Diritto di uccidere e sport: un dualismo di cliché

Alcune dovute riflessioni

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diritto di uccidere

“Attività che impegna, sul piano dell’agonismo oppure dell’esercizio individuale o collettivo, le capacità fisico-psichiche, svolta con intenti ricreativi e igienici o come professione”. Questa è come, nella lingua italiana, si definisce il termine “Sport”. Da questa dichiarazione grammaticale possiamo intendere l’attività sportiva come una fonte di benessere e creatività. Come potrebbe tutto ciò includere il diritto di uccidere?

Qual è il legame fra sport e diritto di uccidere?

Questo bizzarro rapporto può racchiudersi in un unico termine: caccia. Quando si parla di privare un essere vivente del proprio respiro, si fa riferimento a uno dei gesti più gravi che si possano compiere. Eppure, esistono casi nei quali questa convinzione tende a sfumarsi. Come se tutto d’un tratto, il verbo “Ammazzare” diventasse sinonimo di “Necessità”, “Lucro”, appunto “Sport”. In tempi più remoti, la caccia ha rappresentato per gli esseri umani una fonte di nutrimento. Si sa, nel momento in cui la natura non provvede in maniera sufficiente al sostentamento dei suoi abitanti, quest’ultimi devono ingegnarsi al fine di sopravvivere. Da qui nasce la pratica di consumare la carne proveniente da altri animali. Tuttavia, dobbiamo ammettere che rispetto a ere ormai superate, le cose sono cambiate. Almeno per quanto riguarda i paesi occidentali.

Focalizziamoci sulla cosiddetta “Parte fortunata della Terra”. Quella composta da persone abbienti, o quantomeno benestanti. Coloro che non fanno fatica a sbarcare il lunario. Chi non vive con la costante preoccupazione di non riuscire a nutrire se stessi/e e i/le propri/e figli/e in maniera accettabile. Adesso poniamoci una domanda: in uno scenario del genere, davvero possiamo considerare la caccia una necessità? Proviamo a ragionare su questo punto di vista. Sulle ragione per le quali questa pratica viene ancora oggi portata avanti, in certi casi anche con una certa dose d’orgoglio. E sui motivi per i quali sarebbe opportuno quantomeno aprire la nostra mente a un afflato differente.


Oklahoma propone la caccia al leone di montagna


La fatica di cambiare

Si sa. Il cambiamento fa parte del naturale fluire di questo viaggio chiamato vita. Esso è inevitabile. “Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo né le acque del fiume saranno gli stessi”. Così affermava Eraclito nella sua teoria teoria del “Panta Rhei”, “Tutto Scorre”. Eppure, per quanto questo concetto sia di per sé intrinseco nella natura umana, non sempre lo accettiamo in maniera semplice. Questo perché le persone tendono a essere abitudinarie. A impadronirsi dei piccoli gesti. Renderli loro. Dunque, diventa difficile abbandonarli. Succede spesso che quando qualcuno ci fa notare l’erroneità di un nostro gesto, ci sentiamo attaccati/e. Di conseguenza, ci appigliamo a qualsiasi giustificazione, pur di sminuire la tesi altrui.

Una delle scuse più utilizzate recita più o meno così: “Si è sempre fatto. Si è sempre agito in questa maniera. Che senso ha cambiare?”. Frase che, oltre a delineare una bassa dose di apertura mentale, rimarca anche una mentalità dura a morire. Ossia la resistenza al cambiamento. O meglio: la convinzione secondo la quale se un comportamento si protrae da secoli, allora sia giusto portarlo avanti. Anzi, sia quasi sacrosanto. E non appena si alza una voce fuori dal coro, si grida subito alla dissacrazione. Al progressismo fasullo. Siamo sicuri/e, tuttavia, che sia proprio così? Forse dovremmo cominciare a pensare che se qualcuno tenta di “Andare controcorrente”, è perché vi sono delle ragioni. Con le quali possiamo trovarci più o meno d’accordo, ma che comunque vale la pena ascoltare. Per quanto riguarda il tema della caccia, eccone alcune.

Diritto d’uccidere e giocare a fare dio

A prescindere dalla presenza o assenza di un credo religioso, la convinzione che la vita sia un bene prezioso è diffusa fra la maggior parte delle persone. Eppure, esistono casi nei quali questo punto fermo si trasforma in un’opinione più che discutibile. Ad esempio, quando si tratta di vite non umane. Tutti noi siamo in grado d’innamorarci degli animali domestici. Di coccolare i cuccioli di qualsiasi specie. Proviamo orrore nel guardare video che girano online riguardanti atti di violenza contro gli animali. Ci disgusta osservare le vittime di questa mattanza. Eppure, c’è chi acquista e consuma regolarmente carne. Chi vaga per i boschi al fine di metter finne alla vita altrui. Possiamo considerare questo un atteggiamento ipocrita? Per rispondere a questa domanda è necessario scavare nel profondo.

Viviamo in una società abitudinaria. Nella quale scardinare i riti non è un’impresa semplice. Fin dalla prima infanzia la mente dei bambini, riguardo al tema degli animali, viene divisa in due. Si propone ai più piccoli un’alimentazione comprendente la carne. Li si abitua a indossare abiti in pelle o pelliccia. S’instilla nella loro mente l’uso di chiamare “Sport” la caccia e la pesca. D’altro canto però, ci teniamo a insegnare loro che i gatti e i cani vanno invece accarezzati. Dunque, si crea una sorta di dualismo, che in parte porta alla comprensione del diritto d’uccidere. Come se esistessero animali di serie A e animali di serie B. Dimenticando che, qualsiasi azione scegliamo di compiere, la sofferenza non muta. Il dolore provato da un gatto o da un cane, è lo stesso che contraddistingue il cinghiale o il maiale. Eppure, il nostro cervello fatica a distinguere. Riesce a capire che non poco sforzo il concetto di dolore.

Armi pari?

La definizione di sport stabilisce che nel gioco tutti i partecipanti e le partecipanti devono possedere pari capacità e qualità. Sia chiaro, non uguali, ma perlomeno pari. Dunque, davvero possiamo affermare che la caccia rispetti questo criterio? Questa pratica fa intendere che un uomo o una donna munito/a, di solito, di un’arma da fuoco, si scagli contro animali che invece possono difendersi solamente con gli strumenti dei quali la natura li ha dotati. Zanne. Artigli. Peso muscolare. Nulla di più. Ecco un altro dei motivi per i quali possiamo stabilire che la caccia si arroghi il diritto di uccidere. Come possiamo definire “Disciplina sportiva” una pratica così impari?

Danni agli animali e all’ambiente

È ancora parecchio in voga la favola secondo la quale la caccia sia necessaria all’ambiente e alla selezione animale degli animali. Nulla di più falso. Innanzitutto, i cacciatori non fanno che aumentare il rischio d’estinzione di alcune specie. Soprattutto coloro che eliminano indistintamente qualsiasi creatura. Non è inoltre da screditare l’impatto sulla natura. Secondo i dati ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) il piombo utilizzato nella caccia provoca problemi non sottovalutabili alla Terra. Nonché alle acque. E agli abitanti che abitano questo pianeta. Sono molti, ad esempio, i volatili che inavvertitamente ingeriscono i proiettili usati. Andando incontro a morte certa. Dunque, noi cittadini e cittadine del 2021 dovremmo cominciare a ragionare in maniera differente. A cantare fuori dal coro. Perché le nostre note, anche se stonate, possono rappresentare la salvezza.

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