto oleodotto appartiene alla società privata OCP Ecuador, è lungo 485 km e può trasportare l’equivalente di 450.000 barili di petrolio al giorno.

La contaminazione delle acque

Inizialmente, la società aveva assicurato che non c’era stata contaminazione delle acque. Soltanto in seguito si è scoperto che in realtà il petrolio era stato sversato nel fiume Coca, riserva d’acqua dolce per 60.000 persone. Oltre a questo, 2 ettari di parco nazionale protetto sono stati danneggiati: il Cayambe Coca National Park accoglie 106 specie di mammiferi, tra cui il puma. Ma anche 395 specie di uccelli, 116 di anfibi e 70 di rettili.

La reazione di Greta Thunberg

La giovane attivista svedese Greta Thunberg ha fatto sentire la sua voce a seguito della frana in Ecuador, con un post su Instagram. “Nel cuore dell’Amazzonia ecuadoriana, per la seconda volta in due anni, l’oleodotto OCP si è rotto, riversando petrolio greggio nei fiumi Coca e Napo. Per i 27.000 indigeni Kichwa che vivono a valle, questo è un incubo. Questa fuoriuscita avrebbe potuto essere evitata, e questo gasdotto in mezzo a fragili ecosistemi amazzonici non sarebbe dovuto esistere. Siamo ben consapevoli delle minacce che questi impianti costituiscono. Il governo ecuadoriano parla di transizione ecologica, ma ha comunque promesso di raddoppiare la produzione di petrolio nel Paese. È tempo che i governi intraprendano azioni concrete contro la crisi climatica e i disastri ambientali. Gli slogan verdi non ci salveranno, e non ci faremo ingannare”.

Crisi climatica e produzione di cibo

Greta Thunberg si è anche espressa circa l’impatto dell’uomo sulla natura. Non ci sono soltanto i governi cui si rivolge, ma anche le persone comuni: già lo scorso anno aveva esortato i suoi follower a prestare attenzione alle loro scelte alimentari. “Il modo in cui produciamo il cibo, allevando animali, sgombrando la terra per coltivare cibo con cui nutrire quegli stessi animali. Tutto questo semplicemente non ha senso” aveva spiegato in un video. “Se continuiamo in questo modo, distruggeremo anche gli habitat della maggior parte di piante e animali selvatici, portando all’estinzione innumerevoli specie. Loro sono il nostro sistema di supporto vitale: se li perdiamo, saremo perduti anche noi”.

Ridurre l’impatto umano sul pianeta

Molti ricercatori hanno di fatto dato ragione alla giovane attivista. Dopo aver osservato i dati di 40.000 aziende agricole, il ricercatore Joseph Poore ha potuto affermare che “una dieta vegana è probabilmente il modo migliore per ridurre il nostro impatto sul pianeta Terra”. Lo scorso settembre, inoltre, un secondo studio ha riportato che quasi il 60% delle emissioni di gas serra legate al cibo sono a carico della produzione di carne.

La foresta pluviale in pericolo

Tutto quanto detto sopra può minacciare anche la foresta pluviale amazzonica. L’80% della deforestazione, riporta il WWF, è a causa dell’allevamento estensivo di bestiame, e il 17% della copertura forestale è andata persa, negli ultimi 50 anni, a causa dell’intervento umano. Infine, come abbiamo già riportato, oggi l’Amazzonia emette più carbonio di quanto ne abbia mai assorbito. I produttori di carne, denuncia Bloomberg, stanno spingendo la foresta pluviale “ad un punto critico, quando non sarà più in grado di ripulire l’aria”. E i governi mondiali non sembrano particolarmente preoccupati del problema: lo scorso gennaio, il solo Brasile ha deforestato 430 kmq di foresta. Sono cinque volte i risultati del gennaio 2021.

Diventare consumatori consapevoli

Negli ultimi tempi, però, sempre più persone stanno prendendo a cuore la faccenda. Dei nuovi iscritti allo Veganuary del 2021, uno su cinque lo ha fatto per motivi ambientali. Del 2022 non ci sono ancora i dati, ma secondo gli organizzatori l’adesione è stata incoraggiante: 630.000 partecipanti questo gennaio. Oltre a questo, un rapporto pubblicato da Waitrose ha riportato che il 38% dei nuovi vegani e vegetariani fa questa scelta per motivi ambientali.

Sapere cosa fare

Sempre nel video di cui sopra, Greta Thunberg ha concluso. “È straziante sapere tutto questo. Ma è anche la nostra opportunità. Sappiamo cosa possiamo fare. Possiamo cambiare il modo in cui coltiviamo. Possiamo cambiare ciò che mangiamo. Possiamo cambiare il modo in cui trattiamo la natura. Alcuni di noi hanno molte scelte, mentre altri non ne hanno affatto. Chi ha più potere ha più responsabilità. E la maggior parte di noi può fare qualcosa”.