Come i koala potrebbero salvare l’uomo

Anche i famosi marsupiali australiani possono contrarre la clamidia come l’uomo. In arrivo il primo vaccino?

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Gli umani non hanno il monopolio delle infezioni a trasmissione sessuale. Le ostriche possono contrarre l’herpes, i conigli la sifilide. Ma è la clamidia, un batterio ridotto a cellule singole che agisce come un virus, ad avere particolarmente successo tra gli esseri viventi. Oltre gli esseri umani, questa colpisce rane, pesci, parrocchetti, cani, gatti e molti altri. 

Come riportato dal New York Times, anche i koala in Australia sono tra le vittime principali. «Il primo segno è dato dall’odore che questi animali emanano: un odore simile al fumo di un falò, misto a urina. Il secondo è dato dall’infiammazione dell’estremità posteriore del koala», ha spiegato Pip McKay, veterinario presso l’Endeavour Veterinary Ecology. 

La società è specializzata nella consulenza naturalistica e attiva nella cura delle popolazioni di koala. In questi marsupiali, infatti, i danni portati dalla clamidia sono estremi: gravi infiammazioni, cisti enormi e cicatrici nel tratto riproduttivo. I batteri responsabili sono notevolmente simili a quelli umani, grazie al genoma minuscolo della clamidia: ha solo 900 geni attivi, molto meno della maggior parte dei batteri infettivi.

Questa suscettibilità condivisa ha portato alcuni scienziati a sostenere che studiare e salvare i koala potrebbe essere la chiave per sviluppare una cura duratura anche per l’uomo. «Sono là fuori, hanno la clamidia e possiamo dare loro un vaccino, possiamo osservare cosa fa il vaccino in condizioni reali», ha detto Peter Timms, un microbiologo dell’Università della Sunshine Coast nel Queensland. 

Timms ha trascorso l’ultimo decennio a sviluppare un vaccino contro la clamidia per i koala e ora lo sta finalmente sperimentando, nella speranza che la sua formula sia presto pronta per un rilascio più ampio.

Grazie ai koala, un vaccino anche per l’uomo?

Nessuno sa come o quando i koala per la prima volta hanno avuto la clamidia. Ma questa maledizione ha sicuramente più di un secolo.

Alla fine del 1800, il naturalista australiano Ellis Troughton notò che anche il koala era particolarmente suscettibile a questo tipo di infezioni. Gli animali erano colpite da un disturbo agli occhi e, allo stesso tempo, avevano spesso ovaie e uteri pieni di cisti. A scoprirlo fu l’anatomista J.P. Hill che studió le ondate di morti di koala negli anni 1890 e 1900 nel Queensland e del Nuovo Galles del Sud.

Oggi, molti scienziati moderni credono che quei koala fossero afflitti proprio dalla clamidia. Questa malattia invia ogni anno numerosi koala all’Australia Zoo Wildlife Hospital, l’ospedale faunistico più frequentato del paese, situato a 30 miglia a nord di Endeavour. «Le cifre sono il 40% di clamidia, il 30% feriti da automobili e il 10% da cani», ha dichiarato il dottor Rosemary Booth, direttore dell’ospedale.

La cura per questi animali, tuttavia, può essere letale come la malattia. Nel profondo dell’intestino del koala, un esercito di batteri lo aiuta a sopravvivere all’eucalipto, una pianta tossica per ogni altra specie animale. «Il koala è l’esempio lampante di come un animale dipenda completamente dalla flora batterica. Gli antibiotici estinguono quella flora intestinale cruciale, lasciando il koala incapace di ottenere i nutrienti dal suo cibo», ha concluso il dott. Booth.

Negli ultimi dieci anni, il Dr. Timms ha lavorato per perfezionare un vaccino contro la clamidia. Invece di curare gli animali una volta che sono già malati, in questo modo i koala sarebbero protetti da qualsiasi futuro incontro sessuale, o dalla trasmissione madre-figlio. La sua formula, sviluppata con il Dr. Beagley, sembra funzionare bene: le prove hanno dimostrato che è sicuro da usare e ha effetto entro 60 giorni. Gli animali mostrano risposte immunitarie che coprono l’intera vita riproduttiva. Ora, il prossimo passo prevede di ottimizzarlo per l’uso sul campo.

«Spero che questo sia l’ultimo passo prima che il governo lanci vaccinazioni di massa nell’Australia settentrionale», ha concluso il Dr. Timms. Se tutto va bene, dunque, questa potrebbe essere una buona notizia non solo per i koala, ma anche per l’uomo. 

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