Calcio, Spagna in crisi d’identità: dentro e fuori

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Circa due anni fa, prima del campionato Europeo di Francia 2016, i giocatori della Selección Española si sono divertiti a cantare un inno intitolato “La Roja Baila”, dando voce alle ambizioni precampionato di milioni di appassionati della nazionale.

Ad intonarla Sergio Ramos e Niña Pastori oltre, naturalmente, alle voci di tutti i componenti di quella spedizione, poi eliminata dalla sorprendente Italia di Antonio Conte.

Nel testo, l’inno incoraggiava un eco di sentimenti nobili: orgoglio, sogni, difesa dei colori della propria terra, battaglia (sportiva s’intende) e, soprattutto, la bandiera, definita “mia e ragione per esprimere quello che sento”.

“Le danze rosse”, così testualmente nominate, avrebbero dovuto unire tutti attorno alla propria squadra, per richiamare quel senso di appartenenza iberico, che già all’epoca era pervaso da una crisi d’identità più o meno enfatizzata.

Infatti Piqué, prima dell’inizio della partita con la Croazia, faceva il dito medio e quell’inno cantato da Ramos veniva già fortemente criticato dai separatisti catalani.

Polemiche infinite che si rincorrono dai tempi del dittatore Franco, fino alle recenti strategie politiche dei partiti spagnoli.

Una governance che non hai mai gradito il riconoscimento indipendentista della Catalogna, al punto di intervenire con azioni di polizia deplorevoli e squadriste in occasione del Referendum del 1° ottobre.

Le lacrime del difensore blaugrana rappresentano l’oppressione politica, in seguito alla quale quella regione ha perduto ciò che faticosamente aveva prodotto nei decenni scorsi.

Ma la Spagna, con quelle azioni, ha perso molto di più che la difesa del proprio territorio; ha spalancato le porte dell’Europa alla Catalogna, che oggi, più che mai, diverrà il centro nevralgico delle questioni economiche.

Si ritiene che la secessione porterebbe ad un crollo del 25-30% dell’economia, costringendo il governo centrale ad uscire dall’Unione Europea.

Ipotesi che non può essere accettata dallo stato spagnolo, tant’è che l’attuale repressione di ogni forma di protesta prevede l’utilizzo della forza.

Ma gli scioperi che si susseguiranno, oltre ad altre mille azioni di protesta, favoriranno solo uno scontro civile, che rafforzerà la volontà di indipendenza, riaprendo, come alcuni decenni fa, una grave crisi diplomatica.

Il calcio, considerato da sempre un collettore veicolante di valori umani, ha smesso di svolgere le sue funzioni.

Il Barcellona ha giocato in un Camp Nou deserto e l’Espanyol sta trainando le medesime proteste.

Un caos generale, per il quale Piqué è stato contestato durante l’allenamento mattutino, definito “capra” da alcuni gruppetti di tifosi madrileni, in favore del disordine e della disgregazione.

Chissà se i confronti nello spogliatoio riporteranno la calma necessaria prima della gara con l’Albania, ma il clima che si respira dentro è rovente: quello fuori irrespirabile.

 

 

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