Crisi in Bolivia

L'ex presidente Morales si rifugia in Messico mentre la senatrice Jeanine Áñez assume la presidenza provvisoria.

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La senatrice boliviana dell’opposizione, Jeanine Áñez, ha assunto la presidenza provvisoria del Paese in seguito alle dimissioni di Evo Morales, nomina approvata dalla Corte costituzionale della Bolivia.

Morales si è dimesso domenica dopo settimane di proteste e dice di essere stato costretto a dimettersi, ma che lo ha fatto volentieri “così non ci sarebbero più spargimenti di sangue“. Ha chiesto così asilo in Messico, sostenendo che la sua vita fosse in pericolo.

Alla conferenza stampa di mercoledì a Città del Messico, Morales ha dichiarato: “Se la gente me lo chiede, siamo pronti a tornare in pace“.

L’agenzia di stampa AFP riferisce che avrebbe anche chiesto un “dialogo nazionale” per risolvere la crisi respingendo la legittimità del presidente ad interim.

La senatrice Áñez

La senatrice Áñez, 52 anni, è un avvocato qualificato e un feroce critico di Morales. In precedenza è stata direttrice del canale televisivo Totalvision ed è senatrice dal 2010.

In qualità di vice capo del Senato, la signora Áñez ha assunto il controllo temporaneo del corpo martedì dopo le dimissioni del vicepresidente della Bolivia e dei leader del senato e della Camera bassa e questo le avrebbe aperto la strada verso la Presidenza.

La sessione parlamentare per la nomina di Áñez è stata poi boicottata dai legislatori del partito per il movimento per il socialismo di sinistra del sig. Morales.

Prima dell’assenza definitiva del presidente e del vicepresidente … come presidente della Camera dei senatori, assumo immediatamente la presidenza come previsto nell’ordine costituzionale“, ha detto la signora Áñez, ottenendo il sostegno della Corte costituzionale della Bolivia.

Scrivendo su Twitter dal Messico, Morales ha definito questa presa di posizione come il “colpo più subdolo e più nefasto della storia” e i legislatori del suo partito, che detengono la maggioranza nell’assemblea legislativa della Bolivia, hanno minacciato di annullare la nomina.

L’ex Presidente Evo Morales

Evo Morales, ex coltivatore di coca, è stato eletto per la prima volta nel 2005 ed è entrato in carica nel 2006. È stato il primo presidente indigeno della Bolivia ed era al potere da oltre 13 anni.

Ha avuto consensi per la sua attività nella lotta alla povertà e per il miglioramento dell’economia della Bolivia, ma ha suscitato polemiche candidandosi per un quarto mandato alle elezioni di ottobre, sfidando così i limiti costituzionali.

La crisi

Ma la crisi politica ha radici nel 2016, quando un referendum bocciava una modifica della Costituzione voluta da Morales per cancellare il limite di due mandati alla presidenza. Il suo partito però otteneva dalla Corte Costituzionale una sentenza che dichiarava i limiti di mandato una violazione del diritto di un cittadino a candidarsi. Si arriva così alle elezioni presidenziali del 2019 tra le proteste contro la ricandidatura del presidente uscente al terzo mandato.

La pressione su di lui è cresciuta inesorabilmente quando dai risultati elettorali è risultato evidente che avesse vinto al primo turno. E il suo principale rivale Carlos Mesa, arrivato secondo nella votazione, aveva subito sottolineato che Morales non avrebbe proprio dovuto partecipare a queste elezioni. Subito dopo le elezioni l’opposizione ha denunciato delle irregolarità nella comunicazione dei dati di voto. Sembrerebbe che da un conteggio preliminare ufficioso, istituito per garantire la trasparenza, i dati raccolti si siano rivelati diversi da quelli risultati dal conteggio ufficiale successivo. I primi dati mostravano infatti Morales e il suo avversario, Carlos Mesa, adagiati su numeri molto simili, facendo pensare ad un ballottaggio. Ma questi dati non sono stati in seguito aggiornati per un giorno intero e quando sono riapparsi mostravano un distacco maggiore tra i due candidati, che è bastato a Morales per passare al primo turno, evitando il ballottaggio.

Questa situazione, quasi certamente frutto di brogli, ha infiammato gli animi della popolazione, ha portato l’opposizione a chiedere con insistenza le dimissioni del Presidente, sostenuta anche dalle forze armate, fedeli a Morales, preoccupate per l’unità nazionale. Il risultato però è stato messo in discussione anche dal Consiglio permanente dell’Organizzazione degli Stati americani, che ha rilevato “una chiara manipolazione” e ha chiesto che il risultato fosse annullato, raccomandando nuove elezioni.

Morales quindi aveva annunciato domenica scorsa le nuove elezioni.

Le dimissioni e l’asilo politico

Ma a fronte delle innumerevoli proteste il capo delle forze armate, il generale Williams Kaliman, ha invitato Morales a dimettersi dalla carica di Presidente nell’interesse della pace e della stabilità.

L’ex Presidente ha affermato di aver preso la decisione per impedire ai compagni leader socialisti di essere “molestati, perseguitati e minacciati“.

Dopo tre settimane di proteste in cui sono state uccise sette persone, si è rifugiato in Messico dove ha chiesto asilo politico.

Poi da Città del Messico ha ringraziato il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, a cui ha riconosciuto il merito di avergli salvato la vita. “Mentre avrò vita rimarrò in politica, la lotta continua. Tutti i popoli del mondo hanno il diritto di liberarsi dalla discriminazione e dall’umiliazione“, ha detto.

Morales ha ribadito di essere stato rovesciato da un “golpe” sostenendo che un militare della sua scorta gli ha confidato di aver ricevuto un’offerta di cinquantamila dollari per arrestarlo. Una trama che nella narrazione di Morales vede un complotto ordito dall’opposizione dopo il “trionfo” ottenuto alle elezioni del 20 ottobre.

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