Conflitto in Siria: dopo 9 anni cosa propone Israele?

0
427
conflitto in siria

Il conflitto in Siria coinvolge diverse nazioni. Ognuna delle quali ha avuto la presunzione di intervenire per sconfiggere il regime del presidente Bashar al-Assad, dopo le contestazioni nate con le “Primavere arabe”. Ma dopo 9 anni il presidente è ancora in carica e la popolazione allo stremo. Dunque, quali sono stati i veri obiettivi della crisi siriana? Quale proposta ha avanzato Israele per risolvere la situazione? E come si giustifica l’intervento statunitense?

Come procede il conflitto in Siria?

In Siria si vive in conflitto da quasi dieci anni. Più precisamente, la crisi era iniziata nel 2011, quando alcuni ribelli avevano chiesto la fine del regime del presidente Bashar al-Assad. Una conseguenza delle Primavere arabe che avevano interessato il MENA. In Siria, in particolare, le manifestazioni di piazza scoppiate a marzo erano presto degenerate in una vera e propria insurrezione. E di lì in guerra civile. Da allora, quasi mezzo milione di persone ha perso la vita. Tanto che da anni le Nazioni Unite hanno smesso di contare le vittime. Come ha riferito l’Unicef, almeno 12.000 i bambini sono rimasti uccisi o feriti. Mentre un milione di loro è nato in esilio. Oltretutto, il conflitto in Siria ha determinato la più grande crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale. Per il Consiglio norvegese per i rifugiati, dal 2011 circa 2.4 milioni di persone risultano sfollate ogni anno.

Qualche numero

Si tratta di profughi sia interni sia esterni al paese. Per il Times of Israel, dei 23 milioni di persone che abitavano in Siria prima del conflitto quasi 5.6 milioni ora sono profughi in Giordania, Libano e Turchia. Solo una minima parte in Europa. Mentre 6.5 ​​milioni sono sfollati interni, la maggior parte dei quali lo è da oltre cinque anni. Il Libano, un piccolo Paese mediterraneo di circa 5 milioni di abitanti, ospita la più alta concentrazione di rifugiati pro capite. Le stime parlano di una cifra intorno al milione di persone. Di cui la maggior parte vive in campi improvvisati e in tende di fortuna nella Bekaa libanese. A poca distanza dal confine siriano. In questo contesto, la popolazione risente delle conseguenze di una crisi economica senza pari, che ha lasciato il paese in rovina. Nonostante i timidi segnali di ripresa.


Bambini in Siria senza cibo: sale allarme Save the Children


Il conflitto in Siria ha sconfitto Assad?

Né gli sforzi della popolazione né l’intervento delle potenze internazionali, però, hanno posto fine al regime di Bashar al Assad. Che, al contrario, è rimasto saldamente al potere a Damasco. Anzi, ha rafforzato le relazioni con i suoi principali alleati. Non solo con la Russia, l’Iran e i militanti sciiti di Hezbollah. Ma anche i terroristi sostenuti da Israele, Usa e loro alleati. Tra cui Arabia Saudita e Turchia, specialmente ora che quest’ultima stenta a mantenere il controllo del territorio. In particolare della provincia di Idlib, strategica perché da sola potrebbe determinare le sorti del conflitto in Siria. Eppure, i media israeliani hanno proposto un modo per risolvere la crisi siriana. O meglio hanno rispolverato il vecchio piano di “balcanizzazione” della Siria. Il che ha inviato un messaggio piuttosto chiaro all’amministrazione statunitense.


Jihadisti in Turchia: Erdoğan ha favorito gli estremisti


Quali gli obiettivi di Israele nel conflitto in Siria?

I media israeliani prevedono che la crisi siriana potrà finire solo con la divisione del Paese. Similmente a quanto avvenuto in ex Jugoslavia con le guerre del ’90. Ad esempio, questa rimane l’opinione del Jerusalem Post, per cui la separazione sarebbe l’unica soluzione percorribile. Per il quotidiano, si tratterebbe di costituire “Uno stato alawita nella Siria occidentale e uno stato sunnita a est, come il Kosovo“. Di conseguenza, una parte del territorio siriano sarebbe ceduta alla Turchia. Mentre l’altra andrebbe alla Russia e agli Usa. Quella rimanente, circa il 50% della superficie odierna, resterebbe alla Siria. Una proposta che può apparire allettante. Ma che difficilmente verrà accolta. Anche perché il portale Avia.Pro ha mostrato scarsa propensione da parte russa a un simile ridimensionamento del paese levantino. Non solo.

La proposta israeliana

Da una parte la Russia, principale partner della Siria, non riconosce ufficialmente il territorio del Golan siriano che lo Stato ebraico sta occupando. Dall’altra, ha denunciato continue violazioni statunitensi relative all’unità territoriale del paese. Soprattutto, Mosca ha accusato Washington di volersi impadronire di vasti territori della Siria orientale attraverso il sostegno alle milizie curde. Il che è sembra confermato dal rapporto di marzo del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Nell’indagine emerge come i militanti curdi stiano controllando circa un quarto del territorio siriano, soprattutto nel nord del paese, grazie al sostegno di appena mille soldati Usa. Eppure, non si capisce quali siano i reali interessi statunitensi in Siria. Nonostante stiano dilapidando il paese con le esportazioni di grano e di petrolio. L’oro nero del Medio Oriente.


USA in Siria: organizzazione denuncia la Lega (Video)


Israele nel conflitto in Siria

Queste considerazioni spiegano solo uno dei possibili motivi del prolungamento del conflitto in Siria. Soprattutto, in che modo questi si intreccino con quelli di Israele. Il principale sparring partner degli Usa. Dall’inizio del conflitto in Siria, infatti, le autorità sioniste hanno avuto numerose occasioni per rovesciare al-Assad. Però nessuna ha avuto esito positivo. Che siano state le speranze frustrate a spingere lo Stato ebraico a cercare una soluzione alternativa? Un modo per lavorare ai fianchi il regime del presidente siriano e cercare di ottenere quello che non si è raggiunto in dieci anni di conflitto? Sicuramente, ciò potrebbe aver contribuito. Ma, a ben vedere, quello che spaventa maggiormente Israele è il rafforzamento delle milizie della resistenza in Siria. Dunque del suo principale nemico: l’Iran.

Siria divisa?

Tuttavia, la proposta di Israele faticherà a fare breccia. Anche perché farebbe l’interesse esclusivo dello Stato ebraico, degli Usa e della loro coalizione. Nel frattempo il governo siriano presieduto da Bashar al-Assad ha avvertito della sua contrarietà a un disgregamento territoriale. Specialmente a Nord del paese. Il che è comprensibile. Inoltre, i siriani non hanno né dimenticato né perdonato ai sionisti di Tel Aviv il loro sostegno al gruppo terroristico di Al Nusra. Non solo fornendo loro armi e munizioni, ma anche le attrezzature logistiche. Fino all’assistenza medica per i militanti feriti nei propri ospedali da campo. Oltre che documentato, tale sostegno è stato riconosciuto in maniera palese dai funzionari israeliani. Ma i siriani non hanno scordato nemmeno i raid dell’aviazione israeliana contro gli obiettivi dell’Esercito siriano. Il tutto per permettere ai terroristi di fuggire all’azione delle forze governative.


Il Regno Unito taglia gli aiuti alla Siria


Il conflitto in Siria

Dunque, un rancore che difficilmente porterà all’accordo tra Siria e Israele. Ragion per cui ci si aspetta una prosecuzione del conflitto. Intanto, chi ne paga il prezzo più alto è proprio la popolazione. In particolare, Bashar al-Assad ha pronunciato una condanna a morte nel suo stesso paese molto prima della pandemia. A lungo termine, il lento ma inesorabile declino della nazione siriana avrà ripercussioni anche per i paesi vicini. Oltre che per Israele e per gli interessi statunitensi nella regione. “La Siria ha esaurito la compassione del mondo“, ha osservato Walter Russell Mead nella sua colonna del Wall Street Journal. Alla fine, “Nove anni di guerra civile, ognuno dei quali ha portato atrocità maggiori e orrori peggiori dell’ultimo, hanno attutito le coscienze“.

Gli Usa nel conflitto in Siria

Eppure, anche gli Usa stanno ancora cercando di capire cosa fare del regime di Assad. Lo dimostra una politica estera schizofrenica. Perché se nell’ottobre 2019 l’ex presidente Trump aveva annunciato il ritiro del contingente statunitense, Biden non ha precisato quali saranno le sue mosse. Intanto, ha ordinato attacchi per lo più alla rinfusa. Eppure, entrambe le amministrazioni mostrano un chiaro fallimento della strategia statunitense nella regione. Soprattutto, riflettono il grave errore nel valutare quanto successo in Siria. Il che ha impedito, di conseguenza, di porvi rimedio. Per rendersene conto basterebbe osservare il ruolo sempre più preminente di altre super potenze: la Russia e la Cina. Del resto, anche gli Usa si chiedono: perché stiamo facendo quello che stiamo facendo? Una domanda tutt’ora senza risposta.

Una questione mai dibattuta

Proprio l’assenza di dibattito pubblico è una delle cause che ha determinato il prolungamento del conflitto siriano. Per questo, l’amministrazione Biden dovrebbe prendere posizione. Ma la questione siriana è una patata bollente che pochi sembrano propensi a maneggiare. Soprattutto, non c’è un’analisi precisa dei fattori in gioco. Né per gli Usa né per gli stessi siriani. Da parte statunitense, sinora l’unica preoccupazione è stata quella di garantire il flusso delle risorse energetiche dalla Siria verso l’occidente. Oltre che aiutare a mantenere la sicurezza di Israele, e dunque l’influenza degli Usa, in Medio Oriente. Ma avanti così non si potrà andare. Almeno, non per molto. Quel che serve, dunque, è un nuovo approccio al conflitto in Siria che porti a una soluzione definitiva.

Ambiguità

A ben vedere uno dei principali problemi della politica statunitense, soprattutto estera, deriva proprio dall’incapacità di conciliare valori e interessi. Il che è risultato evidente il giorno in cui si scoprì che Trump non avrebbe ritirato il contingente statunitense dalla Siria. Il quale sarebbe rimasto invece “per il petrolio”. Comunque, un grattacapo. Specialmente perché la Siria non è mai stata una grande esportatrice di grezzo, dato che nell’ultimo decennio le sue riserve sono state sfruttate dal regime di Assad, dai trafficanti turchi e dallo Stato islamico. Quindi, giustificare l’intervento degli Usa per eliminare questi traffici avrebbe avuto senso. Ma non è stato così.

Salvare la faccia?

D’altronde, dichiarare che i militari Usa sarebbero rimasti per il petrolio sarebbe stato un modo conveniente per non ammettere il fallimento. Ed evitare l’imbarazzo che ne sarebbe seguito, specialmente di fronte alla comunità internazionale. Perché mentre Donal Trump annunciava la sconfitta del sedicente Stato islamico le forze democratiche siriane, sopratutto le unità di protezione del popolo curdo (YPG), combattevano i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi al fianco dei soldati Usa. In dieci anni di conflitto in Siria, quindi, non c’è mai stato nulla che abbia compromesso il flusso di risorse energetiche dalla regione. Quanto a Israele, va fatto un discorso a parte.


Attaccata base statunitense in Siria (video)


Tutto oro quel che luccica?

C’è stato un tempo in cui gli analisti credevano che la Siria avrebbe rappresentato una potenziale minaccia per la sicurezza dello Stato ebraico. Anche se lo scarso rendimento delle forze armate siriane nell’ultimo decennio ha liquidato tale preoccupazione. Invece, il conflitto in Siria ha reso evidente chi sia, in realtà, il vero nemico per Israele: l’Iran. Dal canto suo, la Repubblica islamica non è ansiosa di abbandonare la regione perché foraggiando i militanti di Hezbollah potrà accrescere il suo potere nei confronti di Israele. Del resto, bisogna ammettere che lo Stato ebraico non abbia avuto bisogno del supporto statunitense. Anzi. Grazie ai raid aerei e alle armi di ultima generazione, ha dimostrato di cavarsela bene da solo. Almeno sinora. Ancora una volta: perché gli Usa sarebbero intervenuti in Siria?


Save the Children in Siria: i bambini sono senza istruzione


Dove sta la verità nel conflitto in Siria?

Nonostante il loro appoggio ad Assad, gli Usa non sarebbero riusciti a evitare la proliferazione delle armi in Siria. Specialmente quelle chimiche. Da una parte perché il lavoro pesante lo avevano fatto già gli israeliani nel 2007, quando hanno distrutto un impianto nucleare siriano. Segreto a tutti fuorché a loro. Comunque, ben prima che scoppiasse il conflitto in Siria. Dall’altra, perché non sono riusciti a impedire l’utilizzo delle armi chimiche dell’accordo mediato da Putin nel 2013. In questo senso, Assad non si è mostrato pienamente collaborativo. Anzi, l’esatto opposto. Difatti, gli agenti chimici ai quali il presidente siriano avrebbe dovuto rinunciare sono stati usati nel conflitto in Siria più di qualunque altra arma. Per la maggior parte contro la stessa popolazione.

Le forze nel conflitto in Siria

Infine, alcuni ipotizzano che gli Usa vogliano continuare a perseguire una missione contro i gruppi di estremisti siriani. Un vero e proprio pot-pourri di milizie in competizione dall’inizio del conflitto. Ragion per cui gli Usa avrebbero mantenuto i rapporti con le YPG nonostante l’obiezione della Turchia, uno degli alleati Nato. Ma anche in questo caso è un’argomentazione che non regge. Se non altro perché una recente indagine ha evidenziato l’ambiguità delle relazioni statunitensi con alcuni gruppi terroristici affiliati ad Al-Qaeda di cui abbiamo dato notizia.


Estremisti siriani: risorsa Usa nonostante l’11 settembre?


Il punto

In questo contesto, i funzionari turchi si coordinano con gli affiliati di al Qaeda per portare avanti la propria agenda anti curda. Data la natura del conflitto in Siria e il gran numero di gruppi di estremisti coinvolti, è auspicabile che Biden prenda al più presto una posizione quanto alla sua politica estera. In particolare, la sua strategia non potrà rimanere focalizzata sui valori, limitandosi a sanzionare. Il che equivarrebbe al decidere di non decidere. E non solo non porterebbe alla risoluzione del conflitto in Siria. Ma anche non farebbe che sminuire il ruolo degli Usa nella regione mediorientale. Più di quanto non lo sia già.

Commenti