Diffamazione via Facebook riconosciuta l’aggravante

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I giudici sono chiamati a pronunciarsi sul reato di diffamazione sempre più diffuso, soprattutto con l’avvento dei social network Facebook, Twitter, delle applicazioni di messaggistica come  WhatsApp e Telegram.  Il reato di diffamazione nel nostro ordinamento è regolato dall’art 595 c.p. anche quando è commesso per via telematica o informatica. E’ un delitto contro la persona, il quale recita al 1° comma: chiunque, comunicando con più persone, offenda l’altrui reputazione è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032,00.

Cosa prevede il codice penale per il reato di diffamazione sui social network?

Una persona che scrive delle frasi offensive ad una persona sulla bacheca di un social network, può essere molto pericoloso. Rischia un procedimento penale  per il reato di diffamazione. Oggi, le denunce sono tante in Italia per il reato di diffamazione a mezzo internet. Il 3° comma dell’art 593 c.p. prevede che: se l’offesa è recata con  mezzo della stampa  o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.

Quando una persona riceve un post diffamatorio, la prima cosa da fare è sporgere una querela. Recandosi presso la stazione dei carabinieri della propria città o presso la Polizia Postale. Per commettere il reato di diffamazione, non deve necessariamente essere indicato il nome della vittima, è sufficiente che sia facilmente riconoscibile e individuabile dalla collettività. La Corte di Cassazione ha già riconosciuto questo principio con una  sentenza nel 2018 ord. n.5175 del 02/02.

Diffamazione su Facebook, riconosciuta l’aggravante

La Corte di Appello di Cagliari ha condannato l’imputato per diffamazione riconoscendo l’aggravante del 3° comma dell’art 595 del codice penale. L’imputato aveva trascritto sulla bacheca, parole molto pesanti come vigliacco, fottuto.


Facebook bloccherà le pubblicità a sfondo razziale


La Corte di Appello con la sentenza n.257 del 1 giugno 2020 ha ritenuto che le parole diffamatorie riportate sulla bacheca di Facebook devono essere punite con l’aggravante previsto dell’art.593 comma 3. L’articolo del codice penale,  fa riferimento col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, il giudice ha voluto sottolineare come il mezzo della stampa o pubblicità è molto più ampio, comprendendo anche altri sistemi di comunicazione come il social network Facebook, in grado di raggiungere una quantità apprezzabile di persone.