Caporalato. Ecco cosa c’è dietro l’intermediazione illecita di manodopera in agricoltura

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Caporalato, ovvero l’intermediazione illecita del lavoro in agricoltura. Braccianti sfruttati e imprenditori conniventi. Ecco il sospetto su cosa c’è dietro i tragici incidenti nel Foggiano.

I recenti tragici incidenti che si sono verificati negli ultimi giorni nel foggiano e che hanno provocato la morte di poveri braccianti che si recavano nei campi, hanno posto di nuovo l’attenzione mediatica sul fenomeno del caporalato, sistema di organizzazione del lavoro agricolo che assume spesso le forme dell’illegalità e dello sfruttamento.

Proprio nella giornata di oggi, in occasione delle tragiche morti avvenute, il premier Giuseppe Conte si è recato a Foggia, dichiarando pubblicamente l’impegno del governo nel contrastare la piaga del caporalato, la necessità di rafforzare controlli e tutele e menzionando Giuseppe Di Vittorio, figura di sindacalista e politico italiano di origini pugliesi e contadine (era nato a Cerignola nel 1892) eletto deputato nel 1946 dall’Assemblea Costituente, che si era occupato nelle sue battaglie sindacali del caporalato. Perché non siamo di fronte a un fenomeno del tutto nuovo.

Caporalato, l’intermediazione  tra proprietari terrieri e manodopera. Un po’ di storia

Data la vocazione agricola della maggior parte del nostro territorio – in particolare delle regioni meridionali – si può dire che il caporalato è un fenomeno economico e sociale sempre esistito. Da un lato c’è la domanda – un imprenditore agricolo che ha bisogno di manodopera – dall’altro lato c’è l’offerta – braccianti che hanno bisogno di lavorare – e in mezzo il caporale, l’intermediario che organizza l’incontro delle esigenze dell’uno e dell’altro, spesso con modalità illegali per trarne un proprio vantaggio e profitto.

Il fenomeno comincia ad assumere le forme moderne a partire dagli Anni cinquanta  per via dei ritardi di sviluppo di alcune zone agricole rimaste arretrate rispetto a zone in cui la meccanizzazione dell’agricoltura aveva avviato le forme di un’economia primaria moderna e intensiva. Proprio in quelle zone rimaste indietro, la manodopera comincia a essere reclutata per conto dei grandi proprietari agricoli con metodi illegali.

caporalatoL’ingaggio della manodopera in maniera illecita non ha subito battute d’arresto nel corso dei decenni, vivendo recrudescenze in  occasione dell’arrivo di flussi migratori extracomunitari. Il caporalato è alimentato da imprenditori conniventi che eludono sistematicamente le norme di sicurezza sui luoghi di lavoro e la legislazione fiscale.

Quali sono i numeri del caporalato in Italia?

Migranti e italiani, uomini e donne, giovani e meno giovani, tutti accomunati dall’essere disperati, bisognosi di lavoro, appetibili per lo sfruttamento come manodopera agricola. Un vero e proprio business che muove qualcosa come 5 miliardi di euro all’anno ed evasione contributiva per 1,8 miliardi di euro: questo è il caporalato in Italia dove i caporali sono quelle figure intermediarie che si occupano di reclutare le braccia per lavorare, trasportarle con furgoncini vecchi e sgangherati nei campi all’alba e andarle a riprendere a tramonto inoltrato dopo 12 – 14 ore di incessante lavoro, sotto il sole cocente, in condizioni disumane. Per una paga che non supera i 30 – 35 euro al giorno.

Le donne sono le più vulnerabili: non solo ricevono una paga inferiore del 20% circa rispetto ai colleghi uomini, ma spesso sono oggetto di violenza e stupri. Solo qualche mese fa a Ragusa, un’indagine fa emergere violenza da brividi: allo sfruttamento agricolo si aggiunge quello sessuale da parte di un’organizzazione dedita a delinquere. In maggioranza donne, le schiave dell’agricoltura e della prostituzione anche minorile, erano private dei documenti, sottoposte a vessazione psicologica: vivevano in immobili privi di riscaldamento, mangiavano cibi scaduti ed erano oggetto di violenza sessuale da parte degli sfruttatori.

Ogni regione ha il suo caporalato, multiforme e legato alla vocazione agricola del territorio: così abbiamo il caporalato delle clementine in Calabria nella zona ionica cosentina, il caporalato dei pomodori in Puglia, in Terra di Lavoro tra Villa Literno e Casal di Principe. Nessuna zona d’Italia è esclusa. Nessuna provincia agricola può dire di non aver conosciuto il caporalato.

L’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil ha pubblicato il IV rapporto Agromafie e Caporalato dal quale emergono dati agghiaccianti: un’azienda agricola su quattro in Italia ricorre all’intermediazione del caporale per reclutare braccianti. Sotto caporale e a rischio irregolarità lavorano qualcosa come più di 400.000 braccianti agricoli. Il rapporto è stato presentato a Roma il 13 luglio scorso, delineando un’analisi quantitativa e qualitativa dei lavoratori sfruttati in agricoltura.

I riferimenti normativi sul caporalato: breve excursus legislativo

Un primo significativo intervento sull’intermediazione illecita in occasione del reclutamento della manodopera agricola, risale al 1970 con la legge n.83 recante norme in materia di collocamento e accertamento dei lavoratori agricoli. Stando alla disposizione legislativa, chiunque esercita la mediazione in violazione della legge è punito con ammenda e arresto fino a sei mesi. Della legge n.83 del 1970 però, dobbiamo parlare al passato perchè è stata abolita nel 2008 non prima di aver dimostrato – nell’arco di poco più di 25 anni – le sue debolezze in ordine all’assenza di strumenti di controllo sul territorio.

caporalatoSono gli anni in cui l’attenzione dei mass – media si fa più pressante, le inchieste giornalistiche aumentano, le pressioni sindacali spingono anche in considerazione di alcuni eventi tragici di rivolte finite nel sangue. Due gli eventi simbolici che scuotono l’opinione pubblica nazionale: l’assassinio di Jerry Maslo nel 1989 a Villa Literno, nel casertano impegnato nella raccolta dei pomodori e la rivolta di Rosarno, in provincia di Reggio di Calabria nel 2010 che durò parecchi giorni e provocò molti feriti.

Il legislatore non può fare a meno di ritornare sul tema in maniera più incisiva e convincente.

L’intervento più recente è la legge  29 ottobre 2016, n. 199 recante “disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo” . 

La legge circoscrive il caporalato a reato penale di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro che prevede arresto obbligatorio in caso di flagranza di reato, reclusione da uno a sei anni e multa da 500 a 1000 euro per ogni lavoratore reclutato in modo illecito. Costituiscono indice di sfruttamento – ex art. 603 bis del Codice Penale – le seguenti condizioni:

1) la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato;

2) la reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria, alle ferie;

3) la sussistenza di violazioni delle norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro;

4) la sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, a metodi di sorveglianza o a situazioni alloggiative degradanti.

Pummarò, il film di Michele Placido che più di 25 anni fa aveva denunciato le condizioni drammatiche dei raccoglitori di pomodori

L’attore e regista Michele Placido, originario tra l’altro proprio di Ascoli Satriano,  uno dei paesi dove si è consumato uno dei recenti tragici incidenti legati al caporalato, nel 1989 firmò la regia del film Pummarò nel quale il protagonista è Giobbe, un giovane del Ghana che arriva in Italia con il sogno di poter guadagnare  per far studiare il fratello Kwaku. I due fratelli si ritroveranno in Italia ad avere a che fare con la camorra, la raccolta dei pomodori a Villa Literno, il razzismo, l’emigrazione, l’abbandono, la lontananza dal paese d’origine, la sofferenza, il dolore, la miseria dello stereotipo dei vu cumprà.

Il caporalato nella tarda modernità, un libro di Pietro Alò

Del sociologo Pietro Alò è stato pubblicato un libro che è profonda analisi antropologica e sociale del caporalato nella tarda modernità. In occasione della sua elezione a Senatore della Repubblica, nell’ambito della XII legislatura della Repubblica Italiana, Alò propose una commissione d’inchiesta ad hoc  dal 15 aprile 1994 all’8 maggio 1996 e postumo fu pubblicato nel 2010 il libro che pone l’accento sulla mercificazione del lavoro.

Nelle sue pagine infatti, Alò con lungimiranza aveva colto come il collocamento irregolare della forza lavoro trovasse nelle radici storiche le fondamenta e nei fenomeni nuovi della globalizzazione economico – sociale, nuove forme ma non per questo diversamente sostanziali o addirittura migliori.

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