Cos’è la sindrome da spopolamento degli alveari?

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sindrome da spopolamento degli alveari

Un fenomeno cominciato a studiare nei primi anni del 2000 e che riguarda le api di tutto il mondo sembra essere l’inizio di un triste epilogo per questi insetti operai. Ma forse qualcosa sta per cambiare.

Sappiamo quanto sono importanti per il nostro ecosistema, tuttavia questi squilibri ambientali hanno messo a dura prova la loro resistenza nel tempo. Abbiamo gioito alla notizia degli alveari scampati all’incendio di Notre Dame proprio riconoscendo la loro importanza nel mondo.

La sindrome dello spopolamento degli alveari (Colony Collapse Disorder) è un fenomeno ancora poco conosciuto per il quale colonie di api periscono bruscamente. Venne riscontrata per la prima volta in Nord America alla fine del 2006, per poi estendersi in Belgio, Francia, Paesi Bassi, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna e infine Svizzera e Germania e persino in Taiwan. Le cuase sono ancora sconosciute ma si pensa che il fenomeno sia strettamente collegato ai cambiamenti ambientali, alla malnutrizione, all’acariosi, agli insetticidi o addirittura alle radiazioni da telefoni cellulari o altri dispositivi artificiali.

Dal 1976 al 2006 le api selvatiche si sono estinte negli Stati Uniti e anche in quelle allevate dagli apicoltori si sta riscontrando un declino. Alla fine del 2006 il tasso di riduzione è cresciuto in maniera spropositata. Il “disturbo da collasso dell’alveare” è stato analizzato in un recente studio delle Università di Plymouth e Stirling, in Inghilterra e di Poitiers in Francia, che rintraccia nella diminuzione del polline una delle concause principali nella moria delle api: meno nutrimento significa meno apporto proteico per le api e di conseguenza l’indebolimento del loro sistema immunitario.

Sindrome da spopolamento degli alveari: caratteristiche

apicoltura a rischio

Ciò che contraddistinse gli episodi del 2006 era molto diverso dai precedenti casi di moria delle api La Sindrome da spopolamento degli alveari ha alcune particolari caratteristiche che la rendono facilmente individuabile. Si riscontrò intatti una rapida perdita della maggior parte delle api operaie di fronte alla presenza di una covata abbondante.

Inoltre, oltre alla presenza della regina nell’alveare, c’era sempre un’abbondanza di scorte di cibo, sia miele sia polline. Queste scorte non venivano immediatamente rubate da altre api e l’attacco da parte di altri insetti avvenne notevolmente in ritardo e le arnie non ospitavano le api morte né all’interno né nei pressi: normalmente le api non abbandonano mai un alveare in cui c’è una covata ancora da allevare e nutrire.

La scomparsa delle api: un pericolo per tutti

Le api rivestono un ruolo fondamentale nella formazione e conservazione dell’ambiente; sono veri e propri bioindicatori dello stato d’inquinamento di un determinato territorio. Lo sosteneva già Albert Einstein dicendo che “se le api dovessero scomparire dalla Terra, all’uomo potrebbero rimanere soltanto quattro anni di vita”.

In base ai dati FAO e APIMONDIA, nel mondo sono presenti oltre 60 milioni di alveari; la densità maggiore viene registrata ancora oggi in Europa, con una media di 2,8 alveari per kmq. Si comprende l’interesse e la preoccupazione scaturita a livello internazionale per le segnalazioni di gravi morie e di spopolamenti massicci verificatesi negli alveari in questi ultimi anni: le perdite al patrimonio apistico si stanno facendo sempre più ingenti ed incontrollabili, in termini economici stimate dalle mancate produzioni apistiche, in termini di danni per la produzione agricola da mancata impollinazione entomofila ed in termini di perdite di interi apiari e di biodiversità.

Ancora una speranza

api

Il fenomeno dello spopolamento degli alveari si è fortunatamente ridotto nel corso degli ultimi anni, sebbene non sia ancora del tutto scomparso. Secondo i dati raccolti, il numero di alveari persi durante l’inverno dal 2006 al 2007 si è mantenuto nella media del 28,7%, mentre questa percentuale è scesa al 23,1% dal 2014 al 2015.

Sebbene le morti invernali siano comunque molte elevate, quelle attribuibili alla sindrome sono passate dal 60% del 2008 al 31,1% del 2013. Dal 2015 non viene nemmeno più menzionata come il primo fattore causante la moria invernale degli sciami. I dati sono incoraggianti, anche se la Sindrome da spopolamento non è ancora un fenomeno da considerarsi archiviato.

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