Ceci e hummus in forte calo: scorte a rischio

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La crisi ucraina ha forte impatto a livello globale, anche sulle coltivazioni. Ceci e hummus sono tra queste.

Cosa succederà a ceci e hummus?

Sappiamo che molti Paesi hanno nei legumi gran parte della loro regolare alimentazione, poiché ricchi di proteine. Secondo la Global Pulse Confederation, però, le forniture di ceci potrebbero diminuire fino al 20% quest’anno, a causa del conflitto ma anche delle difficili condizioni meteorologiche.


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Raccolti a rischio

Anche le sanzioni inflitte alla Russia stanno contribuendo alla complessa situazione, poiché a seguito di queste il Paese ha interrotto le spedizioni di legumi. Il gigante russo è infatti uno dei maggiori esportatori di ceci, rappresentando circa un quarto del commercio globale. Allo stesso tempo l’Ucraina non ha potuto seminare il suo raccolto di ceci: si parla di 50.000 tonnellate di legumi in meno, nelle intenzioni destinate all’Europa.

Domanda in aumento

“La Russia esporta da 200.000 a 250.000 tonnellate minime per anno. Quando la guerra è iniziata, a febbraio, la fornitura è stata azzerata. La domanda allora è esplosa: inizialmente dalla Cina, poi dal Pakistan e dal Bangladesh” spiega Jeff Van Pevenage, Amministratore Delegato di Columbia Grain International. La domanda, prosegue, sta superando le forniture, perché la Turchia ha emesso un divieto di esportazione, gli acquirenti di Asia meridionale e Mediterraneo cercano di impinguare le scorte e anche Messico e Australia sono in difficoltà a causa delle condizioni meteo.

Prezzi in aumento

Come era ovvio aspettarsi, anche i prezzi sono aumentati in maniera esponenziale: basti pensare all’hummus, salito del 100% nei mercati britannici già da gennaio. Se tuttavia è vero che alcuni prezzi sono rimasti sostanzialmente invariati, o con aumenti contenuti, negli Stati Uniti i ceci costano il 12% in più rispetto allo scorso anno, e il 16% in più rispetto al pre pandemia.

Diminuzione delle scorte

Gli Stati Uniti sono il quarto esportatore di ceci al mondo. I suoi agricoltori quest’anno hanno piantato il 5% in meno di acri, a causa del maltempo, dando la precedenza ad altre colture più redditizie, come grano e mais. Per questo motivo le scorte sono diminuite del 10% rispetto allo scorso anno, ma erano già basse nel 2021, dopo la siccità che ha devastato il North Dakota. Infine, secondo Ole Houe, Direttore dei Servizi di Consulenza presso l’agenzia di intermediazione agricola Ikon Commodities a Sydney, in Australia la semina potrebbe riprendere. Questo Paese è il principale esportatore verso India, Pakistan e Bangladesh.