Cina in Siria: l’eterno dilemma della ricostruzione

Chi ricostruirà il Levante?

0
371
cina in siria

La Cina investirà in Siria per la sua ricostruzione? Alcune considerazioni suggeriscono di no. O comunque, non quanto sarebbe necessario. Intanto, il presidente siriano Bashar al-Assad descrive il suo risultato elettorale come segno del fatto che il Paese stia tornando alla normalità, dopo dieci anni di guerra civile. Una narrazione indispensabile per attrarre nuovamente gli investitori nel Levante. Ma chi finanzierà il riassetto del Paese?

La Cina ricostruirà in Siria?

Da dieci anni una guerra civile imperversa in Siria. Il 26 maggio 2021, il 95% degli elettori ha votato per il presidente siriano Bashar al-Assad. Delle elezioni farsa secondo l’Occidente, dato che molte aree del Paese non hanno votato. Come la regione autonoma curda a Nord e la provincia di Idlib. Roccaforte dei ribelli. Difatti, né l’Unione Europea né gli Usa investiranno nel Levante finché rimarrà al potere il regime di Assad. La stessa amministrazione Biden ha suggerito che la Siria non sarà una priorità per Washington. Un disimpegno che potrebbe compromettere il riassetto del Paese, visto che nemmeno i principali sostenitori della Siria, cioè Russia e Iran, sono in grado di finanziare la ricostruzione. Almeno per ora. Mentre Pechino?

Russia e Iran

Proprio la Cina avrebbe sia le capacità economiche sia l’interesse politico per ricostruire il Levante devastato dalla guerra. Mentre le potenze occidentali e gli alleati del regime siriano sembrano riluttanti o incapaci di affrontare la questione. A tal proposito, bisogna ricordare che l’economia iraniana è stata debilitata dalla combinazione di COVID-19 e sanzioni internazionali. Il che ha limitato la sua capacità di investire in Siria. Con una contrazione del PIL stimata del 4.5% nel periodo 2020-2021, le conseguenze della ricaduta economica dell’Iran dureranno anche in futuro. Allo stesso modo, le casse statali russe si sono quasi prosciugate. Questo, da quando il Paese combatte una profonda recessione aggravata dalle sanzioni occidentali. E dalla pandemia


Alleanza Cina-Russia per la NATO è una minaccia


La Cina in Siria

Al contrario, Pechino ha gestito con successo l’emergenza sanitaria. Tanto che quella cinese è stata l’unica grande economia a crescere nel 2020, segnando un +2.3%. Non solo. Già in passato, la Cina aveva espresso il suo interesse a investire in Siria. Nel 2017, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva dichiarato che “solo avanzando costantemente nella ricostruzione possiamo dare speranza al popolo siriano e fornire garanzie per la pace e la stabilità a lungo termine in Siria“. Due anni più tardi, il presidente cinese Xi Jinping aveva riaffermato lo stesso concetto. A ben vedere, gli interessi della Cina in Siria risalgono al 2013.

Partnership

Più precisamente, all’iniziativa One Belt, One Road (OBOR). Una proposta del leader cinese Xi Jinping che, tra le altre cose, prevedeva l’espansionismo economico cinese all’estero. A dimostrazione delle ambizioni economiche di Pechino, molte imprese statali cinesi avevano acquistato società e investito in diverse nazioni straniere. Nel frattempo, il Gigante asiatico aveva istituito diverse organizzazioni internazionali. Soprattutto nella speranza di riformulare il sistema economico internazionale. Tra cui l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). In questo senso, assumere un ruolo di primo piano in Siria avrebbe rappresentato per la Cina un’opportunità senza pari.


In Siria l’Occidente finanzia gli estremisti 


Il denaro di Pechino

Da sole, le riserve in valuta estera cinesi basterebbero a coprire le spese necessarie per la ricostruzione siriana. Secondo le stime delle Nazioni Unite, dall’inizio della guerra al 2020 la Siria ha perso oltre 442 miliardi di dollari. Di questi, quasi 120 miliardi di dollari serviranno a ricostruire gli edifici distrutti. In questo quadro, Pechino potrebbe elevare il ruolo della Siria nella sua ambiziosa Belt and Road Initiative. In particolare, sfruttando il suo accesso al Mediterraneo e il potenziale redditizio dei vari progetti di ricostruzione che interessano al governo siriano. Dal canto suo, Assad aveva mostrato da subito la sua disponibilità a partecipare.

Cina in Siria: una lunga strada

Tra le altre cose, l’accordo cinese includeva la costruzione di un’autostrada Nord-Sud-Est; la ricostruzione dei porti di Latakia e Tartus (quest’ultimo gestito dalla Russia); e infine la costruzione di due ferrovie: una nella zona di Damasco, e l’altra per il collegamento al porto libanese di Tripoli. In effetti, l’accesso al capitale esterno è vitale per la Siria, poiché le riserve interne sono insufficienti. Basti pensare che nel 2017 la Banca Mondiale ha calcolato che l’economia siriana per l’anno 2016 si era ridotta di 226 miliardi di dollari in solo cinque anni. Cioè dall’inizio della guerra. Quasi il doppio del PIL del paese. Un anno dopo, questa stima è aumentata a 350-400 miliardi di dollari.

La Cina nuovo partner in Siria?

In questo contesto, si stima che gli aiuti dalla Russia e dall’Iran ammontino, per eccesso, rispettivamente a 7 e a 23 miliardi di dollari. Ragion per cui la Cina sta diventando un’opzione attraente per Damasco. Se da una parte Pechino potrebbe svolgere un ruolo economico importante nella ricostruzione del dopoguerra in Siria, dall’altra non significa necessariamente che Pechino sarà un importante “investitore” nella società post-bellica siriana. Da un punto di vista politico, la Cina si è schierata con la Russia, l’Iran e il governo siriano. Non solo sostenendo il “non intervento”. Ma anche ribadendo la necessità di una “soluzione politica” piuttosto che “militare”.


Russia e Cina unite geopoliticamente contro l’Occidente


Perché la Cina non ricostruirà in Siria?

A parte alcuni impegni minori, qualche donazione di aiuti periferica (tra cui un lotto di 150.000 dosi di vaccino Sinopharm) e investimenti su piccola scala, la Cina non mostrerà i muscoli nel Levante. In effetti, ci sono alcuni fattori che freneranno il suo intervento. In particolare interni. Oltre al fatto che la Siria rimane frammentata, il che influenza negativamente la sicurezza degli investimenti, Pechino teme che l’estremismo islamico possa espandersi nelle sue province occidentali. Come Xinjiang e Ningxia, dove si concentrano le popolazioni uigura, hui e musulmana cinese. Difatti, molti degli estremisti islamici che partecipano alla guerra siriana, specialmente uiguri, provengono dalla Cina. Dove si sono addestrati a combattere.

Cina in Siria: la rivoluzione democratica

A riguardo, gli interessi di sicurezza interna della Cina superano di gran lunga quelli economici in Siria. Pechino considera dei “focolai di terrorismo” i territori in mano ai ribelli nel Nord-Ovest del Paese. Come anticipato, molti combattenti di etnia uigura si sono uniti al Fronte al-Nusra (ora Hayat Tahrir al-Sham), al Partito islamico del Turkistan e al Katibat al-Ghurba al-Turkistan. Sebbene non si conosca il numero esatto dei combattenti e jihadisti uiguri, l’inviato speciale cinese in Siria, Xie Xiaoyan, stima che si tratti di una cifra intorno ai 5000 militanti. Ad ogni modo, per Pechino si tratta di una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale interna. Specialmente al Partito Comunista. Non solo.


Iran in Siria: a Deir ez-Zor reclutano con psicofarmaci


Un futuro incerto

Prima di qualunque sforzo di ricostruzione, Pechino avrebbe bisogno di una soluzione politica duratura del conflitto. Invece, il quadro economico e politico del Levante rimane incerto. In Siria, l’iperinflazione è la norma. Negli ultimi anni, la sterlina siriana sta soffrendo di livelli record di deprezzamento. A marzo 2021, il tasso di cambio era di 4000 sterline per dollaro USA sul mercato nero. Mentre veniva scambiata a 47 sterline per dollaro nel 2011. Cioè prima del conflitto. In Siria, nessuna regione viene risparmiata dall’impennata dei prezzi delle materie prime, dall’insicurezza alimentare e dalla carenza di carburante. Come proseguono le proteste anti regime. In particolare nelle roccaforti controllate dal governo: Daraa e Suwayda.

Cina in Siria: le sanzioni

In questo contesto, le sanzioni occidentali sono un ulteriore disincentivo. Soprattutto il Caesar Act statunitense, che colpisce qualsiasi entità straniera che fornisca finanziamenti o assistenza al regime di Assad. Nonostante Pechino consideri Assad come la forza più affidabile per combattere i gruppi islamisti sul campo. A tal proposito, la Cina ha protetto il regime in 10 occasioni al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite grazie al potere di veto. Cercando persino di legittimare il governo del sanguinario presidente. Tuttavia, il biasimo occidentale nei confronti del dittatore rimarrà un ostacolo invalicabile. Come riferisce il Diplomat, in Siria arriveranno anche i fondi di recupero cinesi. Ma con cautela.


Sanzioni alla Siria: proroga Ue mentre i bambini muoiono


Un sogno infranto?

Pertanto, è improbabile che le aziende statali e private cinesi investiranno più di quanto stiano facendo Russia e Iran. Del resto, le relazioni commerciali tra Cina e Siria sono sempre state modeste. Anche prima che scoppiasse la guerra, nel 2011. E da allora non sono cresciute in modo significativo. Nel 2015, Huawei aveva manifestato l’intenzione di ricostruire il sistema di telecomunicazioni siriano. Ancora, nel 2017 la Cina aveva promesso 2 miliardi di dollari per sviluppare infrastrutture e parchi industriali. Eppure, negli ultimi anni gli investimenti cinesi si sono concentrati in altre regioni del Medio Oriente. In particolare del Golfo Persico. Come Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti. Ma anche nel Nord Africa. Soprattutto Egitto e Algeria.

Cina in Siria: il punto

Pertanto, i benefici materiali del “Sogno cinese” potrebbero essere meno ingenti di quanto si pensi. Sebbene la Cina nutra interessi economici in Siria, specialmente per le risorse naturali, il Gigante asiatico non vorrà rischiare di incrinare i rapporti con Russia e Iran. Entrambe nazioni che detengono interessi essenziali nel Levante. Per la Cina, infatti, è essenziale rispettare l’influenza della Russia in Asia centrale e l’influenza dell’Iran nel Golfo. Qualsiasi mossa atta al dominio economico cinese nel Levante, almeno in una certa misura, metterebbe in discussione i suoi legami bilaterali con queste due potenze.


Cina e Stati Uniti: si riapre il valzer delle sanzioni