Coronavirus: in Cina espulsi 3 giornalisti americani con l’accusa di “razzismo”

La Cina ha concesso cinque giorni di tempo a 3 giornalisti del Wall Street Journal, intimandoli di lasciare il Paese per non aver presentato scuse formali a seguito di alcune loro dichiarazioni considerate “tendenziose” e razziste dall’Amministrazione di Pechino

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Continua il braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti. Tre corrispondenti del Wall Street Journal che si sarebbero rifiutati di scusarsi per quanto scritto in un articolo sull’epidemia da coronavirus, si sono visti recapitare dal Governo di Pechino l’intimazione a lasciare il Paese entro cinque giorni perché accusati di dichiarazioni discriminatorie e faziose.

Queste le motivazioni ufficiali che sarebbero alla base dell’ordine formale di allontanarsi immediatamente dalla Repubblica Popolare per i tre reporter americani: John ChinChao DengPhilip Wen.

Il gesto, segno di una grave crisi della libertà di espressione, non fa altro che esasperare la già difficile situazione che ha isolato la Cina nella gestione dell’epidemia del coronavirus e di acuire oltre modo i già tesi rapporti con gli Stati Uniti in un’escalation che coinvolge anzitutto la stampa estera.

Secondo il Foreign Correspondents’ Club of China (FCCC), questa è la maggiore espulsione nei confronti di corrispondenti stranieri dal 1989, e la prima in assoluto dopo il 1998.

Il FCCC in una nota qualifica l’azione di Pechino come un “chiaro intento intimidatorio delle autorità per scoraggiare la stampa estera attraverso ripercussioni sui loro inviati”. 

Secondo quanto riporta la CNN, a puzzare sono soprattutto le tempistiche in cui è stata disposta l’espulsione, avvenuta il giorno immediatamente successivo alla decisione degli Stati Uniti di far gravare sui principali media cinesi – XinhuaChina Global Television NetworkChina Radio InternationalChina DailyPeople’s Daily– l’obbligo di rendicontare le proprietà e le operazioni di gestione del personale al Dipartimento di Stato Americano, subordinando l’autorizzazione di Washington per ottenere la locazione di nuovi uffici. 

Per il Dipartimento degli esteri Americano, le ragioni di tali limitazioni sono giustificate dall’equiparazione delle Agenzie cinesi a “missioni estere” ed estensioni del Governo di Pechino, pertanto necessitanti di sorveglianza speciale, come pienamente condiviso da Jim Risch, Repubblicano a capo del Comitato per le relazioni estere del Senato che la descrive “Una decisione intelligente e ragionevole”.

Mercoledì, il Ministero degli esteri cinese, dopo aver manifestato tutto il suo sdegno nei confronti di tale risoluzione – ritenuta “irragionevole e oltraggiosa” – si era riservato di prendere propri provvedimenti sulla questione.

Secondo la CNN la rappresaglia si sarebbe consumata proprio attraverso la conferma espressa da Pechino della volontà a procedere all’allontanamento coatto e alla revoca dei crediti di stampa nei riguardi di tre corrispondenti all’estero del Wall Street Journal

In un comunicato, la CNN riporta che la motivazione ufficiale della revoca sarebbe dovuta ad alcune pubblicazioni da Pechino ritenute discriminatorie e non smentite dal quotidiano americano. 

Secondo quanto riporta il portavoce del Ministero, Geng Shuang, l’Amministrazione centrale si è determinata ad adottare questi provvedimenti in quanto l’articolo sotto accusa, La Cina è il vero malato dell’Asia, riporterebbe un titolo “idoneo a sollevare indignazione e biasimo della comunità internazionale nei confronti della popolazione” e sarebbe successivo ad un altro intervento non gradito, questa volta firmato dall’accademico Walter Russel Mead, accusato di riportare in maniera tendenziosa le prime risposte del Governo cinese alla diffusione del coronavirus nell’epicentro di Wuhan e teso a sottolineando le negative ricadute dell’epidemia sull’economia e sulla politica cinese. 

Shuang ha poi spiegato: “Purtroppo, anche se il WSJ non ha fatto nulla non può dirsi esente da responsabilità” in quanto la testata non avrebbe “Né presentato formali scuse né ci ha informati di quali provvedimenti intende prendere nei confronti dei giornalisti coinvolti” e ha proseguito: “Pertanto, è stato deciso che da oggi ai tre reporter verranno revocati i crediti di stampa”. 

Il Global Times ha cavalcato l’asserita tendenziosità della pubblicazione, rispondendo con un proprio trafiletto dal titolo “Per quale motivo il Wall Street Journal non ha avuto il coraggio di scusarsi?”. 
Nell’articolo, il quotidiano filo-statale ha rimarcato la disattesa richiesta di scuse da parte del giornale americano nei riguardi del Governo e della popolazione cinese, rilevando il fatto che lo stesso non abbia mosso alcun provvedimento nei confronti degli inviati e che, al contrario, continui “A sostenere la propria arroganza e pregiudizio”.

In merito alla questione il Segretario di Stato Americano, Mike Pompeo, ha riferito al quotidiano Reuters che: “I Paesi maturi e responsabili sono in grado di capire che una stampa libera riporta i fatti ed esprime opinioni”. E, condannando la scelta di Pechino di revocare i crediti di stampa, ha aggiunto: “La risposta corretta è presentare prove contrarie, non limitare la libertà di espressione”. 

Pompeo al FCCC ha descritto la pressione del Governo cinese un’indebita “Forma di ritorsione senza precedenti nei confronti della stampa estera in Cina”. 

Secondo la FCCC, i corrispondenti esteri in Cina sono oggetto di “Una crescente frequenza di molestie, sorveglianza e intimidazioni da parte delle autorità”, di cui l’espulsione dei tre inviati del WSJ è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. 

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