Catalogna: il punto della situazione alla vigilia delle elezioni del 10 novembre

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Il referendum

È ormai qualche anno che in Spagna si è riaccesa la fiamma indipendentista della Catalogna. La volontà di indipendenza, che affonda le sue radici in tempi molto antichi, aveva trovato pace nel compromesso concesso dal socialista Zapatero nel 2006. L’allora capo del governo, infatti, aveva ultimato una negoziazione politica con la regione, istituendo lo Statuto di Catalogna, che le conferiva più autonomia.

Nel 2010 Mariano Rajoy, leader del PP all’opposizione, raccolse firme per fare in modo che il tribunale costituzionale esaminasse la legalità dello statuto: il tribunale dichiarò illegali alcuni articoli, riaccendendo le proteste e accentuando il desiderio di creazione dello stato di Catalogna.

I leader catalani dei partiti indipendentisti organizzarono dunque un referendum il primo ottobre 2017, che interrogasse i cittadini catalani sulla loro volontà di uscire dallo Stato spagnolo, determinando così la totale indipendenza della Catalogna. Questo referendum, illegale costituzionalmente e non autorizzato, è stato accompagnato da manifestazioni represse in alcuni casi con durezza dalle forze di polizia. Il risultato sancì la volontà dei votanti (che non rappresentavano però la totalità della popolazione catalana) di ottenere l’indipendenza.

La sentenza

Il tribunale supremo, dopo l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione da parte del Governo, ha avviato un processo contro i responsabili politici del referendum e ordinato il loro arresto. Alcuni di loro sono scappati all’estero chiedendo asilo, come l’ex presidente della regione Carles Puigdemont. La sentenza dell’ottobre 2019 ha condannato a dure pene gli organizzatori del referendum, per i reati di disobbedienza, sedizione e malversazione di fondi pubblici.

La decisione del tribunale ha scatenato numerose proteste, alcune delle quali divenute sempre più violente e sfociate in atti vandalici: gli scioperi (non appoggiati dai principali sindacati) e le manifestazioni, soprattutto nelle principali città catalane, si susseguono ogni fine settimana, con l’afflusso di manifestanti da ogni parte della regione. Ciò che essi chiedono a Pedro Sanchez, presidente socialista attualmente in carica fino alle elezioni, è di concedere l’indulto ai leader dei partiti separatisti. 

Che aria si respira in Spagna e in Catalogna?

La Penisola Iberica sta vivendo indubbiamente un clima di tensione a causa di una polarizzazione della società. La questione catalana, che prima era sentita tiepidamente dalla popolazione spagnola, ha ormai catalizzato l’attenzione di tutti, dividendo l’opinione pubblica tra indipendentisti e unionisti.

Le elezioni

Il 10 novembre sarà una data fondamentale per l’evoluzione della situazione: dopo la caduta del governo Rajoy, i socialisti non sono riusciti a formare una maggioranza di governo e sono state indette le elezioni politiche. La campagna elettorale dei vari partiti ha come tema chiave il dibattito sull’indipendenza della Catalogna. Dei partiti che si presentano a queste elezioni l’unico favorevole al referendum è Podemos. I socialisti, contrari al referendum, sostengono una riforma costituzionale e la concessione di una maggiore autonomia, a patto di mantenere la legalità. I partiti di centro e di destra, invece, rimangono su posizioni più intransigenti, escludendo qualsiasi contrattazione.

Oggi, 9 novembre, alla vigilia delle elezioni, si dovrebbe rispettare il silenzio elettorale; sono attese, invece, ulteriori manifestazioni e proteste in tutta la Catalogna, che si uniscono a quelle organizzate ieri a Barcellona, in occasione della chiusura della campagna elettorale del socialista Pedro Sanchez.

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