Crisi dell’auto: dopo i chip toccherà alle batterie

La Rivian avverte che il numero di accumulatori non è sufficiente per soddisfare la domanda di auto elettriche

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Legge di bilancio

Non bastava la crisi dei chip a rompere le uova nel paniere automobilistico, adesso ci si mettono pure le batterie. La Rivian, azienda nel settore delle auto elettriche, avvisa il mondo che il numero di accumulatori non sarà sufficiente per soddisfare la richiesta di veicoli. Per la casa americana, le conseguenze sul mercato saranno imminenti. Tale affermazione è confermata da diverse analisi indipendenti, che sottolineano come l’aumento dei prezzi delle materie prime rischia di uccidere un settore in forte espansione. Le conseguenze saranno anche politiche.

Crisi delle batterie: cosa sta succedendo?

L’allarme è lanciato da RJ Scaringe, CEO della Rivian, che in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che i prossimi due decenni saranno caratterizzati da una penuria di celle per batterie che sarà assai peggiore di quella dei semiconduttori. Secondo le sue stime, la produzione attuale rappresenta solo il 10% del fabbisogno che sarà necessario tra dieci anni. Il restante 90%…si attacca, e non alla presa di corrente! Le preoccupazioni di Scaringe non sono fuori luogo, come confermano diverse analisi del settore. Queste individuano la causa della crisi nelle materie prime, i cui prezzi stanno schizzando a livelli folli. Il litio, minerale tanto raro quanto indispensabile, viaggia su livelli allucinanti (non a caso lo chiamano l’oro bianco!) tanto che costruttori come Tesla stanno pensando seriamente di estrarselo da sé. Il carbonato di litio ha quadruplicato il suo prezzo nel giro di un anno, ed il nickel ha raggiunto il massimo storico degli ultimi 20 anni. La Alix Partners ha stimato che la penuria di batterie potrebbe costare alle case oltre 180 miliardi di euro, complice anche i massicci investimenti richiesti per una riconversione voluta soprattutto dalla politica.

Alla ricerca della stabilità

Quello che Scaringe e gli analisti cercano di spiegare è che il problema di fondo sta nell’instabilità del mercato dei minerali da batterie. Il loro continuo schizzare dei prezzi rende difficoltoso l’approvvigionamento, con il risultato che la produzione di auto elettriche deve essere fatta con il contagocce. Ma i politici vogliono vedere solo questo tipo di vetture, in ossequio alle loro campagne elettorali pseudo-ecologiste. Un cortocircuito che rischia di esplodere, con una deflagrazione assai peggiore di quella – già pesante – dei semiconduttori. Parlando di cifre, il Center for Automotive Research ha stimato che i produttori di Europa, USA e Cina non riusciranno a produrre un numero sufficiente di veicoli fino al 2030, con un “passivo” di quasi 19 milioni di vetture tra il 2022 ed il 2029. L’incertezza sull’approvvigionamento delle materie prime si somma ai tempi tecnici per la costruzione dei vari impianti, specialmente quelli per l’assemblaggio delle batterie (le “Gigafactory”). Insomma, siamo in prossimità della tempesta perfetta, e sarebbe meglio ripensare qualcosa della conversione che piace tanto a chi ci governa. Che senso ha, ad esempio, abolire i motori termici se poi non si hanno delle alternative pronte all’uso?


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