Conflitto Israele e Palestina: quando la guerra è social

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social guerra

Da Instagram a Twitter, da Snapchat a TikTok. Nel 21° secolo la guerra la raccontano i social network. Così accade per il conflitto israelo-palestinese, mentre le fake news sono sempre dietro l’angolo. Davvero chiunque disponga di una connessione Wi-Fi è in grado di fare informazione?

I social raccontano la guerra?

Il mondo è cambiato. E noi con esso. Se una volta l’informazione era delegata ai professionisti della carta stampata prima, e delle emittenti radiotelevisive poi, oggi sono i social la principale fonte di informazione. Facebook, Twitter, TikTok e Instagram. Sono solo alcuni esempi. Oggi, i social filtrano gli avvenimenti e selezionano quelli più rilevanti sulla base delle condivisioni. Ad esempio, un videoclip condiviso dal politico israeliano Ayman Odeh vanta 14 milioni di visualizzazioni. Mentre quello postato dal canale Muslim su TikTok, relativo all’inizio dei bombardamenti a Gaza, è stato visto 40 milioni di volte. Dunque, si può dire che siano gli utenti a fare informazione? Del resto, è il popolo dei social network che sceglie cosa, come e quanto pubblicare. Amici, followers, tik tokers, instagrammers e così via. Davvero basta una connessione Wi-Fi per raccontare quanto accade nel mondo? E, soprattutto, i social sono fonti attendibili?

Social e fake news

La risposa a queste domande può essere solo che negativa. Sebbene rappresentino uno strumento utile, se ben gestito, i social potrebbero diventare loro malgrado un veicolo di disinformazione. Se non un vero catalizzatore. Specialmente in una rete inquinata dalle fake news. Eppure, la maggior parte delle immagini “sul campo” della guerra tra Israele e Palestina giungono proprio da questo tipo di piattaforme, che sono diventate il punto di riferimento per chiunque desideri rimanere aggiornato “in tempo reale”. Quindi, non resta che scoprire le opportunità offerte da questa fonte immediata di informazione. Tenendo presente che non dovremmo mai prescindere dal giudizio critico e dal confronto con gli articoli redatti dai professionisti dell’informazione.


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Social e guerra: Snap Map

Certamente, uno dei social network che si è imposto durante la guerra tra Palestina e Israele è Snapchat. In particolare, la sua sezione Snap Map. Aggiornata di frequente e in maniera diretta, questa carta interattiva offre all’utente la possibilità di visualizzare le storie nella location in cui sono state postate. Il che rende possibile seguire da vicino come si svolge la vita quotidiana nelle aree coinvolte nel conflitto. Una sorta di Grande Fratello, ma in una versione più macabra. Ad esempio, selezionando sulla mappa la città di Gaza l’utente è in grado di vedere i palazzi distrutti dai bombardamenti. Il tutto tappandoci sopra. Ma basta spostarsi di qualche centimetro sulla cartina o passare alle stories successive per imbattersi negli abitanti immersi nelle loro faccende quotidiane. Come gli avventori riuniti nei bar, magari mentre sorseggiano del buon tè.

Social: uno zoom sulla guerra

Di certo, non si può biasimare chi si senta minacciato da tale invasione della privacy. Ma è anche vero che non era mai stato possibile seguire la routine quotidiana della popolazione nei giorni di guerra. Almeno finora. Ma non finisce qui, anzi. La funzione Snap Map riserva altre sorprese. Ad esempio, allargando la cartina fino a Tel Aviv si può vedere come se la cavano i cittadini israeliani. Qui, le storie prevalenti sono di ritrovi in spiaggia e di serate all’aperto, spesso in compagnia degli amici. In Israele gli effetti della guerra si avvertono in misura minore, specialmente nelle aree a Nord e al Centro del Paese. Lontane dal confine con Gaza, e dunque fuori dalla portata dei missili di Hamas. Oltretutto, il sistema di localizzazione di Snapchat permette di verificare che si tratti di immagini attuali e relative alla località selezionata.


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Israele

Questo articolo vuole essere solo un rapido excursus dei social che raccontano la guerra. Pertanto, in riferimento alle piattaforme più conosciute possiamo dire che sono i tag a fornire il principale servizio di informazione. Tra tutti, quelli di tendenza (pur se generici) sono gli hashtag: #GazaUnderAttak e #Israel. Nei quali sono convogliate principalmente le notizie dall’estero, spesso in lingua inglese. Mentre quelli più pertinenti sono i tag in arabo o in inglese, i quali offrono una prospettiva locale dell’evolversi della situazione. Tra quelli relativi al mondo arabo, negli ultimi giorni i contenuti con più visualizzazioni sono riferiti agli hashtag “Palestina vittoriosa”. Oltre alla propaganda, un occhio attento potrà selezionare video recenti e scoprire tutti i dettagli della vita a Gaza.

TikTok

Negli ultimi mesi anche TikTok si è ritagliato un ruolo da storyteller delle sorti del conflitto in corso. In questo caso i tik tokers utilizzano principalmente il tag #SaveSheikhJarrah per trovare contenuti relativi alla vita ne quartiere palestinese teatro degli scontri con le forze di occupazione israeliane. Allo stesso modo degli utenti di altre piattaforme social. Come Facebook, Instagram e Twitter. Anche in questo caso, però, è bene prestare attenzione. E verificare sempre le informazioni sulla guerra date “in pasto” ai social. Perché non bisogna dimenticare che solo alcuni canali risultano attendibili. Oltretutto, le piattaforme propongono i risultati sulla base delle visualizzazioni, senza verificare la veridicità dei contenuti dei post.


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Social guerra e spirito critico

Come anticipato, non si può prescindere dalla verifica delle informazioni. Specialmente rispetto a Israele, dov’è costante il rischio di imbattersi in fake news. In soccorso dell’utente, però, arrivano una serie di account e portali che si occupano di verificare l’attendibilità dei contenuti postati. Tra questi, il più importante è Fake Repoter. Un account che ogni giorno riporta quali profili non siano da considerarsi attendibili. Nonostante sia in lingua ebraica, per l’utente sarà agevole avvalersi del traduttore simultaneo offerto dal motore di ricerca, se non dagli stessi social network. Specialmente quando si tratta do guerra, è fondamentale confrontare i dati e risalire a fonti attendibili. Solo così queste piattaforme potranno rivelarsi uno strumento utile e non, invece, un veicolo di disinformazione.