La Causa, il Princincipio, la Lotta e la Dignità

E’ trascorso quasi un anno dallo scandalo Weinstein, ma il fuoco non si spegne intorno ad Asia Argento, anzi.

Dopo condanne su tutte le riviste e su tutti i social, parole urlate, dissociazioni e associazioni, denunce e processi pubblici, attori, attrici e registi messi in discussione e alla gogna, ciò che rimane è tanto materiale per gli avvocati e una denuncia su di Asia Argento per aver abusato di un minore.

Cos’è che non ha funzionato e cos’è che non funziona in questo gigantesco ingranaggio mediatico scatenato per una giusta causa?

La causa forse?

La causa non dovrebbe basarsi su di un principio fondamentale? Eh già, dovrebbe.

Dovrebbe fondarsi sul principio della “dignità”.

La dignità di ogni persona dovrebbe essere tutelata sopra ogni cosa e, laddove viene violato questo diritto, si deve subito correre al riparo. E non lo fai solo per te stessa/o, lo fai anche e soprattutto perché questo non accada più, per la causa.

Così ha inizio la “riparazione di un danno”: fare in modo che non accada più.

Asia Argento in prima linea, non ha fatto questo. Non ha fatto in modo che non accadesse ad altre. Ha fatto in modo che un comportamento condannabile si perpetrasse per anni prima di parlare dalla posizione privilegiata che aveva ed ha e questo non è affatto un bell’esempio, non è propriamente un atto di coraggio. La tematica discussa da tutti i media è stata “lo scandalo del mondo del cinema e dello spettacolo” dimenticando il protagonista, cioè lo stupro, la violenza e la dignità violata delle donne.

Ci vuole dignità forse anche nella causa, dignità che un’adolescente, ed ora grande donna come Malala Yousafzai porta avanti da anni, nonostante i rischi enormi.

 

Malala Yousafzai

Malala Yousafzai (Mingora- Pakistan, 12 luglio 1997) è un’attivista pakistana. È la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace, nota per il suo impegno per l’affermazione dei diritti civili e per il diritto all’istruzione delle donne della città di Mingora, nella valle dello Swat, negata dai talebani.

 

A soli 11 anni Malala denunciava e documentava attraverso la BBC, il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e l’occupazione militare del distretto dello Swat.

“Come osano i talebani togliere il mio diritto fondamentale all’istruzione?”

È stato il titolo del suo primo discorso tenuto a Peshawar in Pakistan nel settembre del 2008 proprio ad 11 anni.

Il 9 ottobre 2012, mentre tornava in autobus da scuola, un uomo salito a bordo chiese chi fosse Malala e lei rispose a voce alta “io sono Malala”.

E’ stata gravemente colpita alla testa e ricoverata nell’ospedale militare di Peshawar, è sopravvissuta all’attentato ed  è stata in seguito trasferita in un ospedale di Birmingham che si è offerto di curarla. Intanto che subiva interventi su interventi,  Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, ha rivendicato la responsabilità dell’attentato, sostenendo che la ragazza “è il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”; il leader terrorista ha poi minacciato di voler continuare la persecuzione nei confronti di Malala.

Avrebbe potuto scegliere di vivere una vita tranquilla, ma Malala ha scelto di sfruttare totalmente quello che le era successo e continuare la sua lotta fino a quando ogni ragazza non potesse andare a scuola.

Con suo padre, da sempre suo alleato, ha fondato la “Malala Fund”, un’organizzazione benefica per dare ad ogni ragazza l’opportunità di realizzare il futuro che desidera.

Attraverso la sua fondazione, il giorno del suo 18mo compleanno ha festeggiato l’apertura di una scuola per rifugiati siriani in Libano: “Chiedo ai leader mondiali di investire in libri, non in pallottole», dichiarò in quella occasione.

Nel 2017, ad aprile, Malala è diventata messaggero di pace delle Nazioni Unite con l’incarico di promuovere l’educazione femminile. Invece di annientarla, i talebani hanno fatto di lei  una donna più forte, una causa più importante, una lotta più risonante.

Ora studia filosofia, politica ed economia all’Università di Oxford. Ogni giorno continua la sua lotta affinchè che tutte le ragazze ricevano 12 anni di istruzione gratuita, sicura e di qualità.

Nel suo Paese, Malala è ancora minacciata dai circoli islamici radicali contrari all’emancipazione delle donne. Ci sono tante e forse ancora troppe manifestazioni di dissenso contro di lei da chi ritiene la sua “ideologia anti-islamica e anti-pakistana”. “Non so davvero cosa io abbia detto che mi renda anti-Pakistan o anti-Islam – ha dichiarato Malala -. L’Islam mi ha insegnato l’importanza della pace.

L’Islam mi ha insegnato l’importanza dell’istruzione:

la prima parola dell’Islam, o la prima parola del Corano,

è ‘Iqra’ che significa ‘leggi’.

Non è sempre importante come si lotta, ma è importante per cosa!

Per sostenere la sua lotta : https://www.malala.org/

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