Diritti Umani nel Mondo: la situazione Italiana

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Anche quest’anno Amnesty International Italia pubblica il Rapporto annuale 2019/2020 sui Diritti Umani nel Mondo, curato da Infinito Edizioni. L’edizione di quest’anno contiene la traduzione delle panoramiche regionali e una selezione di schede su singoli paesi, realizzata attraverso una serie di criteri tra i quali la gravità delle violazioni dei diritti umani, la strategicità di tali paesi sul piano globale, la loro rilevanza dal punto di vista giornalistico e le loro relazioni con l’Italia.

Quest’oggi analizziamo in sintesi la situazione in Italia.

Premier Conte

Il 2019 è iniziato con un’agenda politica di contrasto all’immigrazione, attraverso leggi e misure aventi l’obiettivo di limitare l’esercizio dei diritti e impedire alle persone soccorse in mare di sbarcare nel territorio nazionale. Non pochi sono stati i tentativi di ostacolare le NGO che soccorrevano le persone in mare. La politica estera è stata inoltre caratterizzata dalla cooperazione con autorità libiche per trattenere rifugiati e migranti in Libia, nonostante le persistenti gravi violazioni dei diritti umani nel Paese.

Tuttavia, solo ad Agosto 2019, il vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, determinando la caduta del governo di coalizione dopo poco più di un anno. A settembre, Giuseppe Conte ha ricevuto l’incarico di guidare un nuovo governo, questa volta formato da una coalizione di centro-sinistra. Il secondo governo Conte ha presentato un nuovo programma, che nelle intenzioni adottava una linea politica e una retorica meno populiste e meno incentrate sul contrasto all’immigrazione.

Rifugiati e Richiedenti Asilo

Le politiche e la retorica anti-immigrazione del primo governo Conte hanno continuato ad avere un forte impatto sull’esercizio dei diritti da parte di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, all’interno del Paese così come alle frontiere. Secondo le stime, a poco più di un anno dall’entrata in vigore del decreto legge 113/2018, che ha abolito lo status di protezione umanitaria, ad almeno 24.000 persone è stato negato uno status legale, limitando il loro accesso all’assistenza medica, all’alloggio, ai servizi sociali, all’istruzione e al lavoro, lasciandoli in una condizione di vulnerabilità a sfruttamento e abusi.

Le nuove disposizioni hanno inoltre avuto conseguenze disastrose sulle opportunità d’integrazione per i richiedenti asilo, rimasti esclusi dalla rete di strutture di accoglienza gestita dalle autorità locali, e li hanno esposti a detenzione prolungata nei centri per il rimpatrio, in condizioni gravemente al di sotto degli standard e con ridotte opportunità di comunicare con avvocati e familiari.

La Politica dei Porti Chiusi

L’Italia ha continuato a perseguire una politica dei “porti chiusi”, con l’obiettivo di impedire alle persone soccorse in mare di sbarcare nel paese. Per tutto l’anno, le navi di soccorso delle Ngo sono state fatte sostare al largo per prolungati periodi di tempo, sottoponendo le persone soccorse a bordo a inutili sofferenze, prima di ricevere l’autorizzazione a sbarcare in Italia. In diversi casi, le imbarcazioni sono state confiscate o nell’ambito di indagini penali o, secondo quanto affermato, in ottemperanza alla normativa vigente. A giugno, la capitana della Sea Watch 3 è stata arrestata dopo aver deciso di sfidare il divieto d’ingresso, conducendo la sua nave nel porto di Lampedusa.

In seguito al cambiamento di governo a settembre, l’Italia si è unita agli sforzi di un gruppo di paesi europei per creare insieme un meccanismo “prevedibile” per lo sbarco ed evitare di abbandonare in mare navi con persone soccorse a bordo.

Cooperazione con la Libia per il Controllo dei Flussi Migratori

Il numero degli attraversamenti irregolari ha continuato a diminuire a partire da agosto 2017, principalmente a seguito della cooperazione con la Libia per contenere le partenze. A fine anno, le persone che avevano raggiunto irregolarmente l’Italia via mare erano state 11.471. Secondo le stime, le persone morte o disperse in mare sulla rotta del Mediterraneo centrale sarebbero state 744. Circa altre 9.225 sono state intercettate in mare dalle autorità libiche e quindi riportate in Libia, dove la maggior parte è stata detenuta arbitrariamente in condizioni disumane.

Nonostante l’intensificarsi del conflitto e gli abusi sistematici contro rifugiati e migranti in Libia, le autorità italiane hanno continuato a fornire supporto alle autorità marittime libiche; avrebbero tra l’altro donato 10 nuove motovedette a novembre e fornito addestramento agli equipaggi libici. L’Italia ha inoltre continuato ad assistere le autorità libiche nel coordinare le intercettazioni in mare, anche attraverso lo stazionamento continuo di una nave della marina militare italiana nel porto di Tripoli.

Durante l’anno, la cooperazione con la Libia è stato il fulcro di una serie di sviluppi giudiziari, sia a favore che contro il governo. Se da un lato, un tribunale amministrativo regionale del Lazio ha stabilito che l’utilizzo da parte dell’Italia di fondi per la cooperazione per consegnare motovedette alla Libia non costituiva un illecito amministrativo, in un altro caso separato, un tribunale civile di Roma ha riconosciuto il diritto di 14 richiedenti asilo eritrei, respinti illegittimamente in Libia dalla marina militare italiana nel 2009, a ottenere riparazione e a entrare in Italia per accedere alle procedure d’asilo.

Due cause giudiziarie riguardanti la cooperazione con la Libia sono state intentate anche a livello internazionale. A giugno, la Corte europea dei diritti umani ha avviato il procedimento riguardante il caso di S.S. et al. vs. Italia, relativo a un ricorso depositato dai sopravvissuti a un’operazione di intercettazione effettuata dalla guardia costiera libica nel 2017; i ricorrenti sostenevano che la cooperazione dell’Italia con la Libia era stata determinante ai fini dell’intercettazione e violava gli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani.

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