Algeria, il presidente Bouteflika non correrà per il quinto mandato ma rinvia le elezioni

Credevamo che le Primavere arabe fossero affondate nel loro fallimento; travolte dalle guerre civili, dal ritorno al potere di satrapi peggiori di quelli di prima, dalla brutalità dell’estremismo religioso. Solo la Tunisia era un’eccezione ma molto precaria.

 Ed invece si ripresenta l’Algeria ed eccoci di nuovo in un clima primaverile. Gli algerini chiedono un cambiamento politico e non economico. Non è una cosa di poco conto. Le proteste per l’aumento dei prezzi e la fine di un sussidio di stato, sono frequenti nella regione. I regimi fanno un passo indietro, distribuiscono qualche beneficio e tutto rimane come prima.

Quelle degli algerini, invece, erano rivendicazioni meramente politiche: pretendevano che il presidente Abdelaziz Bouteflika e il sistema di potere del quale il vecchio presidente era il paravento, facessero un passo indietro. Bouteflika era stato un leader importante per l’Algeria, aveva riappacificato il Paese uscito dalla spaventosa guerra civile degli anni Novanta. Poi, seguendo un percorso involutivo tradizionale nella regione, aveva cambiato la Costituzione per rendere infinito il suo potere.

Nel frattempo Bouteflika aveva avuto un ictus dal quale nessuno sapeva quanto avesse recuperato. La realtà è che l’Algeria aveva un presidente che da sei anni non parlava al suo popolo. Ciononostante, la cricca di potere che viveva alla sua ombra e ora dietro lo sguardo immobile di un presidente muto, lo aveva candidato per la quinta volta alle imminenti elezioni.

Credevano di avere a che fare con un popolo di stupidi, invece si sono trovati di fronte gli algerini. Sono anni che il potere commette questo errore. Per i canoni mediorientali il paese vive in una democrazia sotto tutela: si vota ma non c’è piena trasparenza, c’è libertà di stampa ma regolarmente i giornali indipendenti vengono perquisiti e i giornalisti arrestati: ogni tanto, per poco, ma il segnale è sempre chiaro.

Da anni il potere è convinto di vivere su fondamenta solide: la grande rivoluzione per l’indipendenza dalla Francia che rendeva intoccabile chi l’aveva combattuta, sebbene fossero tutti ormai cariatidi; la drammatica guerra civile contro il primo fenomeno islamico armato, il cui ricordo avrebbe convinto chiunque alla cautela, prima di chiedere cambiamenti; gli idrocarburi grazie ai quali, distribuendo un po’ di ricchezza, il potere aveva evitato le rivoluzioni del 2011.

Ma quello algerino è un popolo giovane. La battaglia di Algeri è un film, della guerra civile c’è un vago ricordo, il prezzo del barile non consente più di distribuire ricchezza gratuita.

Anche se è stata conseguita una grande vittoria, con l’annuncio che Bouteflika non sarà ricandidato, nessuno s’illude che ora trionferà una democrazia compiuta. La svolta delle manifestazioni pacifiche di queste settimane è avvenuta quando anche l’esercito si è schierato con i giovani. L’obiettivo rivoluzionario delle Primavere arabe era invece di riportare Mukhabarat, polizia e forze armate dentro le loro caserme, alle frontiere per garantire la sicurezza nazionale, nelle città a combattere il crimine, non a perseguitare gli oppositori politici.

La differenza fra una Primavera riuscita e una fallita, invece, dipende sempre dai militari: quando questi ultimi sparano sulla folla e riprendono a far sparire la gente, la Primavera finisce; quando, come ad Algeri, capisce che gli conviene stare con chi protesta, nel cielo intensamente blu che domina la casbah, la Primavera riprende forza.

Non sono così illuso da dimenticare il disastro siriano o quello libico, l’Isis o un personaggio come Abdel Fattah al Sisi che in Egitto fa rimpiangere Hosni Mubarak. Quella ad Algeri non è una ripresa delle Primavere arabe. Potrebbe esserlo: ma non credo. Il punto che voglio affermare è che le proteste tra la fine del 2010 e il 2011, non furono un episodio ma l’inizio di uno sviluppo politico di lunga durata. Le condizioni che ne diedero il via sono ancora tutte lì: oggi più evidenti di quanto non lo fossero dieci anni fa. Forse saranno necessari dieci anni ancora, forse un’intera generazione. Ma prima o poi la gente si stancherà di nuovo.

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