Dipendenza affettiva: amore a ostacoli

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dipendenza affettiva

Dipendere. Uno dei verbi più evocativi della lingua italiana. Al suo interno possiamo trovare il termine “Pendere”. Non a caso, l’etimologia della parola fa riferimento proprio a quest’azione. Ad esempio, ci si definisce “Appesi a un filo”, nel momento in cui ci si trova in una situazione d’equilibrio precario. Tenendo a mente questo scenario, possiamo addentrarci alla scoperta della dipendenza affettiva.

Che cos’è la dipendenza affettiva?

In psicologia, si definisce dipendenza affettiva lo scenario nel quale una persona dipende affettivamente da qualcun altro. Questo secondo soggetto è sovente qualcuno per il quale si provano sentimenti piuttosto forti. Dunque, può trattarsi del/della proprio/a partner. Oppure di colui/colei del/della quale siamo innamorati/e. O ancora, un familiare o un amico/a stretto/a. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a un di un semplice legame. Chi si trova affettivamente dipendente da qualcun altro tende ad annullare la propria essenza. Dato che si proietta la propria ragione di vita verso questo secondo soggetto. Di conseguenza, ciò che si proverà non sarà amore. Né affetto incondizionato. Al contrario, ci troviamo di fronte a una condizione patologica. Nella quale i soggetti colpiti manifesteranno il bisogno assoluto e totalizzante di qualcun altro.


Lezioni d’amore che spesso s’imparano troppo tardi


I sintomi

“Non posso vivere senza di te”. Si tratta di una frase tanto comune quanto fraintesa. Oltre che normalizzata. Quando ci troviamo di fronte a una dipendenza affettiva, queste parole diventano letterale realtà. Le persone che fanno esperienza di questa condizione possiedono la percezione di non poter condurre la propria esistenza autonomamente. O, quantomeno, non a prescindere dal soggetto della loro dipendenza. In virtù di ciò, si scatenano una serie di sintomi più o meno gravi. Si parte dalle sensazioni provocate da qualsiasi tipologia di dipendenza. Ossia, il desiderio irrefrenabile di trovarsi accanto a colui/cole dal/dalla quale ci sentiamo fomentati/e. Da qui, può scaturire altresì una condizione d’astinenza nel momento in cui ne sentiamo la mancanza. Tuttavia, non è finita qui. Il quadro clinico può aggravarsi drasticamente. Fino a farci mancare il respiro. Talvolta, non in senso metaforico.

L’amore non c’entra nulla

Esistono tradizioni che non muoiono mai. E che, anzi, con lo scorrere del tempo acquistano sempre più valore. Una di queste è quella di idealizzare. Lo facciamo tutti/e. Chi più e chi meno. Soprattutto in determinate situazioni. Una tra quelle più in auge è di certo l’innamoramento. E, a maggior ragione, le relazioni di coppia. Ancora oggi persiste l’idea simbiotica dell’amore. Due individui che condividono un solo corpo e una sola anima. Tuttavia, la realtà è ben diversa dall’immaginario comune. Al contrario, quest’ultimo può addirittura divenire pericoloso. Riprendiamo la frase d’apertura del paragrafo precedente. “Non posso vivere senza di te”. Abbiamo già appreso quanto, nel caso della dipendenza affettiva, queste parole divengano letterali. Per un/a dipendente patologico/a, essere incapaci d’un esistenza indipendente è un nodo parecchio difficile da sciogliere. Egli/ella fatica ardentemente a esplorare il proprio presente e il proprio futuro scardinato dalla persona dei suoi desideri. Lo percepisce come offuscato. Incerto. Privo di sento. Ecco perché è di fondamentale importanza chiedersi il perché di tutto ciò. Da dove deriva questa tendenza? Una delle possibili risposta ci è fornita dallo specchio della società odierna.

Nel ventunesimo secolo, vivere sta diventando il mestiere più difficile di sempre. Tanto da confonderlo col sopravvivere. Quest’ultima è una tendenza sempre più in voga. Non è per nulla raro che si abbiano periodi di buio. Nei quali ci si sente sprofondare. E dai quali non è semplice riemergere. Anzi, per farlo è necessario un appiglio. E può accadere che quest’ultimo consista in un individuo in carne e ossa. O meglio: carne, ossa, mente, anima. Nel momento in cui consideriamo qualcuno la nostra ancora di salvezza, mettiamo in moto un meccanismo fittizio. Poiché non teniamo conto di una serie di sfumature reali. Innanzitutto, la nostra mente non vede la complessità di chi ci sta di fronte. Non considera la fragilità umana, propria di ognuno/a di noi. Un falso egoismo prende il sopravvento. Falso, poiché in realtà finiremo per far male sia a noi stessi, sia alla persona dalla quale dipendiamo. Oltre a danneggiare la relazione con quest’ultima.

Che cos’è l’amore?

Il punto è che il/la dipendente patologico/a s’aggrappa con forza alle risorse altrui. Poiché non considera se stesso/a un porto sicuro. E qui troviamo il punto focale della questione. Come possiamo considerare lecita una situazione simile? Come possiamo reputarla sintomo d’amore? La realtà è che la dipendenza patologica non ha nulla a che fare con l’amore. Di certo non è semplice racchiudere quest’ultimo concetto in una definizione. Ciò nonostante, possiamo provarci. L’amore ha a che fare con l’affetto e con la libertà. Amarsi significa aiutarsi a vicenda a raggiungere la libertà. Tenersi la mano senza trattenerla. Esserci. Incondizionatamente. Restare accanto a chi si ama senza pretendere nulla in cambio. Non aspettandosi di essere ricambiati/e. Amore è rispetto. Ecco perché amare vuol dire lasciare spazio. E non circoscrivere i movimenti altrui. Né accettare qualsiasi condizione, pur di non perdere la persona a cui teniamo. Piuttosto, l’amore predispone un rispetto spontaneo da entrambe le parti.

Dipendenza affettiva: cura e prevenzione

“In three words I can sum up everything I’ve learned about life: it goes on”. “Posso riassumere tutto ciò che ho imparato sulla vita in tre parole: essa va avanti”. Questa citazione di Robert Frost esplica alla perfezione il significato dell’esistenza. Nessuno/a lo conosce. Tutti/e lo cercano. C’è chi sostiene di averlo trovato in una passione. In un’occupazione. Magari in un luogo o in una determinata situazione. Chi invece lo fa corrispondere a un essere vivente. Spesso, una persona. A prescindere dalle opinioni, ciò su cui dovremmo concentrarci è la pericolosità di tale abitudine. Per quanto alcune persone considerino la vita un dono immenso, non possiamo celare l’altra faccia della medaglia. L’esistenza è crudeltà. Veniamo al mondo per caso. Da un atto che ancora troppi soggetti reputano impuro. E così, ci catapultano in questo mondo sprovvisti di risorse. Come un attore o un attrice gettati/e sul palcoscenico senza copione. I/le quali si ritrovano a improvvisare. Ecco, noi ci comportiamo in modo simile. Improvvisiamo, per l’appunto. Tentiamo di tirare fuori il meglio da ogni istante di vita. Solo che, il nostro scorrere non c’appartiene.

Non siamo noi a decidere se il nostro viaggio durerà quanto un battito di ciglia o se sfiorerà il secolo. Malgrado tutto, continuerà a scorrere. Non si piegherà agli eventi tragici. Alle perdite. Alle sconfitte. Fluirà. Inesorabilmente. Indipendente dalla nostra volontà. E vi è un’ulteriore concetto che vale la pena tenere a mente. La felicità e la serenità non sono principi che si costruiscono dall’oggi al domani. Né, tantomeno, sono racchiusi in un oggetto. Un evento. Una persona. La felicità e la serenità risiedono dentro di noi. Di conseguenza, le proiettiamo sul circostante. Su ciò che più s’adatta alla nostra essenza. Il problema è che di frequente scambiamo questa proiezione per una sorta di delega. Dunque, come potremmo delegare la nostra felicità a qualcun altro? Come possiamo caricare una persona alla quale vogliamo bene di tale responsabilità? Per quanto il circostante influisca sulla nostra esistenza, dovremmo essere noi gli/le artefici del nostro fluire. A noi l’onore di percorrere questo cammino. A noi l’onere di continuare a percorrerlo.

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