Coronavirus. L’emergenza delle donne maltrattate isolate con i loro carnefici

La quarantena, le restrizioni per il contenimento del contagio da COVID-19, rischiano di far esplodere una nuova emergenza. Quella delle donne vittime di violenza domestica costrette alla convivenza forzata con i loro aguzzini.

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Si potrebbe definire “l’altra faccia del Coronavirus”. L’isolamento forzato al quale sono costrette tante donne vittime di violenza domestica.

Le restrizioni in corso, implicando una prolungata condivisione degli spazi con mariti violenti, rischiano di determinare non solo un aumento degli episodi di maltrattamenti. Ma anche un loro aggravamento.

I momenti in cui si registra un aumento degli episodi di violenza sono infatti proprio le vacanze estive e le festività. Periodi in cui la convivenza si fa più stretta.

L’isolamento è una delle forme principali attraverso cui si manifesta la violenza domestica. Spesso, per le donne che la subiscono, l’unico momento disponibile per contattare i servizi a cui chiedere aiuto è quello in cui sono fuori casa. O è fuori casa il partner.

La riduzione dei contatti esterni e la condivisione prolungata degli spazi abitativi con il partner violento, può, quindi, costituire un’occasione pericolosa di situazioni di violenza domestica.

L’allarme è stato lanciato anche dal procuratore aggiunto di Milano Maria Letizia Mannella. “C’è stato un calo nelle denunce per maltrattamenti. È ancora presto per avere dei dati certi, ma possiamo dire che le convivenze forzate con i compagni, mariti e con i figli, in questo periodo, scoraggiano le donne dal telefonare o recarsi personalmente dalle forze dell’ordine“.

Sono state 6283 le donne che dal primo gennaio al 15 marzo di quest’anno hanno chiamato il 1522, il numero antiviolenza e stalking. Un numero di utenti letteralmente crollato, però, negli ultimi 20 giorni.

L’allarme lanciato da Telefono Rosa

In questo periodo – spiega Telefono Rosa si riscontra nelle donne che ci contattano, una difficoltà a richiedere aiuto per via della convivenza forzata in ottemperanza alle misure previste dell’ordinanza del Dpcm del 9 marzo. Molte di loro chiedono aiuto con un filo di voce, per non farsi sentire dal compagno nella stanza accanto. In questi casi la donna impossibilitata a parlare, viene invitata a comunicare in chat la sua storia di violenza, per non esporsi al pericolo di essere scoperta e aggredita“.

Chiusa per l’emergenza Coronavirus la sede centrale di viale Mazzini, nel quartiere Prati di Roma, e i centri antiviolenza. Restano però attivi i centralini.

Tutte le chiamate infatti sono state deviate alle nostre volontarie e alle operatrici – spiegano dal Telefono Rosa – che risponderanno fornendo, attraverso l’ausilio di avvocati e psicologhe, consulenze legali e psicologiche telefoniche. Il 1522 rimane comunque attivo 24h/24 senza alcuna modifica“.

Dai dati del Telefono Rosa emerge che le telefonate, rispetto a quelle dello stesso periodo dell’anno scorso, nelle prime due settimane di marzo sono diminuite del 55,1%. Da 1.104 sono passate a 496, di queste le vittime di violenza che hanno chiamato il telefono dedicato sono state 101 con una diminuzione del 47,7%. Sono praticamente crollate le telefonate di vittime di stalking. L’anno scorso erano state 33, quest’anno soltanto 7 registrando una diminuzione del 78,8%.

L’associazione Differenza Donna

Un ulteriore dato è fornito dall’associazione Differenza Donna. “Le telefonate che ci arrivano in questi giorni sono quelle delle donne che già seguiamo e con le quali è stato intrapreso un percorso, ma anche quelle di chi mai si era rivolto prima a un centro antiviolenza e che oggi, costretta tra le quattro mura domestiche con un compagno o un marito violento, si trova a dover chiedere aiuto, sola con il proprio incubo a pochi passi“, svela all’Adnkronos il presidente Elisa Ercoli. 

Sono telefonate fatte con evidente disagio, brevissime – continua Ercolievidentemente controllate, sussurrate. Dall’altro capo della cornetta riusciamo appena a sentirle ed è difficile anche solo provare a darci un appuntamento. Si tratta di donne sotto controllo continuo, con poco tempo per fare una conversazione delicata come è quella in cui si confida una situazione di maltrattamenti in famiglia. Chi ci chiama spesso lo fa approfittando di quel tempo che si è ritagliata per fare la spesa, per andare in farmacia“.

Le donne non chiamano dicendo ‘correte, sto subendo violenza, aiutatemi‘ – continua Ercoli. “La questione è complessa, sono donne depotenziate completamente, avvilite, scoraggiate, che chiedono anche solo un semplice confronto per cercare di capire cosa possono fare. Non dobbiamo immaginare che abbiano a loro disposizione una scelta netta se restare o rimanere: sta a noi descrivere a ognuna quali sono le opportunità e i diritti di cui può godere e il modo in cui è possibile facilitare l’accesso a questi diritti. Ci chiedono soprattutto quanto rimanere in casa, sopportare, sia una opportunità o un danno per i loro figli che spesso, soprattutto in quarantena, assistono loro malgrado alle violenze“.

La campagna informativa sui social

Una campagna informativa sui social è stata lanciata dalla ministra alle Pari Opportunità e alla Famiglia Elena Bonetti: “La porta per uscire dalla violenza è sempre aperta come è sempre attivo il numero antiviolenza 1522“. Nessuna chiusura anche per i centri antiviolenza e le case rifugio.

Una campagna a cui hanno aderito immediatamente molti artisti: Fiorella Mannoia, Paola Turci, Ornella Vanoni, Giuliano Sangiorgi, Francesca Michelin, Ermal Meta, tra i tanti altri. Un modo “per amplificare – ha spiegato la ministra – il nostro messaggio per dire Noi ci siamo, chiamate il 1522“.

Sui centri antiviolenza Bonetti ha annunciato lo sblocco dei fondi del 2019, 30 milioni non ancora stanziati per ritardi attribuibili alle Regioni.

Nuovi alloggi in cantiere

La ministra Bonetti, insieme alla collega dell’Interno Luciana Lamorgese, sta studiando per i centri antiviolenza un provvedimento per ampliare il numero degli alloggi. Richiesta sollecitata da D.i.Re – Donne in rete contro la violenza che la considerano la “misura più urgente che abbiamo chiesto, insieme ai presidi per consentire di lavorare senza ammalarsi“.

Oltre alla paura del contagio, queste donne vivono ogni giorno l’incubo di una convivenza che potrebbe portare alla violenza. Una doppia agonia quotidiana. Non è da sottovalutare la tensione emotiva che la situazione di quarantena comporta in soggetti “pacifici”. Tensione che potrebbe sfociare in scatti immotivati d’ira in soggetti già violenti.

Per superare la paura, per non subire, le donne, profondamente fragili, devono ricordarsi che non sono sole. L’ancora di salvezza può essere solo denunciare e chiedere aiuto, senza alcuna vergogna.