Claude-Adrien Helvétius nasceva il 26 febbraio 1715

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Claude-Adrien Helvétius

Claude-Adrien Helvétius nasceva a Parigi il 26 febbraio 1715. Fu un grande filosofo francese educato in un collegio di gesuiti.

Claude-Adrien Helvétius: il pensiero delle sue opere principali

Helvétius si convertì poi all’empirismo di Locke. Nelle sue opere maggiori, De l’esprit (1758) et De l’homme, de ses facultés intellectuelles et de son éducation (1772), elaborò un’etica naturalistica fondata sul principio dell’amore di sé. L’uomo tende, infatti, a ricercare il piacere e a sfuggire tutto quanto gli possa arrecare dolore. Tuttavia, lasciato a sé, in realtà tende solo alla ricerca del proprio interesse particolare. Il bene comune richiede, invece, il superamento degli interessi individuali e la loro fusione in quelli collettivi. Ciò è possibile per Helvétius mediante l’educazione e la legislazione, che regolano le passioni umane e producono l’accordo tra la felicità individuale e quella collettiva. La felicità individuale trova il suo limite e insieme il suo completamento in quest’ultima, e il bene comune è la più alta norma della morale, cui l’amore di sé, se rettamente guidato, tende necessariamente. Tale integrazione degli individui è opera dello Stato, che è il soggetto e la fonte della legge e dell’educazione dei cittadini. A esso spetta il compito di organizzare e riformare la vita della società, eliminando lo sfruttamento del lavoro e dando a tutti la possibilità di pervenire alla proprietà dei beni necessari alla loro sussistenza.

Claude-Adrien Helvétius: la vita

Discendente da una famiglia di medici, il cui nome originale era Schweitzer (latinizzato in Helvetius), ottenne la lucrosa carica di fermier général (responsabile territoriale) che gli consentì di accumulare in un decennio un notevole patrimonio.
Ritiratosi nel 1748 a vita privata, poté dedicarsi alla stesura dell’ampio trattato filosofico De l’esprit, che comparve a Parigi alla fine del luglio 1758.

Qualche giorno dopo lo stesso delfino richiamava l’attenzione dell’autorità sul carattere scandaloso del libro.
Da quel momento il filosofo subì gli attacchi di gesuiti, giansenisti, parlamento e della Sorbona. Costretto a stendere umilianti ritrattazioni, ebbe salva la vita e i beni per le pressioni esercitate sul re da Madame de Pompadour e dal Duca di Choiseul. Luigi XV impose che si condannasse il libro, senza far menzione dell’autore. Lo scandalo giovò alla fortuna del libro che fu subito ripubblicato clandestinamente. Il libro presentava in forma attraente a un più largo pubblico tesi filosofiche e politiche dibattute in circoli ristretti.

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