Fragile è l’eroe

0
594

La disputa su chi sia stato il più grande – Maradona o Pelé (ma c’è chi accusa di aver dimenticato Schiaffino, Cruijff, Di Stefano) – è solo un pretesto. Un po’ come quella sul miglior chitarrista o cantante.

Non è un problema di gol segnati o di tecnica: è vero però che qualcuno ha cambiato la storia, come Jimi Hendrix per la chitarra, e chi è venuto dopo, anche se è stato più veloce o funambolico, non avrebbe fatto quello che ha fatto se non fosse stato per lui. La questione è un’altra.

L’aveva capita il grande sceneggiatore Stan Lee, padre nobile dei super eroi della Marvel, dai Fantastici 4 a Superman, passando per il più emblematico di tutti, il travagliato Uomo Ragno – noto da noi anche con il suo nome originale Spider Man soprattutto grazie alle trasposizioni cinematografiche.

Stan Lee ha il merito di aver colto un punto essenziale su cui ha costruito i suoi personaggi: ha capito che, a partire dagli anni ‘60, la perfezione inizia a essere vista con una certa antipatia nella cultura di massa; che il mondo ha bisogno di guardare in faccia i propri problemi, non dimenticarli o affidarsi a qualcuno in grado di risolverli.

È il passaggio da Capitan America a Spider Man: dall’eroe invincibile, ma lontanissimo dalla dimensione umana, a quello che è costretto a lottare per vincere, e che non sempre ci riesce. Mostrare il lato negativo del mondo è la porta d’accesso ad un tipo di conforto che va oltre la fede: possiamo attraversare momenti difficili, essere battuti, ma possiamo sempre rialzarci.

E non è un paradosso che siano proprio i supereroi a trasmetterci questo messaggio: in loro un grande potere corrisponde ad una altrettanto grande responsabilità, verso se stessi, ma anche verso gli altri.  Possono fallire, perché l’uomo dietro la maschera è fragile, ma il loro destino è quello di combattere.

Ed è proprio questa caratteristica che li rende vicini a tutti noi. Spider Man divorato dai sensi di colpa; Iron man schiavo dell’alcool: eroi non perché sono al di sopra della vita, ma perché riescono ad affrontarla a testa alta, riuscendo a risollevarsi dopo ogni caduta. Maradona.

Per questo la ritualità contemporanea che individua negli sportivi – in particolare i calciatori – le moderne incarnazioni di quelle che per i Greci furono le divinità e per la letteratura eroi e simboli, non ha bisogno solo di eccellenza tecnica. Quella è solo estetica.

E non è un caso se, in perfetta sintonia coi tempi, la dimensione popolare del calcio (che, ricordiamolo sempre, prima di tutto è un gioco, per chi lo pratica e per chi assiste) si sta sempre più riducendo a causa dell’esasperazione del business. Allenamenti blindati, interviste programmate, giocatori prigionieri della gabbia dorata che fa di loro ricchi animali addestrati da mostrare al pubblico in cambio di un biglietto.

Sempre più simili gli uni agli altri, nell’acconciatura, nelle impalpabili conferenze stampa, e nel modo di giocare: come tanti pezzi di un gigantesco Lego intercambiabili tra loro e per questo percepiti dai tifosi come mercenari.

Prevedibili ingranaggi di un meccanismo che nonostante tutto scricchiola, perché il calcio ha bisogno di eroi per mantenere viva l’illusione del suo essere allegoria della realtà, e gli eroi di uomini che – nella finzione – si riconoscano in loro.

Maradona era tutto questo, all’ennesima potenza. Regalava emozioni, e non solo con un pallone tra i piedi. Era la magia del talento puro resa umana dalla sua fragilità emotiva. Era il dio inarrivabile sul campo che si faceva uomo per le strade delle peggiori periferie del mondo.

Una parabola di ricatto che parte da una bidonville argentina; una traiettoria da predestinato

Contraddittorio, spesso confuso nell’esprimere certe sue posizioni – eppure sempre generoso, sincero fino all’ingenuità nel mostrare il suo stato d’animo, ma anche il decadimento fisico e psicologico.

Maradona portato alle stelle e poi fatto cadere nella polvere; che non sa resistere alla tentazione di avere tutto ciò che vuole, senza peritarsi delle conseguenze, proprio come un bambino: viziato, certo, ma anche spaventato perchè costretto nel suo ruolo di personaggio pubblico al centro di interessi milionari, leciti e no.

Fateci caso: Maradona non appare mai solo. È sempre attorniato di persone – familiari, amici ma anche sfruttatori – che hanno approfittato di lui; la sua vita è pubblica, anche quella privata; anche i milioni che gli passano per le mani come sabbia dalle dita.

Schiavo della droga e ricattato dalla malavita viene protetto sino a quando conviene perché nonostante questo fa vincere, poi additato come il peggior criminale, anche se il male lo ha fatto soprattutto a se stesso.

L’ultimo atto della sua straordinaria carriera di calciatore è la pretestuosa squalifica al mondiale del 1994, dove per l’ennesima volta non si sa come era riuscito a ricostruirsi come atleta. Poi il suo crollo fisico e psicologico definitivo, e un lungo reinventarsi come una sorta di pasionario del sud del mondo con tanto di Che Guevara tatuato in bella vista, ma anche Ferrari, relazioni con giovanissime starlette, cachet milionari svaniti nel nulla.

Ma anche quando, senza pudore, l’abbiamo visto scendere in campo in condizioni fisiche che dire precarie è poco, tutti quanti abbiamo sperato che la palla da lui faticosamente calciata finisse all’incrocio dove il portiere non poteva arrivare – che la magia sopravvivesse allo scempio del corpo. Anche l’ultimo Maradona era capace di regalare sogni, oltre l’evidenza di un prezzo pagato troppo alto per essere il numero uno.

Perché nessuno come lui ha impersonato – anche suo malgrado – la figura dell’eroe popolare; nessuno come lui è stato così distante per abilità e così vicino per debolezza agli uomini comuni. Nessuno, tra i calciatori, ha meglio raccontato che l’eroe non è colui che non cade mai, ma quello che sa rialzarsi.

Il ricordo che più mi commuove non è quello di uno dei suoi incredibili gol, ma il breve riscaldamento del pre-partita in una sfida di coppa contro il fortissimo Bayern Monaco – dove l’eterno bambino che è in lui sembra prendere il sopravvento sull’uomo e sul professionista affermato

La tensione nei giocatori è palpabile, poi ad un tratto Diego si apre ad un sorriso ed inizia a palleggiare con straordinaria naturalezza, ed è una danza che lo porta lontano – e noi con lui – dai problemi e dalle paure della vita, in un mondo fatato di cui possiede le chiavi della porta principale, dove non ci sono responsabilità, ma solo voglia di giocare. E il pubblico lo segue, incantato, e il campo di calcio torna ad essere solo quello che è, il teatro di un gioco.

Per questo è lui il più grande di sempre: l’eroe di un calcio fatto di estro e imprevedibilità che è stato, dentro e fuori gli stadi, la metafora della vita così com’è, coi suoi alti e i suoi bassi, a volte crudele, male interpretata, ma sempre emozionante.

Non un esempio, ma un artista che ha vissuto e ci ha fatto rivivere quelle sensazioni di innocente incoscienza, un prestigiatore che, attraverso l’illusione, ha parlato al bambino che è dentro di noi, quello che la vita tende a soffocare inducendoci a barattare la promessa di felicità con la soddisfazione del bisogno di sentirci sicuri, anche se un po’ più tristi.

Come adesso, che con lui, abbiamo perduto qualcosa della nostra capacità di stupirci e sognare.

Previous articlePC4U: l’idea per chi vuole donare un computer
Next articleL’Intelligenza Artificiale sta cambiando la nostra vita?
Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 53 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, ricercatore, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me Ein Anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (La Strada, 1998 - segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Poi mi sono preso una decina di anni per riorganizzare la mia vita. Ricompaio come finalista nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, e sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2021), raccolti nel volume “Nuove mappe dell'apocrifo” (2021) a cura di Luigi Pachì. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito alla VIII edizione del Premio Garfagnana in giallo/Barga noir. Il mio saggio “Una repubblica all’italiana” ha vinto il secondo premio alla XX edizione del Premio InediTO - Colline di Torino (2021). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra le miei ultime monografie: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., Federsanità, 2018), “Violenza domestica e lockdown” (et. al., Federsanità, 2020), “Di fronte alla pandemia” (et. al., Federsanità, 2021), “Un’emergenza non solo sanitaria” (et. al., Federsanità, 2021) . Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale Osservatorio7 (www.osservatorio7.com), dal 2020 pubblicato su periodicodaily.com. Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.