“La megalomania è uno stato psicopatologico caratterizzato da fantasie di ricchezza, di fama e di onnipotenza. Che si traducono in comportamenti di burbanzosa prosopopea.”

Megalomania. Questa la psicosi della Roma. Accusa pesante, ma quanto mai vera. Triste. Triste perché quest’ anno ci si aspettava di più da una società e da una rosa, che di più, aveva il diritto di pretendere da se stessa.

Dalle ceneri dell’ avvio di stagione disastroso e inaspettato, con l’ eliminazione dalla Champions, sarebbe potuta rinascere una splendida fenice. Ciò non è avvenuto, con molto rammarico dei tifosi giallorossi, e degli amanti del calcio italiano.

La Roma è una squadra forte, che è malata di testa. Non è mai incisiva nelle sfide che contano, è molle. Costruisce, soffre di vertigini e cade. Non azzanna. In campionato quasi mai concentrata in sfide chiave. Seconda a nessuno in Europa League, nemmeno allo United “claudicante” di Ibra e Mou, ma vistasi togliere la possibilità di sollevare un trofeo prestigioso e alla sua portata, da una buona, ma sicuramente inferiore compagine, come il Lione. Abituata a vincere in Coppa Italia, quest’ anno ha dovuto fare i conti con l’ incubo Lazio, che in coppa nazionale non è nuova a far dispetti ai giallorossi.

Ora si trova a mani vuote, con un secondo posto da difendere, e un’ altra stagione, che traboccante poteva essere e magra è diventata.

Ma perché megalomania? La risposta l’ avevano stampata i giocatori giallorossi oggi sul petto. “S.P.Q.R.”. Ora, si potrà anche tollerare la rivalità cittadina, lo sfottò, ma una società come la Roma non può pensare di mettersi a palesare la propria superiorità con tali azioni di facciata. Pacchianate. Sembra quasi che conti più il contorno che il campo. Lì la Roma oggi ha perso la partita. La Lazio voleva vincere e in silenzio lo ha fatto.

Quasi derisorio il destino, ha fotografato la stagione della Roma nelle due azioni iniziali delle due frazioni di gioco. Entrambe costruite sapientemente e capitate tra i piedi di Dzeko, fallite entrambe. Un pò anche per bravura dell’ estremo difensore biancoceleste. Queste le vere uniche occasioni di una squadra impallata e senza idee. I cambi che opera Spalletti peggiorano soltanto i fatti, soprattutto quello di Peres. Perotti l’ unico subentrante a salvarsi. Per Totti solo tanto dispiacere, vederlo salutare la sua Roma e il suo Derby dopo 25 anni, con una sconfitta così pesante, fa piangere il cuore a chiunque, anche al suo peggior nemico.

La Lazio è intelligente, rispecchia il suo allenatore, che per la terza volta in tre stracittadine ripropone la stessa difesa. E per la terza volta, funziona. Spalletti si faccia delle domande. Anche in questo si rispecchia la megalomania sopra citata. Ma attenzione, la Lazio, per qualità sicuramente inferiore alla Roma, vince perché fa di necessità, virtù. Gioca all’ “italiana”. Aspetta dietro, pazienta, non appena si crea lo spazio, si fionda come un puledro impazzito e semina il panico. La maggior parte delle azioni offensive laziali sono state portate a termine da soli due uomini, eppure il match sarebbe potuto e dovuto finire con un passivo più pesante.

La partita in se per se ha poco da raccontare. Keita porta in vantaggio la Lazio dopo appena dodici minuti con un sinistro tutt’ altro che imprendibile per l’ estremo difensore romanista, l’ attenuante è che la sfera passa tra le gambe di Emerson. La Roma in campo c’è ma è compassata, e la Lazio in contropiede sfiora il raddoppio con Parolo. Il pareggio arriva su rigore, è De Rossi a siglarlo. Il secondo tempo mette subito nuovamente in chiaro le cose, Basta dal limite, complice una deviazione, trafigge Szczesny e riporta la i biancocelesti in vantaggio. Biancocelesti che prima di triplicare nuovamente con Keita si divorano il terzo gol con Felipe Anderson. 1-3 e Derby a tinte color cielo.

Menzione a parte per il direttore di gara. Disastroso. Non concede un rigore solare a Lukaku nel primo tempo, e regala clamorosamente quello a Strootman. Unica decisione giusta il rosso a Rudiger.

In definitiva, i rimpianti giallorossi ci sono, e devono esserci, ma più per la stagione che per oggi. La goduria biancoceleste è lecita, purchè si limiti, e non sfoci in onnipotenza delirante.

Tabellino:

ROMA (4-2-3-1): Szczesny; Rüdiger, Manolas, Fazio (19′ st Perotti), Emerson Palmieri; De Rossi (28′ st Totti), Strootman; Salah, Nainggolan, El Shaarawy (1′ st Bruno Peres); Dzeko. A disp. Alisson, Lobont, Juan Jesus, Vermaelen, Mario Rui, Paredes, Grenier, Gerson. All.: Spalletti.

LAZIO (3-5-2): Strakosha; Bastos, De Vrij (29′ st Hoedt), Wallace; Lukaku (43′ pt Felipe Anderson), Parolo, Biglia, Milinkovic; Basta, Keita (42′ st Djordjevic), Lulic. A disp. Vargic, Adamonis, Patric, Radu, Murgia, Crecco, Luis Alberto, Lombardi. All.: Inzaghi.

ARBITRO: Orsato di Schio.

MARCATORI: 12′ pt Keita (L), 45′ pt De Rossi (R, su rig.), 5′ st Basta (L), 40′ st Keita (L).

NOTE: Espulso al 48′ st Rüdiger (R), per gioco falloso. Ammoniti: Biglia, Hoedt, Keita, Parolo (L). Recupero: 3′ pt, 3′ st.

 

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