I down che salgono alla stazione di Cremona, direzione Mantova, destinazione Bozzolo, devono sedere, come tutti gli altri, nelle prime cinque carrozze. I down non devono portare occhiali da sole. È tutta negli occhi la loro identità. Nascosti gli occhi, rimangono nascosti. I passeggeri non posso intuire una determinata condizione se non hanno il benché minimo dettaglio cui appigliarsi. È facile così prendersela se per ben due volte vien loro rivolta la domanda: “Quando arriviamo a Bozzolo?”, almeno fino al momento di scendere, quando qualcuno nota che… “è un disabile” ed allora tutto torna normale, il senso di colpa, l’arroganza dei toni alti, l’insistenza, l’intollerabile differenza dei differenti, il politically correct. Per un attimo tutto è così poco alto e senza valore. Torna in mente la nonna che mentre andavi a Chianciano anziché farti giocare con il Game Boy ti diceva di guardare i monti, distanti chilometri. I monti van visti dalla base o alla cima non dalla cima, non da misere colline o pianure lontane come quelle tra Mantova e Cremona, da campagne che se fossero di sabbia sarebbero uguali. Case come casolari, nessuno intorno, solo il sentimento tenero della gioia reazionaria e calda del 2 Giugno ad ogni stazione. Caldo e grigie nuvole in cielo. Qualcosa non va sulla linea ferroviaria tra Cremona e Mantova.

Sarà perché avrai di fronte a me due ore di attesa prima partire per Verona, prima degli amici che non vedi da un anno ed una donna che ami da sempre e così tanto che non sai più come amarla ancora o forse è solo perché sei lì per non essere “altrove”, perché tanto “altrove” te lo stai portando dietro ovunque. Poiché è così ovunque sarà così anche altrove. Ti muovi quasi fossi un bagaglio del tuo bagaglio, come su un aereo. Mantova è la preveggenza di Mantova che appare improvvisa, stesa su una pianura come fosse su un lettino d’analisi, Mantova, vista tutta, o quasi, da fuori per una seduta di appena 2 ore. La incotri dicendo di “essere di”…. Ma davvero poi, si può dire di “essere dì” come per descrivere il proprio “essere come”. Saresti come Lecce o Beirut o Belgrado essendo “di lì”, come se un’appartenenza fosse una condizione. Devi proprio vedere com’è l’umanità di questa città per risolvere questo dubbio che è in questa città ti ha accolto. Mantova è centro del mondo già in stazione. Mantova circondato da Mantova e fuori Mantova nostalgia di Mantova. La biglietteria automatica per viaggi di sola andata. Nessun’altra provenienza disponibile. Qualunque altro posto per arrivare qui, ma da qui te ne puoi solo andare, anche se ci si è appena arrivato, anche se hai ancora due ore anche se Verona, gli amici, Stefania.

 Appena fuori dalle porte della stazione comincia la città vista da fuori, o quasi. Una strada che a destra scompare quasi subito e a sinistra e si divide in un attimo.
Va bene. Sei pronto.
Approccio numero uno.
“Buongiorno…mi scusi…per il centro?”
“Cosa?” risponde il grassone, un blocco di marmo tra due colonne, immobile, sguardo e voce severa, infastidito da quel tizio che sei tu che gli appena rovinato la sua antichità con tutta una quiete di secoli, venuta da lontano, eterna. Ha pupille che si muovono appena di lato come se stesse sorvegliando l’altare della Patria e non l’ingresso di una stazione.
“Per il centro?” ripeti, quasi senza dirlo, con gli occhi che vanno in giro a perlustrare l’area alla ricerca di una via di fuga qualora servisse, col capo chino come se gli stessi chiedendo se ha qualcosa da fumare o scusa, sei una via di mezzo tra uno sbirro di un giornalista ed un prete che chieda timido per sé l’assoluzione “Lì a destra, la prima a sinistra, poi sempre dritto”
“Grazie…” e mentre ti allontani vedi le sue guance che vibrano come dire a dir “prego”.
Ma…

Non sembra per niente Bologna. Neanche un corvo in giro, al più qualche passero un po’ annoiato. Da quanto non passo da qui? Ci sono sempre stato?
Il cielo è diviso in due,  in parte nubi parte in parte cielo. E l’asfalto? Si possono avere almeno 20 cm di asfalto. Forse sei arrivato troppo presto, forse non han finito con l’allestimento della città. Forse da qui ad un attimo vien giù il diluvio a sciacquar via il vecchiume sotto le scarpe. Forse brucerà tutto appena sarà solo sole. Un dubbio continuo ti pedina e ti precede. Forse…forse le case? Sicuramente delle case verrà fuori quello che sembra per quello che è. In effetti, delle case qualcosa viene fuori che sembra così com’è. Colori e mattoni che sembra di essere a Venezia o già a Verona. Gli scuri son scuri, tutti, o quasi, dello stesso colore. Quanta luce però. Cominci davvero a sperare nel diluvio per riposare gli occhi. Tutto sembra  così bello ingordo di sguardi. Le dimore, le porte di osterie antiche, le pietre ed i sampietrini sotto i piedi. Gli scuri, i chiari dei muri, i tetti… ecco che ci risiamo con la confusione e lo smarrimento…tetti spioventi, ma non tutti…due tetti spioventi, quattro no, altri tre spioventi e quest’altro piatto come quelli delle masserie del sud.
È questo quello che vuole la gente qui? Affascinare e confondere?

Va bene non hai alcun problema a riguardo. Devi rimanere affascinato? tutto questo è stato studiato per questo dover affascinare, non però alla maniera di Brescia, dove anche il miracolo più incantevole sa di lavoro di fatica e di invidia da placare, ci si può adattare facilmente. Solo, “non diventare un sentimentale”. Questa è una trappola. Bisogna ricordare il tipo all’ingresso della stazione, il blocco di marmo tra le due colonne, la biglietteria automatica. Tutto qui a Mantova è pensato per andar via da qui. Qui non sei ben accetto. Il fascino serve solo per renderti direttamente responsabile di una qualche tua assurda ipotesi di trasloco in questa nuova città. Potrai restare qui solo se avrai intenzione di cominciare a non credere a niente, altrimenti se sul serio pensassi di venirci a vivere ti converrebbe correr subito in stazione, tornare indietro e prendere il primo treno, anche dovesse riportarti a Brescia.

Se il gioco che regala la città è la truffa delle meraviglie da contemplare in un deserto di ospitalità, non dovrebbe essere difficile stare al gioco. Tutto sommato è solo pura bellezza. Ecco, così, bravo, alza la testa. Non badare alla possibilità di sbattere contro qualcuno. Ammira gli affreschi sulle pareti esterne delle banche, dipinti d’epoca, i vicoli (che sembra ancora Venezia). “Oooooooooohhhh”. A bocca aperta, mi raccomando. Se credi sorridi anche. Che sia più estasi che piacere il tuo sorridere. Non tornerà più questa bellezza e sicuramente tu non tornerai a lei. Ne hai passate tante di tristezza e sfighe che una maledizione da dedicarti con tutto il cuore da te a te puoi anche concedertela. “Non rivedrò mai più questo incanto, neanche a tornarci”. Bravo. Estasi a Nostalgia e Rimpianto futuro. Ne hai conosciuto tante di felicità che sono finite che puoi brevettarne una già afflitta dell’essere pienamente cosciente. Non ridere troppo, sorride appena. Distraiti, fingi di essere qui, tra meno di novanta minuti sarai a Verona. Ah, Verona. Orgogliosa senza tutta l’arroganza di questo posto.

Palazzo te è dall’altra parte…forse dopo…Piazza Marconi, Piazza Erbe, piazze più grandi che non sai dove guardare per conoscerne il nome, una specie di Castello, messo lì sicuramente per creare uno sfondo gradevole, ma non sublime per i baretti con i tavolini fuori, un espediente più che un’esperienza, nessuna storia, nessuna arte, gradini ripidi come a ricordarti che qui non sei ben accetto. Non puoi guardarla dall’alto questa città, ma a testa alta quasi in ginocchio, come fossi davanti alle porte del Paradiso. Contempla. L’Estasi è muta Estasi…Estasi…Estasi…va bene…una qualche visita ad una qualche chiesa…
“Ah…Nuvolari…era mantovano?”
Ma in che anno siamo poi
1400?
1500?
C’erano già le bici? È ciclabile da sempre Mantova?
Dalle ruote i raggi illuminano strade ed edifici intorno…
Ca..o! Hai abbassato la testa. Distrattamente, per scendere con lo sguardo ti sei appoggiato ai pioli della scala dei pompieri che toccava il cielo a venti e più metri d’altezza, dal tetto del palazzo del Duca alla camionetta. Militari, carabinieri, polizia? Ma…cos’è successo? Va bene non essere ben accetti ma qui si esagera…
Ah no…
Il 2 giugno…
Perfetto.
2006.
Qui capita anche che sia il tempo a lasciarti passare e a dimenticarsi di te e non il contrario.
“Intervisti mio marito signora, quel giorno c’era”. (L’accento toscano ti fa sentire meno straniero e solo”
“Vuoi fare un altro giro sul trenino?”
“Dio quanto è alta!”
“Noi siamo qui…volendo potremmo spostarci da questa parte”
“Ha vinto lui queste elezioni ma non è che sia poi una gran sorpresa”
C’è gente del tuo tempo…che consolante tristezza…ti dà quasi fastidio…essere fuori luogo, in un tempo storico sbagliato, quasi folle cominciava a piacerti, quasi la follia ti stesse guarendo dalla coscienza e dalla memoria. Sai bene ora perché sei qua, anche se solo per un’ora, anche se questa città non ti vuole, anche se sei riuscito a bocca aperta ad aspirare meraviglia e stupore senza gravi conseguenze, quando ancora non intuivi il tranello. Sai bene perché sei qua e non a Bologna e neanche nella sonora pace di Cremona dove i tedeschi aspiravano a diventare capi della mafia mentre giocavano a scacchi seduti accanto alla bella svizzera ed alla greca ridente, sai perché hai lasciato la città della musica e sai che non sei qua per un pittore che oggi ti inviterebbe in casa sua gratuitamente. Sai bene perché sei qua e non ancora a Verona, dove troverai un’attrice che ancora odi e verso cui ancora ti senti in colpa, anche se son passati da qual giorno otto anni ed altrettanti ne possono ancora passare. Sai bene perché sei qua. Sei qua perché qua è ignoto. Anche ora che cominci a conoscere queste pietre e questi mattoni, anche ora che il caos rimane splendido pur nella sua organizzazione.

(Per la seconda parte del racconto, clicca qui)

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Sono Vittorio Musca, ho 39, sono originario di Torchiarolo, in provincia di Brindisi e vivo a Bologna anche se negli ultimi anni per studio o lavoro ho vissuto in Norvegia, Polonia, Repubblica Ceca e Germania. Ho conseguito due lauree. La prima in Scienze Politiche e la seconda in Lettere. Parlo inglese, italiano, spagnolo, tedesco e polacco. Mi piace leggere, prevalentemente classici della letteratura e della filosofia o libri di argomento storico, suono il clarinetto e provo, da autodidatta ad imparare a suonare il piano. Mi piacciono il cinema ed il teatro (seguo due laboratori a Bologna). Ho pubblicato un libro di poesie, "La vergogna dei muscoli, il cuore" e ho nel cassetto un paio di testi teatrali e le bozze di altri progetti letterari. Amo viaggiare e dopo aver esplorato quasi tutta l'Europa vorrei presto partire per l'Africa ed il Sud Est asiatico, non appena sarà concluso l'anno scolastico, essendo al momento impegnato come insegnante. I miei interessi sono vari (dalla letteratura alla politica, dalla società al cinema, dalla scuola all'economia. e spero di riuscire a dedicarmi a ciascuno di essi durante la mia collaborazione con peridicodaily.

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