Darfur, la guerra civile non si ferma

Nuova escalation di violenza in Sudan. A pagarne il prezzo sono i civili

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«Il Janjaweed verrà sicuramente a cercarti», ha detto Ibrahim Arbab, fuggito nella capitale del Darfur, dopo la carneficina commessa dalle milizie nella vicina Masteri. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, sono almeno 60 le persone uccise, per lo più civili, da ben 500 uomini armati.

La gente del posto ha incolpato i Janjaweed, milizie arabe nomadi, armati dall’ex presidente del Sudan Omar al-Bashir. Il tutto in risposta ai ribelli, per lo più non arabi, che hanno preso le armi nel 2003 accusando il governo centrale della capitale, Khartoum, di emarginazione politica ed economica.

«Sappiamo che quando attaccano un villaggio vicino, verranno anche da noi, quindi abbiamo lasciato tutto alle spalle e siamo venuti qui», afferma la 25enne Buthaina Ali, fuggita con la madre e la nonna dopo l’attacco a Masteri.

Al-Bashir era stato incarcerato a Khartoum lo scorso anno, dopo la rivolta militare che ha messo fine ai suoi 30 anni di potere. Ora, l’ex presidente del Sudan è ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI) per presunti crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità nel conflitto del Darfur. Una guerra che ha ucciso circa 300.000 persone e provocato milioni di sfollati.

Alcune misure contro questa nuova ondata di violenza

Nonostante il conflitto stia rallentando e la rimozione dall’incarico di al-Bashir abbia suscitato speranza tra i civili, gli episodi di uccisioni, stupri e incendi di villaggi da parte delle milizie non sono cessate. 

Il Sudan Sovereign Council ha il compito di guidare il Sudan alle elezioni del 2022. È per questo motivo che ha fatto della fine dei molteplici conflitti nel Sudan una delle sue principali priorità. Secondo la delegazione che sta negoziando con i gruppi armati, al-Bashir potrebbe comparire davanti ai pubblici ministeri della CPI, anche se non è ancora chiaro come.

Intanto, dopo l’uccisione di massa della scorsa settimana, il primo ministro Abdalla Hamdok ha promesso di inviare truppe nella regione per «proteggere i cittadini e i contadini». D’altra parte, i funzionari hanno descritto l’incidente come un conflitto tribale.

L’attacco a Masteri è stato il secondo grave incidente violento nel Darfur occidentale contro la comunità di Masalit dal dicembre 2019, quando migliaia di persone sono state costrette a fuggire da un’ondata di violenza, compresi gli attacchi ai campi di sfollati.

«A causa del conflitto, molti hanno perso la loro terra e l’unico modo per guadagnarsi da vivere è lavorare come commercianti tra il Sudan e i paesi vicini. Per farlo, devono affrontare enormi sfide», ha detto Abu-Hurira Ahmed dell’ONG, che è riuscito a visitare alcuni dei detenuti.

Le Nazioni Unite hanno avvertito l’escalation di violenza. La dichiarazione di un coprifuoco di 24 ore, poi, sta ostacolando le operazioni umanitarie in alcune parti del Darfur occidentale. L’ accesso a cibo, acqua e servizi igienici è compromesso.

In tutto il Sudan, 10 milioni di persone stanno ora affrontando carenze alimentari a causa del conflitto, dell’aumento dei prezzi e della pandemia. Purtroppo, molte di queste zone si trovano nelle aree del paese colpite dal conflitto.

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