DDL Zan: “Say it louder for the people in the back”

Cerchiamo di vederci più chiaro. Insieme.

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DDL Zan

Priorità. Uno dei termini che sta facendo più riflettere di questi tempi. Il che sembra quasi un paradosso. Poiché lo stesso atto di riflettere può definirsi una priorità. Un’urgenza non sopperibile. Eppure, ancora al giorno d’oggi, questo concetto appare come parecchio offuscato. Al contrario, è indispensabile metterlo alla luce. Il DDL Zan disegna nero su bianco tale virtù.

Che cos’è il DDL Zan?

L’odio è uno dei sentimenti più complessi che esistano. Non di rado lo si confonde con l’antipatia. O con il senso di fastidio. Eppure, l’odio è molto di più. L’Enciclopedia Treccani lo definisce un “Sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui”. Dunque, si prova odio nei confronti di qualcosa o qualcuno nel momento in cui l’avversione supera qualsiasi confine. Fino a condurci a un pensiero malevolo. A desiderare il male per il soggetto odiato. Nel momento in cui tutto ciò si trasforma in realtà effettiva, la situazione si aggrava brutalmente. Per quanto qualsiasi tipologia di pensiero possa ritenersi lecita, non possiamo affermare lo stesso per l’agito reale. Eppure, questo scenario non è così infrequente. Il motivo è radicato nella mentalità sociale. Ancora troppo caratterizzata da un astio represso. Specialmente nei confronti di determinate categorie di persone. A tal proposito, la legge ci viene incontro. Gli articoli 604- Bis e 604- Ter del codice penale condannano i crimini d’odio. Ossia, tutte quelle violenze che di base possiedono un odio discriminatorio. In particolare, questo disegno di legge fa riferimento alle motivazioni etniche, razziali e religiose.

Cosa significa tutto ciò? Parliamo di aggravanti. Un atto violento rimane tale, in ogni caso. Tuttavia, è necessario porre un occhio di riguardo nei confronti di alcune azioni. Nulla giustifica l’uccisione di un essere umano. Quando si parla di privare qualcuno della sua stessa vita, non vi sono attenuanti che tengano. Eppure, non possiamo tenere a mente determinate sfumature. È fondamentale risalire alle radici. Al movente di quel gesto brutale. Se quest’ultimo lo si ritrova in un odio categorico, di certo non possiamo fare finta di nulla. Nel momento in cui una persona viene uccisa per via della sua etnia, del colore della sua pelle o del suo credo religiosa, ecco che scatta un campanello d’allarme. Il quale ci segnala la persistenza di una mentalità malata.


Approvata la legge Zan: ha vinto libertà


Un quarto di secolo di lotte

Quella mentalità secondo la quale la normalità abbia determinati canoni. E che tutto ciò che vada al di fuori di essi vada soppresso. Magari col sangue. Discriminare è un gesto ancora troppo diffuso. In virtù di ciò, nasce il DDL Zan. Quest’ultimo è ormai richiesto da venticinque anni. La sua richiesta, quella di modificare gli articoli 604- Bis e 604- Ter del codice penale. Il che significa ampliare ad ampio raggio i crimini d’odio, promulgando una maggiore protezione. Dunque, ai motivi etnici, religiosi e razziali si andrebbero ad aggiungere altre sfumature. Vale a dire: identità di genere, orientamento sessuale, abilismo e misoginia. Questi punti, insieme a quelli già presenti nel disegno di legge, costituirebbero degli aggravanti. Tutto ciò andrebbe a favorire la vittoria di alcuni diritti umani fondamentali. Ancora troppo spesso violati. Negati. Ostacolati.

DDL Zan: perché questa resistenza alla parità?

Nel novembre del 2020, il DDL Zan ottiene l’approvazione della Camera. Ora occorre un passo decisivo. Vale a dire, l’approvazione in senato. Di conseguenza, la messa in atto del disegno di legge nella sua interezza. Osservando il quadro generale della situazione, ci si dovrebbe domandare il perché di tale esitazione. Soprattutto dopo che il DDL Zan è stato etichettato da alcuni esponenti della Lega come “non prioritario”. Non è infatti un caso, se quest’articolo vede il suo inizio basandosi su questo lemma. Fortunatamente, qualcuno non ha esitato a rompere il silenzio. A ribellarsi a tale affermazione. In primis, il cantante Federico Lucia, in arte Fedez. È trascorsa una settimana dalla comparsa di alcuni video live su Instagram, nel quale l’artista esprime il suo pensiero ribadendo il concetto di priorità. Facendo sentire la sua voce a nome di milioni di persone.

“Say it louder for the people in the back”

“Io ho un figlio di tre anni che gioca con le bambole. Questa cosa non desta alcun tipo di turbamento in me. Non desterebbe alcun tipo di turbamento nemmeno se un giorno sentisse l’esigenza di truccarsi. Di mettersi il rossetto. Di mettersi lo smalto, di mettersi una gonna. Perché ha il diritto di esprimersi come meglio crede, mio figlio. La cosa che mi destabilizzerebbe un po’ è sapere che vive in uno Stato che non tutela il suo sacrosanto diritto di esprimersi in piena libertà. Cercando di arginare le dinamiche discriminatorie e violente che molto spesso si verificano in questo Paese. Questa, per me, è una priorità”. Parole che non lasciano spazio a obiezioni. E che, nel migliore dei casi, fungono da terreno fertile per doverose riflessioni. E magari cambiamenti. In una società nella quale una donna su tre subisce violenza. Nella quale violenze omofobe e transfobiche sono all’ordine del giorno. Nella quale ci si priva della propria vita poiché quest’ultima non coincide con una mentalità sociale malata. In tutto questo scenario patologico, occorre un antidoto efficace. Nel momento in cui un disegno legge che difende e protegge la vita avrà la meglio, allora potremo cantare vittoria.

Un privilegio non è un merito

La fortuna di questo paese è l’esistenza di persone che parlano. Le quali sono consapevoli dei propri privilegi. Del fatto di essere ascoltate. Dunque, combattono. Lottano, poiché solo quando tutte le persone di questo pianeta godranno degli stessi diritti, saremo degni/e di definirci “esseri umani”. “Say it louder for the people in the back”, si dice in America. “Dillo più ad alta voce per le persone dietro”. Questa frase contiene un duplice significato. E anche un doppio intento. I soggetti “dietro” potrebbero essere quelle che non riescono a udire il suono. Non per via di una condizione patologica. Piuttosto, per via di barriere culturali o sociali. Oppure mentali. Tuttavia, non è unicamente questa la realtà. Coloro che restano nello sfondo potrebbero essere quegli individui che non vengono ascoltati. Magari per via della loro posizione sociale, etnica, culturale, personale. Dunque, chiunque non possegga determinati diritti. Sono loro che contano sul resto della popolazione. Su quelle persone alle quali più spesso viene teso l’orecchio. E alzare la voce in loro difesa, significa tendere loro la mano. Al fine di costituire un pianeta più umano.



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