Come ci siamo preparati per affrontare la seconda ondata della pandemia?

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Probabilmente molti di noi avevano sottovalutato quello che stava accadendo. Non stiamo parlando della curva dei contagi che si è impennata: non ci voleva un epidemiologo per fare previsioni sulla base di una curva esponenziale che si è definita sin dalla fine dell’estate.

E neppure per capire che i dati relativi agli altri Paesi prefiguravano scenari che sarebbero diventati familiari nelle settimane successive.

RSA, tamponi e informazione

Quello che coglie di sorpresa è la notizia che il virus si sta diffondendo in diverse residenze per anziani – luogo fragile per eccellenza che aveva già pagato un alto tributo in fatto di decessi la scorsa primavera.

È il fatto che la Sanità non abbia organizzato in questi mesi di relativa calma, dei check point dedicati esclusivamente ai tamponi e alla loro elaborazione in tempi rapidi.

Che politica e comunità medico-scientifica non abbiano definito un piano di comunicazione coerente (seppure nei limiti dell’indeterminatezza della scienza) e meno improntato a personalismi e al sensazionalismo del mondo dei media.

Siamo rimasti sorpresi da tutto questo, e anche un po’ indignati: perché l’imprevedibile possiamo solo provare ad immaginarlo, ma ciò che conosciamo avrebbe dovuto rappresentare la base di conoscenza su cui impostare una efficace strategia di contrasto al diffondersi del virus.

Attenzione alle persone fragili

Tra le poche certezze che abbiamo, una è quella della sua pericolosità nei confronti delle persone fragili: logico pensare che RSA e strutture dedicate a persone malate dovessero essere messe in sicurezza monitorando costantemente il personale e limitando gli accessi dall’esterno.

Evidentemente non è stato fatto abbastanza, e le norme di questi giorni sanciscono il fallimento di una politica mirata di prevenzione e precorrono scenari drammatici.

Il monitoraggio attraverso i tamponi

Sono rimasto sorpreso dal constatare che, alle soglie dell’epidemia di influenza stagionale e poche settimane dopo al riapertura delle scuole, basta un piccolo focolaio per paralizzare il monitoraggio attraverso i tamponi.

https://www.agi.it/cronaca/news/2020-10-08/code-drive-in-tamponi-coronavirus-covid-9895127/

Abbiamo più volte ripetuto che il primo problema legato al virus non è tanto la sua pericolosità in senso lato, quanto la sua contagiosità – e di conseguenza l’impatto sul sistema sanitario. L’obiettivo è quello di riuscire a curare tutti nel modo migliore, evitando decessi indiretti (come sta accadendo in altri Paesi privi di welfare).

Tutto parte dai tamponi, ovvero dalla possibilità di farli in tempi stretti, sia per venire incontro alla legittime necessità di chi manifesta sintomi, sia per esigenze legate ad un monitoraggio puntuale della diffusione del virus.

Defaticare le strutture sanitarie

E l’unico modo per poter coniugare l’accertamento con i tempi certi era defaticare per tempo le strutture sanitarie di questo compito organizzando luoghi deputati a questo compito, così che potessero occuparsi di tutte le persone bisognose di cure (non solo per il coronavirus: a causa dell’emergenza per mesi sono stati rinviati screening, controlli e persino terapie).

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/oncologia/screening-oncologici-in-ritardo-a-causa-del-covid-19

Oggi si cerca di porre rimedio provando a coinvolgere i medici di base, ma la verità è che è già troppo tardi. File di persone incolonnate in auto attendono il loro turno: possiamo solo pensare cosa accadrà quando i casi sospetti saranno milioni. E i rischi che un ritardo nella diagnosi potranno comportare per le persone più fragili.

Gli esperti in televisione

Sono sorpreso anche dell’informazione che viene veicolata tramite i media. Non c’è più la liturgica conferenza stampa della Protezione Civile, ma al suo posto c’è la rassegna puntuale di apertura dei diversi telegiornali, ognuno dei quali cerca di avvalorare la propria credibilità affidandosi ad un diverso esperto.

Ne scaturiscono opinioni contrastanti promosse da persone indistinguibili dal pubblico per competenza che alimentano l’incertezza di questo difficile momento.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/05/coronavirus-travaglio-abbiamo-visto-virologi-litigare-e-dire-tutto-e-il-contrario-di-tutto-questo-ha-seminato-il-panico-nella-gente/5726612/

Il problema non è quello di censurare le diverse opinioni, ma di restituire una sintesi – anche non definitiva – di quello che sta accadendo, anche attraverso confronti nel merito, così da non indurre nelle persone l’idea che non si stia facendo quanto possibile per affrontare la situazione.

In aggiunta, la riapertura delle attività – e la colpevole tolleranza dei comportamenti a rischio che per mesi si sono ripetuti con regolarità – rendono il messaggio di fondo ancora più difficile da accettare, e, quel che è peggio, appesantiscono nell’immaginario collettivo le semplici regole di prudenza da adottare.

Saremmo potuti essere più preparati?

Ecco: alle soglie dell’inverno, dopo quasi otto mesi di convivenza con il virus, l’impressione è che saremmo potuti essere più pronti per fronteggiare questa seconda ondata, ampiamente prevista.

Sono migliorate le cure ai pazienti (e ciò influisce in modo significativo sul calo di mortalità), ma non il sistema di prevenzione e contenimento del virus.

E non è migliorato il tenore dell’informazione, che riveste un ruolo di primo piano in una popolazione sempre più stanca e insofferente alle misure restrittive che il governo si trova costretto ad imporre.

Il ruolo della politica

Governo appeso ai voti di una maggioranza risicata e incalzato da una opposizione che contesta le misure di contenimento solo per ritagliarsi una fetta di facili consensi.

Della politica non sono sorpreso, e neppure dei milioni di cittadini che solo il pericolo di sanzioni riesce faticosamente a recuperare alla causa comune della prudenza.

Una malinconica conferma di un Paese che, aldilà degli slogan, non è capace di sentirsi parte di un destino comune, meno che mai condividerlo con le persone che più hanno bisogno.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me "Ein Anstàndiger Menschun", un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.