Dal garage all’ultimo piano: il nuovo album di Antunzmask

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Il 19 Marzo è uscito l’album “Antunzmask” del cantautore omonimo.

Il campano Antonio Russo dal 2004 veste le spoglie di Antunzmask, un cantautore molto particolare, dalle mille facce e difficilmente inquadrabile: ballader folk, araldo della lo-fi music, pseudo-poli-strumentista dalle tendenze stoner e punk. Diversi stili, diversi mondi confluiscono in questo insolito ma certamente originale artista. Si sente la ruvida schiettezza dei Nirvana, si sente la produttiva follia di Syd Barrett, si sentono gli insegnamenti dei grandi cantautori italiani assimilati in modalità per nulla ortodosse.

Antunzmask, come egli stesso racconta, cresce e si sviluppa nelle notti passate a comporre; quest’ultime, nel corso degli anni, hanno fruttato due album (tre con l’attuale) e un EP. Inizia a sperimentare nel suo garage, ma col tempo si sceglie un altro nido, anche se di pochi metri distante: l’album “Antunzmask” è stato registrato, mixato e confezionato all’ultimo piano di casa sua. Russo racconta che è da quando aveva 14 anni che scrive musica nella stanza in cima al suo piccolo mondo: <<le mura della mansarda penso che avranno ascoltato migliaia di canzoni, prove, demo, urla, litigate>>. In merito al nuovo album lo descrive come <<un insieme di tutta la mia esperienza musicale, sia come musicista che come ascoltatore. È un album caleidoscopico: si apre nella maniera più rumorosa possibile per poi placarsi ed infine precipitare nel vuoto più assoluto>>

Partiamo da un presupposto, che risulta abbastanza evidente ascoltando l’album: Antunzmask non ha un’attitudine da musicista. Non sa suonare realmente tutti gli strumenti che ha infilato nella sua opera (e sono tantissimi). Un qualsiasi purista e tecnicista musicale probabilmente non riuscirà ad ascoltare oltre la metà della prima canzone e verrà colto da violenti attacchi di panico; le dissonanze, gli strumenti fuori tempo e il missaggio approssimativo, come nella migliore tradizione lo-fi, sono un repellente efficace per chi antepone la tecnica al resto. A dirla tutta, un qualsiasi musicista più o meno dilettante storcerà il naso al primo ascolto, domandandosi com’è stato possibile che certe cose abbiano superato il vaglio della della post-produzione (per poi rendersi conto che, essendo un’auto-produzione, ciò è del tutto plausibile).
Ma se gli ultimi quarant’anni di storia musicale ci hanno insegnato qualcosa è che il fare buona musica, o almeno il saper trasmettere qualche emozione, non coincide necessariamente con il saper suonare uno strumento: diamo ai Sex Pistols e epigoni ciò che è dei Sex Pistols e epigoni. Antunzmask non ama definirsi, ma l’orientamento Punk e Grunge è evidente. E se è vero che il Punk è più un’attitudine che uno stile musicale, Antunzmask è Punk in ogni suo componimento, anche nelle ballads acustiche.

Scendiamo ora nello specifico dell’album. Effettivamente, si apre “nella maniera più rumorosa possibile”. “Buongiorno obbligatoriamente” sembra quasi una ninnananna grunge: la melodia si potrebbe cantare anche a un bambino per addormentarlo; peccato per le saturazioni estreme, i feedback e la batteria martellante. Poi di colpo la canzone cambia e sopra il tappeto di distorsioni si eleva un riff che personalmente apprezzo moltissimo. Anzi, prima di sfumare nel caos più totale potrebbe benissimo spacciarsi per un’invenzione dei Black Keys.
Il brano successivo, “Don Squaglio”, è un surreale incontro tra il grunge di Seattle e i Litfiba e sa troppo di già sentito.
Le vere chicche dell’album arrivano ora, nella parte centrale. Dopo un incerto cambio di registro con “Forse uno sfogo”, la vena cantautoriale di Antunzmask esplode nelle successive “Puro” “Mary”. Anche le orchestrazioni e il missaggio si fanno più curati e apprezzabili; i testi non convincono e non brillano per estro poetico, ma le melodie e le armonie vocali sono molto interessanti. Spuntano inaspettatamente banjo e armonica, inseriti bene nel contesto di “E l’ora sia”, una classica ballata folk.

E’ incredibile come ogni assolo di questo disco non abbia una nota giusta. Chiusa parentesi.

La barrettiana “Radio UFO” è sicuramente la prova compositiva migliore. Ma è “Il mio turno” che sorprende veramente: davvero un gran bel pezzo, a mio avviso il più bello dell’album; la voce svogliata e scanzonata del cantautore tocca qualcosa nel profondo quando sale di ottava e inizia a urlare, palesando potenzialità finora latenti (nei pezzi precedenti non convinceva per niente). Risulta spontaneo assimilare il cantato di Antunzmask a quello di Cobain. “Annoiato” e greve nelle parti basse, sofferto e appassionato nei registri più elevati.

Ci si chiede a questo punto se la “grezzezza” di quest’album, invece di essere il risultato di carenze tecniche, non sia pienamente voluta e consapevole. Riguardo agli ultimi due pezzi, sono interessanti le sperimentazioni sonore ma i brani in sé non lasciano molto.

La spontaneità e fantasia di Antunzmask sono certo le cose che più risaltano dall’ascolto del disco. Quasi nessun pezzo, forse un paio, rimane davvero impresso, ma il punto non è questo: siamo di fronte a un insieme di premesse per un qualcosa di sicuramente innovativo. L’estro creativo c’è tutto, le idee ci sono e sono molto forti e, da parte mia, la curiosità per il futuro di questo artista è tanta. Le vere capacità di Antonio Russo saranno maggiormente evidenti in lavori più maturi, curati e (possibilmente) con produzioni più ottimali.

 

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