CONTRO LA DECLINAZIONE AL FEMMINILE DI RUOLI E FUNZIONI

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Le polemiche relative alla partecipazione in misura minoritaria di donne al nuovo esecutivo Draghi ha riproposto per l’ennesima volta la questione dell’opportunità di garantire (attraverso le cosiddette “quote rosa”) la partecipazione femminile nei ruoli dirigenziali.

Essere e fare

Un significativo aneddoto riportato (seppure in versioni diverse) da più di un biografo di Jean Paul Sartre racconta che un giorno era seduto al tavolino di un bar assieme alla sua compagna Simone Beauvoir, a Parigi, quando un giovane in livrea bianca,  domanda loro cosa desiderassero ordinare. Sartre (sempre propenso al colpo di scena) gli chiede: “Chi è lei?”, e l’altro, stupito, gli risponde: “Sono il cameriere”. “No!” si infuria il filosofo “Lei non è il cameriere, lei fa il cameriere.”

Questa storia è stata utilizzata a supporto di varie tesi, tra cui quella – che condivido in pieno – che l’uomo è altro rispetto alla funzione sociale che svolge, e che la sovrapposizione tra questi due livelli rappresenta la più falsa delle prospettive attraverso cui definire la propria identità. Sartre parlerebbe di Essere e Nulla (e qui – lo dico col massimo rispetto – le nostre posizioni divergono inesorabilmente) ma della sua acuta osservazione faccio tesoro per introdurre argomentazioni contrarie alla tendenza a declinare al femminile le funzioni sociali.

Una questione di genere o di classe?

Apro una parentesi: nell’analizzare il fenomeno della discriminazione subita dalla donne in relazione al loro accesso a ruoli “importanti”, non dovrebbe essere sottovalutata la variabile di classe.

Intendo dire, che la discriminazione (non solo di genere) è tanto più forte quanto minore è il peso della variabile di classe: la figlia di di un grande industriale ha maggiori possibilità di accedere a ruoli di primo piano non solo più di una che proviene da una famiglia meno benestante, ma anche di un uomo.

Questo per dire sollineare che la correlazione tra “genere” e “merito” sovente è mediata dalla collocazione sociale della persona.

Declinare al femminile

Con questo non è mia intenzione negare l’esistenza del problema, vorrei però concentrarmi su quella che è la sua derivata sul piano grammaticale, e sul presunto valore attribuito a questa operazione.

È stato affermato che, siccome si dice “operaia” e “sarta”, sia doveroso piegare alla stessa logica anche termini quali “avvocatessa”, “assessora”, “sindaca” e via dicendo. Insomma, ne fa una questione  di classe sociale, e non di grammatica – tanto meno di cacofonia. Mi permetto (e stavolta Sartre è con me) di non essere d’accordo.

Se della derivazione latina fosse rimasto qualcosa in più nella nostra lingua, voglio immaginare che le funzioni sociali sarebbero declinate al neutro, proprio perché la loro interpretazione trascende il sesso.

“Chirurgo”, ad esempio, non sarebbe un sostantivo maschile (costringendo all’impronuciabile “chirurga”) ma semplicemente neutro. Perché – voglio ripeterlo – l’uomo è altro rispetto alla funzione sociale che svolge, specie in una società nella quale le traiettorie di vita sono ostaggio delle condizioni sociali della famiglia di origine, e solo pochi privilegiati possono scegliere il proprio lavoro.

E’ una storia vecchia, di cui si conservano tracce sulle vecchie lapidi conservate nei cimiteri: nome, cognome, professione. Oggi siamo andati oltre, per fortuna.

Il genere “neutro” delle funzioni sociali

Per quanto mi riguarda, quindi, niente “sindaca” quindi, e naturalmente nemmeno “operaia”: poiché si tratta di funzioni, credo non solo sia sufficiente ma addirittura necessario NON declinarle, distinguendole da chi (uomo o donna che sia) le svolge.

Piegarle al genere significa solo ribadire al distanza da questa posizione, seppure da parte di chi si trova in una posizione di svantaggio.

Perché la vera parità tra i sessi – e non solo tra i sessi – ci sarà solo quando riusciremo a pensarci tutti quanti come persone.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 53 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.