Cent’anni di solitudine: nel 1968 la prima edizione italiana

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Cent'anni di solitudine

molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello aureliano buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

Questo è il suggestivo incipit di Cent’anni di solitudine, forse il romanzo sudamericano più conosciuto e amato. Il suo autore, Gabriel García Márquez, portò la letteratura sudamericana ad essere conosciuta e apprezzata nel resto del mondo, ed è considerato il maggior esponente di quel realismo magico che avrebbe influenzato autori d’ogni nazionalità. Nel 1982, al geniale scrittore colombiano fu assegnato il premio Nobel per la letteratura.

Gabriel García Márquez

Ad oggi, Cent’anni di solitudine è considerato la seconda opera in lingua spagnola in ordine d’importanza, secondo solo al Don Chisciotte Della Mancia di Miguel de Cervantes.

Cento anni di storia

Il romanzo racconta cento anni di storia della Colombia, ricreando però un’atmosfera fiabesca e surreale che fa apparire gli eventi come continuamente sospesi tra realtà e fantasia. È il realismo magico, che inserisce l’elemento fantastico in una trama altrimenti perfettamente verosimile; ma lo fa con tale maestria da renderlo immediatamente accettabile al lettore, come naturale componente della realtà del racconto.

Testimoni della storia sono i membri della famiglia Buendìa, una stirpe segnata da un destino di solitudine e di follia. Generazione dopo generazione, la famiglia impone ai propri nati sempre gli stessi nomi, quasi volesse scatenare una coazione a ripetere, condannandoli a condividere la sorte degli avi. Tra donne stupende, uomini dalla virilità prodigiosa e guerriglieri malinconici, la famiglia scivola lungo la storia, minacciata da una spaventosa profezia: il giorno in cui una Buendìa partorirà un bambino con la coda di maiale, la stirpe avrà fine.

Il colonnello Aureliano Buendìa

Tra i numerosi personaggi, spicca la figura del colonnello Aureliano Buendìa, rivoluzionario che perde tutte le guerre e tutti i figli maschi, per poi morire in vecchiaia e in solitudine. La pagina dedicata alla sua morte è forse la più poetica dell’intero romanzo.

Di Aureliano viene detto che egli è interdetto all’amore; e proprio per questo sembra prendere su di sé la maledizione di tutti i membri della famiglia Buendìa, insieme ma isolati, ciascuno nella propria particolare ossessione. La sola volta in cui Aureliano si abbandona all’amore, il suo sentimento condanna l’amata, la giovanissima Remedios, che muore durante una gravidanza gemellare.

Macondo

La solitudine dei Buendìa è simboleggiata dall’isolamento del luogo in cui essi vivono, Macondo. Macondo è un paese immaginario, immerso nella foresta colombiana, fondato dalla famiglia stessa e inizialmente isolato dal resto del mondo.

Cent'anni di solitudine

Macondo, luogo mitico, ricorre in molte altre opere di Gabriel García Márquez: vi si svolgono molti suoi racconti e molti dei suoi romanzi brevi. Non è certo il perché della scelta del nome. Sappiamo che Makond era il nome di uno dei villaggi bananieri abitati dai gringos, che si trovavano vicino ad Aracataca, dove García Márquez viveva da bambino.

Ciò che è certo è che l’apertura al resto del mondo e l’interessamento da parte degli stranieri conducono Macondo al declino e poi alla distruzione. Quando l’incanto della solitudine si spezza, dunque, viene meno anche la magia che tiene in vita il mito di Macondo; come quando i suoni del mondo reale penetrano in un sogno, sciogliendone la trama.

Vivere per raccontarla

Parte della genesi di Cent’anni di solitudine, e dell’opera di García Márquez in generale, è narrata in Vivere per raccontarla, autobiografia dello stesso autore. Leggendo quest’ultimo libro del genio colombiano, è possibile riconoscere gli eventi storici raccontati in Cent’anni di solitudine. Ma non solo: si scopre anche come Gabo (come viene chiamato García Márquez dai suoi affezionati lettori) si sia ispirato ai membri della propria famiglia per tratteggiare i suoi personaggi, gli stravaganti e malinconici Buendìa.

Ancora una volta, dunque, reale e immaginario si fondono, come nella migliore tradizione sudamericana. Al lettore resta l’intuizione che, se mai un giorno volesse inoltrarsi nella foresta colombiana, potrebbe forse, ad un tratto, vedere il sole riflettersi accecante sulla parete di una casa bianca. E, qualche passo, più avanti, imbattersi in Macondo ancora integra, preservata dalla memoria e dall’amore dei milioni di lettori che l’hanno visitata in sogno, ciascuno con la propria solitudine.

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