Cento anni fa l’epidemia di febbre spagnola mette in ginocchio il mondo

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Alla fine si conteranno oltre seicentomila morti su una popolazione di trentasei milioni di abitanti; cinquanta milioni in tutto il mondo. La già fragile economia dell’Italia ne uscirà distrutta; le tensioni sociali si inaspriranno sino a sfociare in vere e proprie rivolte. È il bilancio di una stagione che la memoria storica ha rimosso: la prima guerra Mondiale – la Grande Guerra – volge alla fine, ma non è ancora tempo di tirare un sospiro di sollievo. Un nemico invisibile velocemente si diffonde nella popolazione e, d’improvviso, manifesta con violenza inaudita tutta la sua forza. Il “paziente zero” è probabilmente un ignaro un soldato che propaga il virus della febbre spagnola attraverso tutti i campi di battaglia d’Europa e oltre oceano.

La pandemia

La pandemia esplode nella primavera del 1918 nell’emisfero settentrionale, per poi fare velocemente il giro del mondo nei successivi tre anni, colpendo principalmente gli strati sociali e i Paesi più poveri – come l’India, in cui morirono diciotto milioni di persone equivalenti al totale delle vittime della guerra.

Molti sostengono che abbia accelerato la fine del conflitto, sia perché paralizzò l’economia mondiale, ma soprattutto perché, data l’età media delle vittime (ventotto anni), aveva distrutto il tessuto sociale e tolto forze fresche necessarie alla ricostruzione di tutti i Paesi.

In ottobre la battaglia di Vittorio Veneto sancisce la sconfitta e il disfacimento dell’Impero austro-ungarico, ma alla fine dell’estate sulla penisola si abbatte una seconda ondata del virus, che, in sole tredici settimane da settembre a dicembre, farà più vittime di tutta la guerra.

Sino a quel momento la censura aveva nascosto alla popolazione la gravità dell’impatto della pandemia, ma anche il governo non si era fatto trovare pronto ad attuare misure di igiene pubblica.

Le contromisure

Il comune di Milano pubblica un decalogo con una serie di indicazioni da seguire, tra tutti quello di non frequentare luoghi affollati; le autorità centrali e locali attuano una campagna di disinfezione dei luoghi pubblici, e riduce l’orario di apertura dei negozi, posticipando a data imprecisata l’inizio dell’anno scolastico.

Ma ci sono pressioni affinché le principali industrie continuino a lavorare, sia per garantire il necessario sostegno all’esercito, che per evitare di aggravare ancora di più la situazione economica del Paese. Gli industriali impongono le loro ragioni, ma, date le insufficienti condizioni igieniche e lavorative, la malattia avanza all’interno delle fabbriche, facendo crollare la produttività e costringendole nuovamente alla chiusura.

Street car conductor in Seattle not allowing passengers aboard without a mask. 1918. Taken from http://www.archives.gov/exhibits/influenza-epidemic/records-list.html

I malati isolati in casa, privi di cura, muoiono a migliaia, e per di più contagiano i familiari; ma anche chi è ricoverato negli ospedali non riceve la dovuta assistenza, sia per la mancanza di una specifica terapia, ma anche per l’inadeguatezza delle strutture e del personale.

Il ministero della Sanità sarà istituito solo quaranta anni più tardi: è quello dell’Interno che si fa carico delle malattie infettive, considerate un problema di ordine pubblico. E l’unico provvedimento che è in grado di attuare è quello del distanziamento sociale.

Dopo la fine della guerra, che aveva stravolto la percezione e il valore della morte, le persone cominciano a prendere coscienza delle dimensioni di questa tragedia, e, con essa, si diffonde un sentimento di ostilità verso uno Stato che aveva chiesto enormi sacrifici, ma che dimostrava di non essere in grado di tutelare la salute pubblica.

Il ritorno alla normalità

Alla fine dell’autunno l’epidemia sembra allentare, tanto che il 9 novembre la Giunta sanitaria di Milano chiede la revoca di tutti i provvedimenti eccezionali; ma nelle settimane successive i contagi riprendono a crescere. Anche nel Mezzogiorno riaprire e tornare alla normalità non porta il sollievo sperato, e la pandemia ritorna per una terza ondata, anche a causa dei reduci, che, tornando a casa, alimentano nuovi focolai.

Il mese successivo, dopo quasi due anni, il contagiofinalmente perde forza sino ad esaurirsi. La spiegazione maggiormente condivisa dalla comunità scientifica individua nella quarantena la strategia vincente; è inoltre possibile che con il passare dei mesi il virus abbia subito una mutazione verso una forma meno letale. Solo in Italia, tra influenza spagnola e guerra, muoiono circa un milione e duecentomila persone nella fascia tra i 18 e i 30 anni, modificando la piramide demografica in modo talmente profondo che ci vorranno trenta anni per riequilibrarla.

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Sono nato a Firenze nel 1968. Dai 19 ai 35 anni ho speso le mie giornate in officine, caserme, uffici, alberghi, comunità – lavorando dove e come potevo e continuando a studiare senza un piano, accumulando titoli di studio senza mai sperare che un giorno servissero a qualcosa: la maturità scientifica, poi una laurea in “Scienze Politiche”, un diploma di specializzazione come “Operatore per le marginalità sociali”, un master in “Counseling e Formazione”, uno in “Programmazione e valutazione delle politiche pubbliche”, un dottorato di ricerca in “Analisi dei conflitti nelle relazioni interpersonali e interculturali”. Dai 35 ai 52 mi sono convertito in educatore, progettista, docente universitario, sociologo, ma non ho dimenticato tutto quello che è successo prima. È questa la peculiarità della mia formazione: aver vissuto contemporaneamente l’esperienza del lavoro necessario e quella dello studio – due percorsi completamente diversi sul piano materiale ed emotivo, di cui cerco continuamente un punto di sintesi che faccia di me ein anstàndiger Menschun, un uomo decente. Ho cominciato a leggere a due anni e mezzo, ma ho smesso dai sedici ai venticinque; ho gettato via un’enormità di tempo mentre scrivevo e pubblicavo comunque qualcosa sin dagli anni ‘80: alcuni racconti e poesie (primo classificato premio letterario nazionale Apollo d’oro, Destinazione in corso, Città di Eleusi), poi ho esordito nel romanzo con "Le stelle sul soffitto" (La Strada, 1997), a cui è seguito il primo noir "Sotto gli occhi" (segnalazione d’onore Premio Mario Conti Città di Firenze, La Strada, 1998); ho vinto i premi Città di Firenze e Amori in corso/Città di Terni per la sceneggiatura del cortometraggio "Un’altra vacanza" (EmmeFilm, 2002), e pubblicato il racconto "Solitario" nell’antologia dei finalisti del premio Orme Gialle (2002). Finalista anche nel 2014 al festival letterario Grado Giallo, sono presente nell’antologia 2016 del premio Radio1 Plot Machine con il racconto "Storia di pugni e di gelosia" (RAI-ERI). Per i tipi di Delos Digital ho scritto gli apocrifi "Sherlock Holmes e l’avventura dell’uomo che non era lui" (2016), "Sherlock Holmes e il mistero del codice del Bardo" (2017), "Sherlock Holmes e l’avventura del pranzo di nozze" (2019) e il saggio "Vita di Sherlock Holmes" (2017). Negli ultimi anni lavoro come sociologo nell’ambito della comunicazione e del welfare, (in particolare mi occupo di servizi socio-sanitari, disabilità e violenza di genere, di cui curo una collana di pubblicazioni), e svolgo attività di docenza e formazione in ambito universitario. Tra i miei ultimi saggi: "Modelli sociali e aspettative" (Aracne, 2012), "Undermedia" (Aracne, 2013), "Deprivazione Relativa e mass media" (Cahiers di Scienze Sociali, 2016), "Scenari della postmodernità: valori emergenti, nuove forme di interazione e nuovi media" (et. al., MIR, 2017), Identità, ruoli, società (YCP, 2017), "UniDiversità: i percorsi universitari degli studenti con svantaggio" (et. al., ANCI, 2018). Con "Linea Gotica" (Damster, 2019) ho vinto il primo premio per il romanzo inedito Garfagnana in giallo Barga noir. Il breve saggio "Resistere è fare la nostra parte" è stato pubblicato nel numero 59 della rivista monografica Prospektiva dal titolo “Oltre l’antifascismo” (2019). Dal 2015 curo il mio blog di analisi politica e sociale osservatorio7 (www.osservatorio7.com, oggi su www.periodicodaily.com). Tutto questo, tutto quello che ho fatto, l’ho fatto a modo mio, ma più con impeto che intelligenza: è qui che devo migliorare.