Era già da qualche anno nel mirino della magistratura per attività illegali volte al reclutamento di braccianti agricoli romeni per lavoro nero nelle campagne siciliane. Nella giornata di oggi, 19 aprile, la Dia di Catania ha sancito la confisca di beni per 10 milioni di euro a Rosario Di Perna, imprenditore agricolo di Paternò che aveva delle proprietà anche a Ramacca, Floresta, Patti, Biancavilla e Belpasso.

L’operazione della Direzione Investigativa Antimafia è partita dietro provvedimento emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Catania che ha avallato una precedente proposta avanzata dal direttore della Dia in merito ad un’inchiesta sulla piaga del caporalato. Rosario Di Perna era già noto agli inquirenti, poiché nel 2015 era stato arrestato, con il figlio Calogero ed alcuni romeni, nell’ambito dell’inchiesta “Slave”. L’uomo, infatti, in questi anni avrebbe costituito una sorta di associazione criminale attraverso la quale si sarebbe procurato illegalmente i servizi di braccianti extracomunitari per le campagne di Paternò, senza garantire ai lavoratori alcuna garanzia di tutela. L’imprenditore siciliano avrebbe istituito così una vera e propria rete di sfruttamento basata su minacce (implicite ed esplicite), episodi di violenza ed anche attività di estorsione.

Caporalato: Dia sequestra 10 mln di beni a imprenditore catanese.

Le indagini sono andate avanti anche dopo l’arresto sotto la direzione del primo dirigente della polizia Renato Panvino. In questi anni, infatti, sono stati effettuati degli accertamenti patrimoniali non solo nei confronti di Rosario Di Perna, ma anche verso una serie di attività gestite da suoi familiari, tra i quali ci sarebbe soprattutto il figlio Calogero che sarebbe risultato titolare di un’azienda e co-titolare di una società dedita al commercio all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli. Stando alle prime informazioni riportate da Repubblica, tra i 10 milioni di euro di beni confiscati risulterebbero un’impresa individuale e un’ulteriore società legata al settore agricolo, ma anche diversi immobili dislocati tra le province di Catania e Messina, e dei rapporti bancari.

Proprio nella giornata di ieri è stato pubblicato il rapporto 2018 relativo al caporalato e lavoro nero, dal quale si evince una decisa crescita di denunce e interventi delle forze dell’ordine e della magistratura. Stando al documento, lo scorso anno sarebbero state presentate 290 denunce, con un incremento del 353% rispetto al periodo precedente. In seguito alle varie indagini, gli inquirenti hanno arrestato 56 persone, e anche in questo caso c’è stata un’impennata dell’81% nel confronto con i dati degli altri anni.

Il rapporto sul caporalato tiene conto dell’attività del comando dei carabinieri per la tutela del lavoro che solo nel 2018 ha aperto 142 fascicoli d’inchiesta (registrando un +176% rispetto al 2017). I soggetti denunciati e raggiunti da misure di custodia cautelare sono stati perlopiù accusati di sfruttamento di circa 1.450 lavoratori in totale, e questo rappresenta il dato più preoccupante, perché dimostra come il reclutamento illecito di braccianti agricoli sia aumentato del 230% in appena un anno. Infine si apprende che i settori maggiormente colpiti da questa vera e propria piaga socio-economica sono soprattutto l’agricoltura (63%), seguita dal terziario (19%), dall’industria (17%) e per concludere dall’1% dell’edilizia.

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