Consenso e salute pubblica

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Mentre la scansione dei numeri dei contagi prosegue implacabile a monopolizzare l’informazione e i social che la ripropongono rivista e corretta, qualche notizia strappa il velo della vita pre-covid che tutti stiamo (a ragione) rimpiangendo, mostrandoci ciò che forse abbiamo dimenticato.

Non solo il covid

Vincenzo Semeraro, un bambino di dieci anni residente nel quartiere Tamburi di Taranto è morto per un tumore raro. L’ennesima vittima dell’acciaieria i cui scarichi ogni giorno avvelenano la città (e in particolare quel rione) attraverso invisibili – ma nocive – microparticelle, oltre alla polvere minerale che si deposita su finestre e balconi.

Per Vincenzo la città si era mobilitata, raccogliendo oltre 8mila euro per permettergli di essere curato. Con la famiglia era partito per Roma per sottoporsi all’immunoterapia contro un raro tumore alle ossa e poi ad un trapianto di midollo.

Ricoverato all’ospedale Bambin Gesù, il bimbo ha contratto il Covid19 ed è stato il colpo di grazia per il suo fisico debilitato.

La sua morte arriva mentre si conclude l’accordo tra Invitalia e Arcelor Mittal perché lo stabilimento ex Ilva possa continuare a produrre acciaio. La politica – trasversalmente – ha deciso che gli impianti devono rimanere aperti.

Una strage annunciata

Non c’è niente di casuale in tutto questo. A Taranto – secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità – si si registra una mortalità infantile maggiore del 21% rispetto alla media regionale con un eccesso di incidenza di tutti i tumori nella fascia 0-14 anni.

Nei pressi dell’acciaieria, in particolare nel quartiere Tamburi dove viveva Vincenzo, i bambini dai 0 ai 14 anni si ammalano di asma bronchiale e infezioni respiratorie il 33% in più rispetto ai minori di altre zone.

Un’ordinanza impediva loro di giocare nelle prati dove l’erba è contaminata dalla diossina.

CRISTO SI È FERMATO A TARANTO – Periodico Daily

Annamaria Moschetti, già pediatra del quartiere, sottolinea la correlazione tra l’insorgenza del tumore in Vincenzo e le condizioni ambientali in cui ha vissuto la sua troppo breve vita. Alle sue parole si aggiungono quelle dell’associazione Genitori tarantini, che chiede giustizia per queste morti annunciate.

Annunciate: perché le statistiche parlano di 600 bambini nati tra 2002 al 2015 che soffrono di una malformazione congenita, vale a dire il 9% in più della media nazionale, così come in eccesso sono la mortalità per il tumore del polmone, per mesotelioma della pleura e per le malattie dell’apparato respiratorio, in tutta la popolazione della zona.

Tra i lavoratori impiegati nello stabilimento ex Ilva di Taranto, secondo l’Osservatorio nazionale amianto (Ona), si registra il 500% di casi di cancro in più rispetto alla media della popolazione della città non impiegata nello stabilimento.

Vivere e morire a Taranto prima del covid

Potremmo continuare, ma solo per arrivare alla medesima conclusione: chi vive a Taranto, e in altri siti inquinati – uomini, donne bambini, anziani – rischia di ammalarsi più di altri, e i numeri sono tali da fare concorrenza alla pandemia. 1500 morti all’anno, 21.000 casi di tumore dal 2013 al 2019.

Alcune drammatiche testimonianze sono state raccolte in un breve video, ma guardatelo solo se ve la sentite, perché quello che viene raccontato ha un impatto emotivo fortissimo:

Figli di Taranto, martiri dell’Ilva: “Mamme e bambini uccisi dai veleni: qui la vita è finita” – YouTube

Poi riflettete sulle implicazioni di questa situazione (ma ce ne sono anche altre) e su come la salute pubblica viene tutelata, e provate ad azzardare qualche similitudine, a pensare da cosa – a parità di gravità – sia influenzata la risposta delle autorità sanitarie.

Le priorità della politica che guarda al consenso

L’irruzione del COVID bene o male ha responsabilizzato i governanti, che non si sono potuti esimere dall’assumersi l’onere di dare risposte – se non adeguate – quanto meno rapide.

Ma ci sono altri nemici altrettanto pericolosi per la salute (se non di più) di cui tutti siamo a conoscenza ma per i quali non vengono presi provvedimenti. Come a Taranto.

E allora mi viene spontaneo domandarmi se, specialmente in un momento di crisi come questo, la fiducia nella politica (che traduce le indicazioni di una parte della comunità scientifica in atti concreti) sia effettivamente ben riposta.

Se – così come la popolazione di Taranto – affidarsi acriticamente alle valutazioni di chi ci governa, rappresenti la scelta migliore.

Il timore è che, nelle decisioni di chi ci governa, pesi in modo essenziale la variabile del consenso: consenso che è strettamente legato a fattori economici.

Taranto e altre storie

Abbiamo parlato dell’ex Ilva, ma possiamo fare anche altri esempi. Ogni anno in Europa muoiono 700mila persone per malattie correlate al tabagismo, di cui 165mila bambini a causa del fumo passivo, in Italia circa 41mila nuove diagnosi all’anno di tumore che si sommano alle circa 107mila già presenti: in senso lato non è una pandemia, ma i numeri sono impressionanti

Se ogni sera, anziché i dati dei contagi, il telegiornale si dilungasse su questi numeri, come reagirebbero le persone? Probabilmente molti smetterebbero di fumare per ridurre il rischio di ammalarsi; altri chiederebbero che il divieto di fumo fosse esteso in ogni area pubblica, anche all’aperto.

La politica si mobiliterebbe sulla scia dell’opinione pubblica, non perché il problema – numeri alla mano – non sia grave, ma per muoversi nella scia di un consenso che oggi non c’è, non essendo sufficientemente sensibilizzati (anche perché non c’è interesse a farlo: le sigarette rappresentano un’entrata cospicua per lo Stato e per chi le produce). La pertinenza con la vicenda dell’ex Ilva credo sia chiara.

In più, e non da oggi, consenso ed economia vanno a braccetto; e diverse storie che appartengono alla cronaca del nostro Paese suggeriscono che seguono traiettorie che sono altre da quelle della salute pubblica.

Sollecitando, inevitabilmente, una riflessione su quanto sta avvenendo, sulle scelte di oggi ma soprattutto su quelle del prossimo futuro.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.